L’anello debole della catena

“Appena entro mi assale l ‘odore di passato di verdure. Salgo due rampe di scale, attraverso una pesante porta tagliafuoco e, al pianerottolo del secondo piano, mi accoglie una anziana donna, che mi chiede una sigaretta. La chiede a tutti quelli che entrano, sembra rassegnata alla risposta.
Lungo i due angusti corridoi, vedo alcuni ospiti in sedia a rotelle, nelle stanze ci sono, invece, gli ospiti che oggi non saranno alzati. Forse sono allettati permanenti. Incrocio i loro sguardi persi nel vuoto.
Il grande salone luminoso è occupato da due file tavoli ben apparecchiati addossati alle pareti, mentre un largo spazio centrale permette il passaggio del carrello della distribuzione delle vivande. Sono i. tavoli di chi e’ in grado di pranzare in autonomia, chi non riesce attende il care giver o ‘assistente sanitario. C ‘e’ chi brontola, chi conversa con il vicino, chi apostrofa con poco garbo l’inserviente che non arriva in fretta.
Mi sento in un limbo, assediata da circa quaranta esseri umani in età evidentemente avanzata che cercano di dimenticare la ragione per cui sono arrivati qui, in un luogo sconosciuto, fra persone sconosciute.
Non è la prima casa di riposo che vedo , ne ho visitate altre in ore diverse della giornata A volte sono rimasta impressionata dal silenzio tombale che mi assaliva all’ingresso, altre volte sono entrata in saloni dal rumore assordante .
In una occasione mi sono trovata con gli occhi pieni di lacrime di fronte ad un gruppo di signore eleganti ben pettinate, alcune con un filo di rossetto, capelli radi e candidi, che intonavano canzoni della loro giovinezza, in uno spettacolo messo in scena per le famiglie in visita.” (da un mio articolo di qualche anno fa).

Oggi mi chiedo:”Quando abbiamo deciso di non volere più prenderci cura dei nostri genitori, dei nostri nonni? Di non volerli più tenere in famiglia?”
Le immagini che ho visto in queste settimane di anziani, tagliati fuori dal mondo, salutare dietro le finestre sbarrate i loro cari giù in strada, mi hanno fatto venire in mente le immagini tristi del carcere, dei detenuti tagliati fuori dal mondo da una colpa, da cui la permanenza in carcere dovrebbe cercare di redimerli. Non le immagini di chi ci ha cresciuto, accudito, insegnato a diventare donne e uomini degni di questo nome.
Alla conta dei morti nelle Rsa ( residenze sanitarie assistenziali), nelle case protette e di riposo, ospizi di lusso o semplici ricoveri, abbiamo sentito sciogliersi in gola un nodo antico, ci siamo chiesti perché tutto questo è accaduto al nostro Paese, che ha fama nel mondo di reggersi ancora sul pilastro forte della famiglia?
“-Ma- di nuovo mi sono chiesta – di quale famiglia stiamo parlando? Quella che decide di allontanare da sé la mamma o il papà rimasti soli o il vecchio nonno ammalato di Alzheimer ? Quella che non sa resistere al fascino del gatto e del cane da compagnia, ma non vuole più impegnarsi nella cura dei bambini?
Michele Mirabella, un vero signore della Tv, ha perso per un istante il suo aplomb di recente: “Non chiamiamoli, ha esclamato, i nostri cari , non c ‘e’ nulla di affettuoso nel relegare i propri genitori e nonni in un alloggio più o meno accogliente, lontano dai nostri sguardi, dalla nostra voce, dai nostri abbracci”

La pandemia da coronavirus che ha avuto un effetto tsunami sugli ospedali e sulla sanità, potrà abbattere la nostra cecità di donne e uomini che hanno disimparato a prendersi cura del prossimo, perfino dei propri cari?
“Ma è una questione di necessità”, mi sento dire, “E’ lo spirito del tempo”, una nuova spietata organizzazione del lavoro, o forse la mancanza di lavoro. I vecchi sono tanti, vivono tanto a lungo, con malattie croniche, degenerative e il bisogno di cure mediche che in casa un anziano non può avere.

Tutto vero, ma è davvero questo che vogliamo? che vorremo per noi?
C’è la possibilità di modificare questo stato di cose?

Io penso di sì. Ma servirà un cambiamento radicale. Una rivoluzione culturale e dei costumi, una diversa politica della famiglia, delle case, una svolta decisa nel concepire ciò che vogliamo fare della nostra vita, a partire dalla responsabilità verso chi ci ha messo al mondo. Servirà lavoro per tutti, poderosi investimenti in imprese e lavori di primaria necessità, in ordine di importanza quelli che sanno prendersi cura della salute delle persone, delle città, dei nostri mari e dei nostri fiumi, dell’aria che respiriamo, in una parola del pianeta.

Alla rivoluzione verde di cui parlano i giovani di Friday for future, dobbiamo affiancare una rivoluzione del prendersi cura degli altri, quel potente e radicale cambiamento nelle nostre vite di cui parla da qualche anno Naomi Klein, idee di frontiera, fuori dal coro, come sempre quelle dell’attivista e scrittrice canadese, nota per il suo primo travolgente best seller contro lo strapotere delle multinazionali del consumismo “No logo”. Idee rischiose e coraggiose, messe nero su bianco nel suo ultimo libro “No is not enough”, in italiano “Shoch politics” , edito da Feltrinelli..

Confrontiamole con la situazione che oggi ci sta choccando ( il seguito al prossima post) .

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