Sentenza Appaltopoli, la replica della difesa Ambrosone

A pochi giorni dalla pubblicazione delle motivazioni della sentenza del processo più conosciuto come “Appaltopoli” arriva un replica da parte dei difensori dell’imprenditore Sergio Ambrosone, gli avvocati Carlo Bergamasco e Cataldo Mascoli.

Nell’intervento  che Telestense pubblica integralmente – i difensori replicano anche a un articolo pubblicato sul quotidiano la Nuova Ferrara.
“Leggiamo, con stupore, che il nostro entusiastico “brindisi” all’assoluzione sarebbe stato affrettato, e che avremmo dovuto “attendere la lettura delle motivazioni”.

Perché saremmo stati affrettati nel brindare? Potrei dirTi che l’unica fretta veniva dalla “sete di Giustizia” che riteniamo sia stata appagata dal dispositivo ma, a maggior ragione, anche dalle motivazioni della sentenza.

Ebbene, le abbiamo lette con attenzione,  non ci è assolutamente passata la voglia di brindare, ed anzi ci pare che l’occasione sia degna di una bottiglia di pregio.

Quanto alla sussistenza astratta del reato di turbativa d’asta, prendiamo atto delle considerazioni del Tribunale, che si è limitato ad affermare, in linea di Diritto, che tale reato si può configurare anche nell’ambito di una gara informale, come il cottimo fiduciario. Sul punto, avevamo avanzato dei dubbi di carattere tecnico, ma il fatto che il Tribunale non li abbia condivisi ha ben poco rilievo, se poi nel valutare le prove, è stato affermato che il fatto non sussiste. In altre parole, se vi fosse stato un accordo, esso sarebbe stato illecito, ma si deve prendere atto che l’accusa non ha dato prova che tra gli imputati vi sia stato un accordo.

A ben vedere,  la “vera” notizia è che nessuno è riuscito a dimostrare che l’imprenditore Sergio Ambrosone e gli altri imputati si siano accordati clandestinamente per sovvertire l’esito delle gare d’appalto, né che l’esito delle stesse sia stato sovvertito.
Ci preme, soprattutto, sgombrare il campo dall’idea fuorviante che qualcosa di turpe a danno della collettività sia comunque accaduto, e che gli imputati se la siano cavata perché sono stati fortunati. A questo riguardo, i richiami alla “vecchia insufficienza di prove”, concetto ormai estraneo al processo moderno, sono ingiustamente riduttivi, rispetto ad una sentenza scritta con molta cura.

Riteniamo assai dannosa l’idea, troppo diffusa, che i processi penali siano una specie di “arte della divinazione” ad esito della quale una sorta di oracolo (il Giudice) si pronuncia sui fatti, affermandoli o negandoli sulla base di processi mentali oscuri e tortuosi, incomprensibili per una mente normale.

Il linguaggio tecnico dei giuristi potrà essere poco comprensibile, talvolta bizantino. Ma il processo deve sempre poter essere “tradotto in italiano” e poter essere compreso da qualsiasi cittadino. In realtà , quando un processo funziona bene, le prove, testimoniali e documentali, sono sotto gli occhi di tutti e sono comprensibili a tutti. Non è un caso se il processo è pubblico. Tutto questo ha una conseguenza: in un processo pubblico, fatto secondo tutti i crismi, non si può dimostrare quello che non esiste nella realtà. Se un fatto non viene dimostrato, quindi, è perché esso non sussiste, e non certo perché un Giudice – stregone, seguendo schemi occulti e incomprensibili, distorce la realtà.

Proviamo, allora, a tradurre il processo Appaltopoli in un italiano semplice.
Una gran parte di esso ha avuto ad oggetto fatti che, anche astrattamente, non erano illeciti: ci riferiamo ai lavori affidati con la procedura  dell’affidamento diretto, per i quali l’abuso d’ufficio è stato escluso, riconoscendo che l’Ing. Pocaterra ha agito nell’interesse pubblico, senza violare alcuna norma, e soprattutto che gli imprenditori imputati non hanno tratto alcun profitto ingiusto. Questi rilievi, che il Tribunale ha condiviso in maniera totale, sono stati svolti dalla Difese fin dall’udienza preliminare.

Quanto alla turbativa d’asta, l’Accusa affermava che vi fosse un accordo illecito, in base ad alcuni elementi che, come è Suo dovere, ha portato all’attenzione del Tribunale. Nel pubblico dibattimento, questi elementi sono stati esaminati e sviscerati in ogni modo, dal PM, dalle Difese e dai Giudici. Non hanno retto, lasciando spazio al dubbio, perché semplicemente erano difettosi e viziati nella loro stessa genesi.

Essi consistevano, principalmente, nelle accuse di Maria Amoruso. Di costei il Tribunale dice, in sostanza, quel che noi stessi ed altri Difensori abbiamo più volte evidenziato: non si tratta di una testimone “pura”, la cui sola parola potrebbe bastare a provare i fatti. Si tratta, invece, di una persona pesantemente coinvolta nei fatti di causa, e proprio questo coinvolgimento impedisce di credere alla sola sua parola, imponendo la minuziosa ricerca di elementi di conferma.

Maria Amoruso sarebbe stata credibile, a dispetto dei legami con l’imprenditore Annunziato Lombardo e delle ragioni di risentimento nei confronti di alcuni imputati e testimoni, se le sue parole avessero trovato conferma in fatti precisi e dimostrati.

Su questo punto, con una linearità e precisione espositiva di molto superiore agli standard a cui siamo abituati comunemente, il Giudice estensore elenca una vasta serie di elementi testimoniali e documentali che hanno un contenuto non conforme alla versione di Maria Amoruso. Noi le riteniamo sonore smentite, e crediamo che non siano giunte per caso.

A questo punto, Vi pregheremmo sommessamente di non pretendere da noi, che nel bene e nel male siamo italiani, un atteggiamento “anglosassone”. Anche un compassato avvocato inglese si sarebbe indignato nel vedere Sergio Ambrosone, che conosciamo per persona di specchiata onestà, tratto a giudizio con quelle accuse e sulla base di quelle dichiarazioni, che continuiamo a ritenere illazioni calunniose.

Nel processo, gli elementi a carico di Ambrosone si sono rivelati per quel che erano, cioè non sufficienti a dimostrare l’ipotesi d’Accusa. E questo, badate bene, non perché Ambrosone è fortunato o per la bravura dei suoi avvocati, ma perché non ha commesso nulla di illegale. A nostro avviso, non si può provare ciò che non esiste, ed è proprio a questo che serve il processo giusto”.

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