Le dieci sorelle del Big Food (in crescita anche nel lockdown!)

Un menù estivo, quasi vegetariano. Sarà la prima cena in compagnia di due cari amici, per far ripartire la comune speranza di cose belle. Lei, medico, ama piatti leggeri e sfiziosi, lui gusta la buona cucina, con un occhio attento alle calorie.

Il menù, brindisi e pizzette, risotto con porri e radicchio, insalata di cereali e pomodorini, prosciutto e melone, una pera al miele di acacia, l’ho pensato mettendo in pratica quello che ho imparato leggendo “La rivoluzione nel piatto”, libro bomba scritto da Sabrina Giannini, storica autrice di inchieste sull’alimentazione per Report, di cui è stata cofondatrice con Milena Gabanelli.

Il libro, edito da Sperling & Kupfer, mi ha tenuto compagnia in queste settimane, in cui, dopo il lockdown  sono tornata ad occuparmi di quanto le abitudini alimentari possano condizionare la salute dell’ambiente in cui viviamo.

Quando Papa Francesco  ci esorta ad avere cura della “casa comune”, penso che alluda anche a questo: l’ambiente non solo è nelle nostre case, consumi energetici, idrici, raccolta differenziata, ma arriva anche nel nostro piatto, nelle nostre abitudini di acquisto al mercato e al supermercato, dove regna spesso l’illusione, sostenuta dal marketing, che gli scaffali offrano cibi innocui, materie prime prodotte pensando non solo a soddisfare il palato o il borsellino, ma anche la nostra salute.

Chi si batte per  la “sostenibilità” nel piatto, sa che andrà allo scontro con gli interessi dell’industria alimentare, del mondo del lavoro e di chi continua a non capire che il mito del cibo, di cui sono pieni i media,  giova solo a chi lo produce.

La politica, dopo aver predicato le magnifiche sorti e progressive della sostenibilità, quando è il momento di decidere, sceglie in genere di non disturbare i grandi manovratori dell’industria del food, che solo nel nostro Paese muove 63 miliardi di euro, secondo l’indagine del Food Industry Monitor (osservatorio promosso dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e il gruppo bancario Ceresio Investors).

In realtà non è facile bucare il muro di gomma del marketing agroalimentare, di cui la pubblicità è l’apriti sesamo” della nostra borsa della spesa.

Come difenderci da chi ci induce a comprare cibo spazzatura, alimenti falsamente innocui, prodotti che, in cambio della sazietà per chi ha davvero fame, del piacere della socialità, per chi ama i riti della tavola, attentano alla nostra salute senza che la maggior parte di noi lo sappia. E non è solo una questione di eccessi, ma della qualità degli alimenti.

Dobbiamo fidarci dei marchi? Imparare a leggere le etichette? Ma soltanto medici, biologi, chimici sono in grado di decifrarne il linguaggio. Chi di noi ha la pazienza di decifrare le grafie microscopiche che neppure la lente riesce ad ingrandire a sufficienza?

Un po’ come il bugiardino nei farmaci. E infatti il cibo, ci sentiamo ripetere, è un elemento quasi terapeutico per il nostro benessere.

Partiamo dai marchi.

Nel mondo a spartirsi il grande business del food sono soltanto dieci marchi: colossi dell’industria alimentare internazionale, che a volte coincidono con i colossi della big Pharma.

A presentarceli è Oxfam (Confederazione internazionale di 17 Ong impegnate contro la povertà e le ingiustizie sociali), che identifica nel ‘Big Food‘ i gruppi industriali, che dietro le quinte dominano il settore alimentare a livello globale.

Li conosciamo.

Sono Nestlé, PepsiCo, Coca-Cola, Unilever, Danone, General Mills, Kellogg, Mars, Associated British Foods e Mondelez international: insieme danno lavoro a più di 1,5 milioni di persone (oltre all’indotto), controllano gran parte dei marchi più celebri del pianeta, compresi quelli italiani, nel cibo e nelle bevande.

Producono ad ogni latitudine del globo carni di animali allevati secondo le regole degli allevamenti intensivi, compresi   pesci, cereali, verdure e frutta che per essere appetibili o resistere nel tempo e all’export vengono abbelliti e rinforzati con le mille risorse della chimica agroalimentare.

Commercializzano i prodotti della trasformazione delle materie prime, soprattutto dolci, biscotti, torte, bibite e snacks con aromi, coloranti e additivi chimici che li rendono irrinunciabili per la maggior parte di tutti noi.

Educano, infatti,  e modificano il nostro gusto fin dalla più tenera infanzia, e mentre ne rendono il sapore un’esperienza quasi psichedelica, ci inducono ad un consumo fuori da ogni bisogno e limite. L’obesità è uno dei grandi mali del nostro tempo, causa di malattie non trasmissibili, ma  pericolose e a volte mortali, da curare spesso per tutta la vita.

Per tornare al mio menù, confesso di avere scelto  piatti e materie prime con un chiodo fisso in testa: evitare di acquistare prodotti industriali sospetti.

Quindi ho scelto prodotti a km zero, quantità contenute e prezzi più alti della media.

Non ho una diffidenza preconcetta verso le “Dieci sorelle del Big food”.

Essere colossi dell’economia non è un male in sé. E poi che fanno di male le industrie o gli allevatori e i contadini che lavorano per questi marchi?

Nel 2013 l’organizzazione no profit Oxfam ha ideato l’operazione “Behind the label” (Scopri il marchio) per promuovere acquisti consapevoli, tenuto conto degli effettivi impegni di ciascun gruppo industriale sui vari fronti della sostenibilità.

La campagna ‘Behind the label’ offre perciò ai consumatori una mappa interattiva dei vari marchi riferibili a ‘Big Food’ e una pagella con i voti assegnati da Oxfam a ciascuno dei colossi su 7 temi chiave: Terra, Donne, Produttori agricoli, Braccianti agricoli, Cambiamento climatico, Trasparenza, Acqua. Non sarebbe male consultarla, sapendo, magari quali sono i marchi italiani connessi alle 10 sorelle.

https://www.oxfamitalia.org/scopri-il-marchio

I processi di concentrazione di questo settore ci fanno pensare al rischio di un futuro unico grande fratello proprietario delle risorse agroalimentari del mondo.

Un incubo, se pensiamo allo strapotere dimostrato nell’etichettatura degli alimenti dai signori del cibo, in grado di condizionare già oggi sia le norme comunitarie che quelle dei controllori mondiali della composizione degli alimenti.

Il libro di Sabrina Giannini è illuminante su questo punto.

“Ogni particolare in più o in meno da aggiungere sul foglio informativo per i consumatori si porta dietro miliardi di investimenti. Il caso più clamoroso è scoppiato di recente e riguarda gli oli utilizzati”. Finora è sufficiente scrivere che si tratta genericamente di “oli vegetali”, ma se domani i produttori fossero costretti a specificare quali sono quegli oli, quanti avrebbero il coraggio di scrivere che utilizzano l’olio di palma, decisamente più scadente di quello di oliva?

L’impatto dell’industria agroalimentare non riguarda solo le scelte nutrizionali e la salute dei consumatori. In ballo ci sono anche gli effetti sull’ambiente e sulle condizioni di vita dei lavoratori del settore, che coinvolge oltre un miliardo di persone nel mondo, circa un terzo della forza lavoro globale.

E’ bene sapere che, seppure nella pagella compilata da Oxfam sulle multinazionali ci sono molte differenze fra i marchi, nessun gruppo ha, però, raggiunto la piena sufficienza.

Continua in un prossimo post

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