27 anni fa morivano 39 persone all’Heysel, Battaglioli c’era

Battaglioli stringe in mano il Guerin Sportivo dell'epoca

Circa trent’anni fa, 29 maggio 1985, cinque ragazzi finalesi salivano in macchina per andare in Belgio a vedere una partita di calcio.  “Mi viene la pelle d’oca a ripensarci – giura Michele Battaglioli, tecnico del Re Centese -, lo ricordavo agli amici che ricorre il funesto anniversario; per tanti anni ho sognato i cori dei tifosi inglesi che caricavano contro di noi”. Salto all’indietro nel tempo, è la primavera del 1985, mancano pochi giorni alla finale di Coppa dei Campioni che la Juventus non ha mai vinto. Battaglioli, che all’epoca ha 23 anni, assieme ad un gruppo di coetanei e al fratello di uno di loro appena diciassettenne, trova tramite la Gazzetta dello Sport un pacchetto viaggio con un solo pernottamento e il biglietto per l’ingresso allo stadio. “Avevo uno zio, emigrato, che ci ha accolto la prima sera; trovare i tagliandi era stato difficilissimo, erano introvabili. Erano validi per la curva “Z “ ed erano stati inizialmente destinati agli abitanti locali, poi suddivisi tra noi e gli inglesi”. All’arrivo, l’accoglienza non è delle migliori. “Ci eravamo imbattuti negli hooligans inglesi, già cotti da litri di birra, che ci avevano intimato di lasciargli le sciarpe bianconere; ci rifiutammo e uno di noi fu picchiato e mandato all’ospedale. Il giorno dopo ci siamo presentati allo stadio, mancava un quarto alle otto, ma si capiva che qualcosa non andava; gli italiani perquisiti da capo a piedi e gli inglesi carichi di birra entrati senza problemi; si stavano preparando alla guerriglia”. Il nefasto presagio si avvera dopo pochi istanti, quando i tifosi dei Reds caricano. “Lo stadio assomiglia molto al Mazza; era come se fossimo nell’angolo destro della Ovest, senza via di fuga se non il precipizio. Stretti come sardine ci siamo riparati il volto coi gomito; eravamo disperati, ho creduto di morire, mentre stringevo a me il fratello del mio amico. Al crollo del muro, ho capito che ce l’avremmo fatta, perché non rischiavamo più l’asfissia. Tornai indietro a cercare gli altri, ma trovai cadaveri con la bava alla bocca. Gli amici, per fortuna erano sani e salvi in campo, ma quei minuti rimarranno per sempre impressi nella mia memoria”. Storia a lieto fine con i cinque finalesi tratti in salvo da una famiglia calabrese e poi rimpatriati. “E’ stata la paura più forte della mia vita, nemmeno l’aneurisma patito a gennaio di quest’anno mi ha impressionato allo stesso modo; una volta entrato in sala operatoria, era già  tutto passato e per fortuna, per la seconda volta, senza conseguenze”. Battaglioli non ha nemmeno visto la partita. “Pensavamo non l’avrebbero fatta, col senno di poi hanno fatto bene a giocarla, sennò sarebbe stata una strage”.

Un pensiero su “27 anni fa morivano 39 persone all’Heysel, Battaglioli c’era

  • 29/05/2012 in 23:52
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    Caro Michele, a quei tempi era meglio andare a vedere il Finale, bel gioco, goal, vittorie e sbaraccate in compagnia, Stadio Comunale pieno di appassionati…….
    Stammi bene.
    un saluto.
    f.bonet

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