Anna Frank è stata uccisa dai nazisti. La Shoah non può essere ridotta ad uno spot, né pro, né contro…

L’immagine di una bambina che sorride può illuminare la tristezza di tante pagine Facebook, ma nei nostri occhi il sorriso di Anna Frank evoca solo un immane dolore.

Anna Frank, per chi ne conosce la storia, è diventata uno dei simboli più forti di una tragedia immane dell’umanità, dei campi di sterminio nazisti, dell’innocenza brutalmente soffocata, dell’odio razziale, dell’antisemitismo e dell’orrore indicibile delle camere a gas, degli stenti e di una violenza brutale, organizzata contro esseri umani indifesi.

 

 

Per noi che abbiamo scoperto l’orrore della Shoa attraverso le pagine del Diario di Anna Frank, esiste una soglia non superabile di uso dell’immagine di questa ragazzina, su cui abbiamo pianto, e che ci ha fatto vergognare di essere stati, come Paese, dalla parte degli aguzzini, alleati del regime che ha provocato insieme alla dolorosa vicenda biografica di questa ragazzina, la morte di oltre sei milione di ebrei, più tanti altre vittime dell’odio razziale e politico nazifascista.

Ieri un tifoso ultras della Lazio ha usato un fotomontaggio di questa immagine per mescolare odio razziale e odio calcistico da curva sud dell’Olimpico. Di sportivo non c’è nulla. E oggi noi dovremmo avere il coraggio di condannare, e basta, questo gesto, che non può essere risarcito in nessun modo, tantomeno moltiplicando a dismisura la fotografia di Anna Frank sulle magliette delle squadre di calcio in campo domani o domenica. Serve sempre un limite alle nostre azioni, tutte, in questo caso non si può cercare il consenso sportivo facendo diventare Anna Frank simbolo di un tifo buono contro una tifoseria becera.

Raccontiamola, la storia di Anna Frank, per quello che è, non strumentalizziamone il sorriso, né contro , né pro. Soprattutto si abbia il buon senso e il buon gusto di non travestirla con magliette a strisce: sono variopinte, è vero, ma non fanno altro che trasformare in una farsa la tragedia dei deportati nei lager nazisti, immortalati dagli scatti degli eserciti di liberazione nelle loro tragiche casacche.

Dalia Bighinati

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