La strage degli “invisibili”.

In queste settimane abbiamo assistito con angoscia alla carenza di personale e di presidi di protezione negli ospedali, agli appelli e arruolamenti di massa di medici e infermieri, durante la stessa epidemia, così come ci siamo resi conto, seppure tardivamente, che, se già la Sanità aveva dei problemi, l’anello più debole della catena era costituito dalle Residenze Sanitarie assistenziali (RSA), strutture di ricovero residenziale per anziani non autosufficienti, alcune pubbliche, altre private, a mezza via tra case di riposo e strutture in grado di garantire interventi di tipo assistenziale e controllo sanitario ad ospiti con patologie croniche e gravi deficit di autonomia, il più delle volte associati a demenze senili o ad Alzheimer.

I dati ufficiali forniti in questi giorni dai report dell’Istituto Superiore di Sanità ci fanno capire che circa un terzo dei decessi appartiene a queste strutture. I dati del 3° report pubblicato il 15 aprile scorso dall’ISS si riferiscono a un campione di 1.082 strutture, il 33 per cento di quelle contattate (3.420), nelle quali, come riferisce il sondaggio, dal primo febbraio al 14 aprile 2020, ci sono stati in tutto 6.773 decessi tra i residenti.
Ma si tratta di numeri destinati a crescere.
Nel 40,2 per cento dei casi (2.724 su 6.773), le morti sono avvenute con infezioni da Covid o con manifestazioni simil-influenzali. Numeri paurosi , in rapporto agli oltre 24 mila morti complessivi registrati fin qui in Italia, soprattutto se si pensa che il rapporto si limita ad un terzo del numero completo di Rsa prese in considerazione ( vale a dire le 2500 riservate ai malati affetti da demenze sul totale di 4.630:) e che mancano dati precisi sulle Case di riposo, che a differenza delle RSA non sono nate per prestare un’assistenza medica ai loro ricoverati.

La magistratura, dove stanno fioccando le denunce dei familiari, a Milano, Brescia, in Liguria, ad Aosta e in tanti altre città e paesi anche piccoli, sedi di strutture scelte spesso dai famigliari perché immerse nel verde della campagna, lontano da ingorghi e inquinamenti urbani, appurerà le responsabilità nella gestione delle strutture o in chi doveva dare le direttive sanitarie e politiche.
Ci dirà se sono mancati la tempestività nel chiudere la struttura al mondo esterno, o i dispositivi di protezione individuale, oppure i tamponi per isolare positivi e sospetti. Se sia stata , in definitiva, sottovalutata la gravità del rischio o se addirittura si siano commessi veri e propri crimini a danno del diritto all’assistenza e alla salute degli anziani ospiti.

Comunque stiano le cose, va detto che queste strutture, come i conventi e i luoghi di detenzione, sono state fin dall’inizio realtà particolarmente esposte al contagio e al rischio di diventare focolai di infezione,proprio per la loro natura di istituzioni chiuse in cui sono concentrate molte persone, di cui, gli anziani sono i più indifesi per la loro difficoltà a prendersi cura di se stessi.
Ma non posso non chiedermi, nel frattempo, per quale ragione non sia venuto in mente a nessuno di far uscire gli anziani ospiti per farli tornare in famiglia o al loro domicilio, se possibile, o in luoghi che almeno consentissero spazi adatti al distanziamento sociale, fondamentale misura anticontagio.

La lentezza dei soccorsi ci spinge a chiederci perché le famiglie non si siano messe in allarme subito, ma ci fa anche riflettere sulle ragioni per cui anche nella nostra società, che vanta da sempre nella famiglia un pilastro fondamentale, tanti genitori e nonni debbano vivere, anche quando non lo scelgono, l ‘ultima parte della loro vita lontano dal loro ambiente famigliare, lontani dalla loro casa, destinati a diventare invisibili , chiusi fino alla loro morte in comunità totali.

