Anti-politica o anti-corruzione?

Travolti dal ciclone degli scandali, i partiti sono nell’occhio del ciclone. Chi grida “via i partiti” e “no al finanziamento pubblico”, sa tuttavia che i mali non sono della politica tout court o dei partiti, ma di alcuni politici – uomini e donne – e di un sistema in cui mancano i controlli delle spese elettorali e nuove regole al finanziamento.

Va in questa direzione il monito odierno del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che arriva nello stesso giorno in cui è stato presentato l’emendamento del governo al ddl anti-corruzione.

Sale a cinque anni la pena massima del reato di corruzione per l’esercizio della funzione: è una delle novità contenute nell’emendamento del governo al ddl anti-corruzione depositato dal ministro della Giustizia Paola Severino alle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera riunite in maniera congiunta. Modifiche su cui i partiti saranno poi liberi di fare ulteriori cambiamenti. Il dibattito in aula viene dunque rinviato a maggio.

Il testo depositato dal Guardasigilli prevede che “il pubblico ufficiale che, in relazione all’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri riceve per sè o per un terzo denaro o altra utilità o ne accetta la promessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni”.

La riformulazione dell’articolo 318 del codice penale consente, si legge nella motivazione che accompagna il testo, “di ricostruire con maggiore precisione i ‘confini’ fra le diverse forme di corruzione: da una parte la corruzione propria che rimane ancorata alla prospettiva del compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio; dall’altra l’accettazione o la promessa di utilità indebita da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, che prescinde dall’adozione o dalla omissione di atti inerenti al proprio ufficio”. Le norme anticorruzione incideranno sui processi in corso, spiega il ministro , ma questa è la normale fisiologia e non la patologia del sistema”.

Sul falso in bilancio, Severino assicura che il governo è pronto ad intervenire sulla materia che avrà una sua autonoma trattazione.

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