Elogio della famiglia ai tempi del coronavirus

“Quanto più una famiglia è unita, tanto più è forte, in grado di proteggere chi ne fa parte. Quanto più è divisa, tanto più è debole”.

Questo è stato l’imprinting educativo ricevuto in una famiglia libera dai tabù legati ad un modello patriarcale e autoritario, che le riforme e i movimenti femminili dei primi anni 70 del secolo scorso hanno contribuito a sgretolare, sostituendo ad esso una famiglia nata dall’amore fra due persone che decidono liberamente di condividere la propria esistenza e di costruire una famiglia legata da relazioni affettive e comunicative forti.

La famiglia nucleare, nata in Italia dopo gli anni del grande esodo dal sud al nord e dalle campagne alla città, è stata inventata dalla generazione dei nonni di oggi, categoria prediletta dal coronavirus. Aveva un volto buono: l’affetto e il rispetto reciproco, uguali diritti di uomo e donna, doveri comuni, sullo sfondo di uno scenario a luci e ombre: la scolarizzazione di massa, il diritto alla formazione a scuola e in fabbrica, il diritto alla salute, un’organizzazione del lavoro regolata dallo statuto dei lavoratori, nuovi spazi di democrazia, ma anche le chimere del consumismo, elevati ritmi ed elevati carichi di lavoro, una crescente percentuale di donne senza occupazione o impegnate in un lavoro nero, una forte divario fra Nord e Sud.

Una famiglia certamente piena di tensioni, ma, nei casi più riusciti, anche il luogo dove imparare a vivere e a riconoscersi.
E’ questa la famiglia entrata in crisi negli ultimi trent’anni, sotto le spinte centrifughe di cambiamenti culturali e sociali ( come la Sociolgia ha cercato di spiegare), eppure, in molti casi e nelle sue molteplici e varie forme attuali, ancora in grado di essere punto di riferimento dei suoi componenti, non solo per necessità economiche o per scelte dettate da opportunismo, ma perché costruite su valori, ideali e affetti forti, aperte a relazioni autentiche e per questo in grado di reggere all’urto dei fenomeni sociali anche più laceranti.

Proprio perché credo nel ruolo sociale, educativo, affettivo di queste famiglie, oggi mi è difficile pensare che sia un sacrificio, da sopportare nostro malgrado, stare in casa tutti insieme a causa delle misure restrittive imposte dal coronavirus.

Penso, piuttosto, che al di là di un certo cinismo di maniera, molte famiglie stiano addirittura vivendo con una sorta di slancio creativo questa nuova dimensione dell’incontro, così diversa dalla necessità di lasciarsi la mattina, dopo un saluto veloce, per rivedersi, spesso soltanto a cena, stanchi, per cercare subito dopo una nuova fuga su tablet e iphone.
E’ questo modo frenetico di vivere in famiglia che la covid 19 sta mettendo in crisi, imponendo ai suoi membri nuovi esercizi di convivenza, nuovi dialoghi e un nuovo modo di stare insieme.

Oggi ciò che fa soffrire non è trovarsi tutti i giorni, poter comunicare senza fretta, come prima non capitava che di rado; ciò che oggi fa soffrire è, invece, la lontananza, il lungo distacco dai figli che studiano o lavorano in altre città, dagli amici, dai propri colleghi di lavoro, dai nonni.

La reclusione obbligata ha il potere, se lo vogliamo, di risvegliare la forza dei nostri legami, rimette in funzione i nostri privatissimi lessici famigliari e, se la casa consente un minimo di privacy, ci fa scoprire il gusto di una vita più intima.
A questo proposito vorrei citare le testimonianze video dei loro “giorni in casa ai tempi del coronavirus”, che il professore Pietro Benedetti ha chiesto di raccontare ai suoi studenti dell’Istituto Einaudi di Ferrara. Molti ragazzi hanno scelto, infatti, di raccontare, naturalmente in un modo scanzonato, il piacere della “famiglia ritrovata”.

Un’amica mi ha confessato, giorni fa, con stupore, di sentirsi tornata all’atmosfera da campo-scuola della sua adolescenza: “Mia figlia più grande ha preso il comando e ha scandito orari e spazi comuni. Mio figlio tiene il diario di bordo, io aggiorno tutti sull’evoluzione dell’epidemia e mio marito spesso cucina. Il tempo libero è smart working, didattica online, lettura, disegni e collegamenti audio video con i nonni, che sanno tutto sui servizi pubblici, sui centri commerciali aperti e sui servizi a domicilio. I più giovani chattano con gli amici, ma senza l’accanimento abituale. Sembra un racconto zuccheroso e senza dubbio nel tempo non sarà senza smagliature, ma l’importante è provarci.”
Non sto parlando della famiglia del Mulino bianco, ma di una famiglia unita.

Mi rendo conto, però, che la convivenza forzata può essere un trauma in una famiglia divisa da anni di incomprensioni.
Il coronavirus fa venire a galla, anche in questo ambito privato, come nella sanità, nell’economia, nel governo delle comunità, le difficoltà e le debolezze del nostro modello di convivenza. Ci accorgiamo di errori che sono il frutto ( per essere buoni) di cecità, di superficialità, di egoismi.

La sofferenza maggiore oggi è laddove non c’è famiglia.

La prova è difficile per le famiglie che soffrono di povertà di amore, per i figli privi di figure di riferimento, per i vecchi nelle case di riposo, per le donne esposte alla violenza domestica, per quelle venute dall’est Europa a cercare lavoro da noi, che quest’anno a Pasqua non potranno tornare a casa.

E’ difficile per le famiglie che piangono un loro caro, scomparso senza il conforto di un famigliare, per le famiglie senza risparmi o dove manca il lavoro da tempo, prive di tutela economica.

E’ difficilissima per gli anziani che vivono soli, per chi ha ammalati e disabili in casa, per gli immigrati nei centri di accoglienza o in cerca di accoglienza, per le detenute e i detenuti, per i quali alla paura del contagio si aggiunge il senso dell’abbandono sociale.

Ecco, perché continuo a pensare, senza timore di essere accusata di una facile retorica buonista, che sia la famiglia, ancora una volta – e quando c’è davvero – la vera ancora di salvezza anche di questi giorni “difficili”.

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