Davvero crediamo che la chiusura permanente in istituzioni di assistenza sia la soluzione ottimale al problema dell’Alzheimer, fra le più temibili e invalidanti malattie neuro-degenerative ?
Quanti hanno provato a convivere con i propri cari, parzialmente o totalmente privi di autonomia, ( il termine autosufficienza è ambiguo e ipocrita), sanno bene quanto abbia giovato loro restare in un ambiente affettuoso e accogliente.
Come sappiamo bene quanto sia doloroso per gli anziani il distacco, soprattutto in un momento di grande debolezza, dal loro ambiente.

E’ vero che la demenza è una malattia difficile, e che proprio per le sue caratteristiche può mettere a dura prova la quotidianità di un nucleo famigliare ristretto, privo il più delle volte di risorse sociali, psichiche ed economiche, necessarie per far fronte al pesante fardello. Ma non è detto che le RSA e in genere le istituzioni totali e i ricoveri permanenti siano la soluzione al problema.

Anzi, come ci insegna la psicologia geriatrica il più delle volte l’allontanamento degli anziani dal proprio ambiente crea più danni che rimedi.

L’alternativa “all inclusive” offerta dalle RSA è un servizio pratico, ma pieno di incertezze, sia perché può scatenare nei gestori privati corse all’ottimizzazione dei profitti – gli esempi non mancano – sia perché nel pubblico deve fare i conti con il crescente ridimensionamento del welfare prodotto nel nostro paese da decenni di politiche liberiste, che hanno imposto tagli importanti agli investimenti nella cura degli anziani.

Perché la politica italiana per aiutare le famiglie a restare unite non ha, invece, scelto di fare investimenti importanti in altre soluzioni, come, ad esempio nel sostegno di cura attraverso le cosiddette badanti, nell’assegno di cura, che oggi viene dato con molta parsimonia, oppure in servizi domiciliari in grado davvero di consentire a figli e nipoti di tenere accanto a sé i propri genitori e nonni ?

Su questo groviglio di problemi saranno chiamati a riflettere, superata la fase dell’emergenza., decisori politici e cittadini, in sostanza tutti noi, perché nessuno potrà più chiamarsi fuori, dopo questa vera e propria strage degli invisibili, dalla responsabilità di un progetto di welfare che contempli il ruolo delle famiglie nella relazione con gli anziani, quindi la responsabilità di decidere se educarci, fin da giovani, ad un modo diverso di vivere la vecchiaia, o accontentarci di depositare gli anziani, non più autonomi e utili, in istituzioni che li taglino fuori dalla società.

Se lo choc prodotto dalla pandemia ci indurrà ad un ripensamento di prassi e politiche che diamo per scontate, il tema degli anziani potrebbe fare da catalizzatore di un cambiamento epocale in tema non solo di ruolo dello Stato nei confronti delle famiglie, ma anche di cultura delle relazioni e di giustizia sociale.

2 Commenti

  1. Claudia Santangelo says:

    Cara Dalia, le tue riflessioni, oggi, credo sfiorino in cuore di tutti.
    L’analisi che fai è “purtroppo” lucida e impone un ripensamento dello stato sociale, un ripensamento della gestione degli anziani. Le tue proposte spero possano diventare strumento di riflessione in chi, a termine pandemia, dovrà ridisegnare un modello inclusivo per quanto riguarda la gestione di chi avrà la fortuna di invecchiare. Per ora, senza alcuna retorica, piangiamo una generazione che sta scomparendo a causa di tutto ciò

    • Carissima Claudia, sono contenta di sapere che sei d’accordo con me; ti stimo molto e so che parli sempre a ragion veduta. Questa “strage” di genitori e nonni resterà come una macchia indelebile sulla nostra elogiatissima civiltà. Un po’ come per i migranti mandati o lasciati nei lager libici.
      Mi chiedo come sia possibile per tanti personaggi, anche, di alta cultura, rassegnarsi ad un modello di cura degli anziani, che ne prevede l’allontanamento permanente. Non può essere l’unica soluzione per persone in gravi difficoltà di salute. E’, forse, la più comoda. Ma quanti sensi di colpa genera? e quanta angoscia silenziosa negli anziani?

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