Non confondiamo!

Oggi è un giorno speciale, il contagio sembra stazionario. Saremo giunti al picco?
Nell’attesa di appurarlo, mi piacerebbe meditare con voi su alcune parole che in questi giorni tornano ossessivamente nei discorsi pubblici, sui social, sui media.
Comincerò da “isolamento”: oggi il termine si usa per indicare una misura necessaria, presa dai decisori pubblici, per isolare i portatori del contagio, distanziare i sani dai potenziali portatori di virus e così arrestare l’epidemia .
Una misura insopportabile per alcuni, che infatti non perdono occasione per lamentarsene , perché , dicono, “gli esseri umani sono animali sociali per eccellenza”.
Tutto vero.
Effettivamente solo gli eremiti e chi si chiude in clausura nei conventi, sceglie l’isolamento come stile di vita, per gli altri e’ una misura imposta dall’eccezionalità del contagio .
Effettivamente cozza con i nostri bisogni profondi, ma nella nostra società tecnologica l’isolamento non coincide affatto con la solitudine, perché i media digitali possono riempire di suoni, voci, presenze virtuali, ogni istante delle nostre giornate.

Guardato con altre lenti, l’isolamento ai tempi del Coronavirus non è’ affatto un male, è, invece, una sorta di salvavita, fondamentalmente un privilegio.
Tant’è’ che non è’ stato esteso a tutti .
I luoghi caratterizzati per loro natura e struttura da una stabile concentrazione di persone, come i conventi, le case di riposo, in qualche caso anche gli ospedali, sempre le carceri, i luoghi di detenzione coatta per gli immigrati, dove è sembrato troppo difficile da realizzare, la mancanza di isolamento sta mietendo vittime senza sosta, come ha sottolineato Papa Bergoglio durante l’Angelus di domenica 29 marzo: “Ho letto un appunto ufficiale della Commissione dei diritti umani” , ha sottolineato il pontefice, “le carceri sovraffollate potrebbero diventare una tragedia”.
I dati sulle carceri mancano, sui conventi e su molte case di riposo sono a disposizione di tutti.
C’da restarne sconvolti.
Se i media non ne parlano è perché rappresentano un problema aperto della nostra società.
Diverso l’isolamento che comporta l’abbandono, l’isolamento dei disabili, degli anziani soli, dei nuclei familiari dove c’è una persona ammalata di Alzheimer.
Anche di questi si parla poco. La nostra società non è attrezzata per affrontare una emergenza diventata ormai endemica.
Se pensiamo a queste realtà il nostro isolamento, seppure coatto, diventa una risorsa, permessa da chi continua a sostenere il peso della macchina sociale. Persone a cui noi dobbiamo infinita gratitudine .
Un motivo in più per non lamentarci, per non confondere l’isolamento e la solitudine, compensati dalla vicinanza sociale delle istituzioni, degli amici, dei propri cari, dei vicini, con la “solitudine senza isolamento” di quelle persone alle quali la società non riserva la vicinanza, ma l’oblio.

2 Commenti

  1. Gloria Pasquesi says:

    GRAZIE DALIA

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