Allarme per la produzione della pere, Confagricoltura chiede lo stato di calamità

Più severe, e forse nuove, forme di alternariosi o “marciume calicino” rischiano di sfiancare la produzione di pere, in particolare quella della varietà regina, Abate Fetel, che è coltivata principalmente in Emilia-Romagna.

La Confagricoltura regionale lancia l’allarme: «È un danno incalcolabile. Mai avrei immaginato – spiega Albano Bergami, presidente dei frutticoltori – che malattie fungine ormai note al territorio, per i danni provocati negli anni al nostro patrimonio pericolo, si potessero ripresentare con una tale virulenza e velocità di diffusione».

Saranno fortemente ridimensionate le percentuali di crescita stimate per la varietà Abate, in Emilia-Romagna, nel 2020, pari ad un + 107% sul 2019, quando i volumi produttivi toccarono il fondo: 106 mila tonnellate contro le 247 mila dell’anno precedente. Cala così una scure sulla campagna di raccolta in corso nell’areale regionale, preannunciata da una produzione attesa di pere difficilmente raggiungibile e vicino alle 423 mila tonnellate rispetto alle 246 tonnellate del 2019 (fonte: Cso).

«La malattia fungina detta ”marciume calicino” non è una novità per i nostri produttori e può danneggiare anche altre varietà quali Conference, Decana o Kaiser, però le molecole essenziali per la difesa da questa fitopatia – incalza Bergami – sono state recentemente bandite dalla Ue e quelle ammesse, di ultima generazione ma esclusivamente “monosito” – azzarda una ipotesi l’imprenditore ferrarese – potrebbero aver generato resistenze attraverso la selezione di nuovi ceppi».

Il presidente di Confagricoltura Emilia Romagna, Marcello Bonvicini, rimarca «che non bisogna vietare l’utilizzo di molecole indispensabili per la difesa fitosanitaria delle piante senza aver prima individuato soluzioni alternative efficaci». E conclude: «Sembra non esserci tregua per la frutticoltura. Chiediamo lo stato di calamità per queste fitopatie, che per la prima volta si sono manifestate in modo così aggressivo e che incideranno sul bilancio annuale di migliaia di aziende emiliano-romagnole, già a rischio chiusura per l’aggravarsi della crisi di settore, con inevitabili ricadute economiche e occupazionali per la nostra regione». Una richiesta che sottintende inoltre l’esigenza di interventi indifferibili nel breve, ossia «azioni di presidio e prevenzione per scongiurarne la proliferazione evitando così gli errori commessi in passato con altre avversità biotiche», e nel medio-lungo, «concentrando risorse umane e finanziarie sulla ricerca finalizzata alla individuazione di nuovi metodi di contenimento e contrasto».

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