“Uccidi i miei genitori, ti pago” così la coppia di amici ha organizzato l’omicidio di Pontelangorino

Ad uccidere è stato il 17enne su preciso mandato del figlio delle vittime. Si aggiungono pezzi su pezzi, nelle complessa ricostruzione del drammatico puzzle dell’omicidio di Pontelangorino.

La decisione di uccidere è stata presa lunedì sera, forse dopo l’ennesimo litigio con i genitori per colpa del suo scarso rendimento scolastico. Nella testa del Riccardo, 16anni, figlio di Nunzia di Gianni e Salvatore Vincelli è scattato dunque un terribile piano, uccidere i genitori, anzi “ingaggiare” il migliore amico Manuel, un anno più grande affinché compia, dietro compenso, il delitto.

Tutto deciso dunque, nei minimi particolari, come uccidere e come disfarsi dei corpi, come “ripulire” la scena del crimine. Qualcosa però, a metà piano, è andato storto.

Manuel è arrivato a casa della famiglia Vincelli nella notte tra lunedì e martedì portandosi l’arma, un’ascia, e l’occorrente per legare le vittime, i sacchetti di plastica e il nastro adesivo, per coprire quei visi che lui bene conosceva, che il suo “mandante” chiamava Mamma e Papà. Mentre Riccardo si trovava nel garage divenuto la sua dependance, Manuel saliva in piedi sul letto dei suoi genitori e a colpi di ascia, 9 in tutto, metteva fine alle vite di Nunzia e Salvatore, genitori del suo migliore amico, per il quale era disposto a fare tutto, compreso uccidere.

La regia prevedeva poi di legare i corpi, coprire i volti con i sacchetti di plastica, perché Riccardo non fosse costretto a vederli, ma anche per non lasciare troppe tracce di sangue. Infine le vittime dovevano essere prese e portate, con una delle auto di famiglia, lontano da casa per essere gettate in un canale. Qualcosa però è andato storto. Manuel non è riuscito da solo a spostare i cadaveri, ha portato la donna in cucina e l’uomo in garage. È iniziato un via vai dei due ragazzi, dentro e fuori dalla casa, poi forse presi dal panico e dalla paura di essere scoperti, hanno deciso di andarsene e adottare il piano B, quello della finta rapina. Una ricostruzione questa a cui gli inquirenti, in particolare i militari della Compagni di Comacchio, sono arrivati lavorando in modo concitato nelle prime ore successive alla scoperta dei cadaveri, incrociando i rilievi nella casa e le dichiarazioni e contraddizioni dei ragazzi ascoltati.

I militari hanno capito, grazie anche ad un dettaglio delle impronte delle scarpe, che chi aveva materialmente ucciso non poteva essere il figlio della coppia. Hanno scelto allora di mettere sotto torchio l’amico che alla fine non solo ha confessato, ma dopo un faccia a faccia, ha portato ad ammettere le sue responsabilità anche il suo complice.

Riccardo, la mente del delitto, il figlio delle vittime, non sembra avere avuto un attimo di cedimento. Dalle ricostruzioni degli inquirenti appare essere lui il più forte, al punto da convincere l’amico, consegnandogli un’ottantina di euro e promettendogliene altri, ad uccidere i propri genitori, ma non abbastanza da farlo lui stesso.

Manuel invece, ci racconta il suo legale, l’avvocato Lorenzo Alberti del Foro di Bologna, è sconvolto. Hanno avuto un colloquio di poco più di mezz’ora nel tardo pomeriggio di ieri durante il quale il ragazzo, molto scosso, ha ribadito la propria confessione mentre il legale ha cercato di spiegargli quale sarà l’iter giuridico che lo aspetta. Domani dovrebbe esserci l’interrogatorio di garanzia e oggi pomeriggio il legale incontrerà i famigliari. “Ho parlato pochi minuti ieri con il padre, spiega Alberti, ed è veramente distrutto. La mia attività difensiva, aggiunge ancora il legale, sarà orientata, per quanto possibile, ad un recupero di questo ragazzo, magari coinvolgendo un professionista esterno, per un percorso riabilitativo o una perizia”.

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