Antonia Arslan “donna della memoria e della parola”

Intervista ad Antonia Arslan, docente e scrittrice, 2010,  La voce delle donne, Soroptimist Italia

Sono le scelte che facciamo quotidianamente ad orientare la nostra vita.”
Le vittime si dicono sempre” a da passà a nuttata”.

Ho incontrato per la prima volta la professoressa Antonia Arslan, docente di Letteratura all’Università di Padova, a Ferrara in occasione della laurea honoris causa conferitale dall’Ateneo estense. Ma ho sentito come impellente il bisogno di intervistarla dopo essere stata letteralmente conquistata dal suo romanzo capolavoro “La masseria delle allodole”.
Raramente ci rendiamo conto della straordinaria potenza che la memoria e la parola insieme possono sprigionare. Queste forze, democratiche per natura, possono averla vinta sul silenzio e sull’oblio, di cui si servono i processi di rimozione collettiva per cancellare il male dalla Storia. Così è bastata l’uscita di un libro bellissimo, come “La masseria delle allodole”(BUR editore), primo romanzo di Antonia Arslan, scrittrice
italiana di origine armena, perché tantissimi lettori venissero a conoscenza direttamente, senza filtri, se non quelli della fantasia affabulatrice e dei ricordi personali dell’autrice, di una tragedia storica su cui è calato nel secolo scorso un pesante e lungo silenzio: il genocidio degli Armeni, perpetrato nel 1915 in Turchia dal governo nazionalista dei Giovani Turchi.

Uno sterminio di inaudita ferocia, di cui furono vittime 1.500.000 di persone: la quasi totalità degli Armeni dell’Anatolia.
Questa intervista, che Antonia Arslan mi ha concesso via skype dalla sua stanza d’albergo negli Stati Uniti – dove a Los Angeles NEL 2010 ha ricevuto una medaglia d’oro –vuole rendere omaggio alla sua attività di donna della “memoria e della parola”, ma voleva anche salutare la nascita del primo Soroptimist Single club
armeno, fondato il 29 maggio 2010 a Yerevan, capitale della giovane Repubblica Armena.

L’intervista a cura di Dalia Bighinati
da “La Voce delle donne” 2010.
Dopo essersi dedicata per molti anni a scrivere saggi sulla Letteratura italiana popolare e
d’appendice, Lei ha scritto un romanzo, “La masseria delle allodole”, che, raccontando una
storia di famiglia, ha squarciato in Italia e nel mondo l’indifferenza e il silenzio su una grande
tragedia collettiva rimossa. Era questo il suo obiettivo?
Più che un obiettivo concreto, a spingermi a scriverlo è stata una sorta di necessità
interiore. Non sapevo dove sarebbe andata a finire la storia, dentro di me avevo questi
racconti. Mi pareva di vedere le pile di cadaveri nel deserto siriano, sentivo il dovere
di raccontare, di dare voce a tante creature dimenticate. E visto che ero in grado di
farlo….
Nel suo romanzo il male si mostra sotto forme diverse: il fanatismo politico, l’odio etnico e
religioso, l’avidità… Era necessaria questa discesa agli Inferi per scuotere le coscienze dei
lettori? Quanto le è costato raccontare tutto ciò?
Mi è costato tanto cominciare, dare corpo alle immagini che avevo in mente. Mi è costato molto anche raccontare la tragedia di Sempad, il fratello del nonno. La tragica
fine dell’amore che lo lega alla moglie, Sushanig. Quanto al male della storia, penso
che ci coinvolga sempre tutti. Sono le scelte che facciamo quotidianamente ad
orientare la nostra vita.
Come descrivono gli studiosi di Psicologia delle masse, dentro ognuno di noi c’è tutto il bene e
tutto il male possibile, coloro che vogliono convincere le folle a diventare strumento di orrore,
fanno leva sui sentimenti negativi che ci portiamo dentro, ma poi è il singolo a farsi artefice e
strumento di male. Lei si è portata dentro per tanti anni la tragedia del popolo armeno, quando
ha deciso di scriverne, parlando direttamente di sé e della sua famiglia?
Ad aprire lo scrigno dei miei ricordi è stato il poeta armeno Daniel Varujan, che ho
tradotto con l’aiuto di due giovani che ben conoscono la Lingua armena. Varujan
aveva trent’anni quando fu ucciso, portava con sé il quaderno delle sue poesie, che fu
trovato dentro la sua giacca vent’ anni dopo, in un magazzino militare turco. “Il
Canto del Pane” è una raccolta stupenda di versi d’amore, vero inno alla vita e al
lavoro. Leggerli è stato come immergermi in quella parte di me, che era rimasta così
a lungo silenziosa.
Sushanig, Azniv, Ismene, protagoniste femminili de “La masseria delle allodole” sono figure
dolci e forti, piene di vita anche di fronte alle prove più dolorose. Questi tratti, che sembrano
contrassegnare l’identità delle donne armene, finiscono per spostare l’attenzione dall’orrore
verso gli aguzzini alla pietà per le vittime. E’ questo che voleva?

Il disegno che guidò il genocidio era quello di uccidere subito gli uomini e di
deportare poi le donne nel deserto, avviarle ad una morte lenta e terribile, fra stenti,
stupri, violenze di ogni genere. Le più belle furono portate negli harem, le più forti
costrette a servire. Le donne de “La masseria” sono come quelle che ho conosciuto
nella mia adolescenza. Forti e un po’ dominatrici, affettuose, mediorientali. In loro si
incarna la forza della vita oltre ogni tragedia.
Nella prima parte del romanzo noi respiriamo la precarietà e la minaccia che incombono sulla
famiglia degli Arslanian. Sentiamo che la straordinaria bellezza di quel mondo sa già di morte. E
soffriamo nel vedere così indifesi e increduli i protagonisti: vivono sull’orlo di un abisso e non
fanno nulla per evitarlo. Si sarà chiesta anche Lei il perché di tanta cecità.
E’ stato così anche per gli Ebrei di fronte allo sterminio programmato da Hitler, che
conosceva bene ciò che era accaduto in Turchia e lo prese ad esempio. E’ come se di
fronte ad un male impensabile, come il genocidio, scattasse un meccanismo di rifiuto.
Nel 1915 molti Armeni pensarono di essere nuovamente di fronte ad una delle tante
ondate di violenta sopraffazione, alle quali come minoranza erano stati abituati
attraverso i secoli. Non fu così e soltanto chi capì riuscì a mettersi in salvo fuggendo
dalla Turchia. Ma la maggior parte si convinse che avrebbe potuto sopportare. Le
vittime si dicono sempre” a da passà a nuttata”.
La figura del nonno, grande chirurgo di Padova, la famiglia dello zio, la masseria, simbolo della
grande famiglia patriarcale, sono avvolte da un’aura mitica, piena di nostalgia verso il paradiso
perduto per sempre…è questo che rappresenta per lei la sua origine armena? Una patria
impossibile a lungo sognata?
Effettivamente per me questi luoghi sono circondati di un’aura mitica, un mondo di
sogno arrivato fino a me attraverso i racconti del nonno, storie divertenti della sua
infanzia, quando lui e il cugino rubavano nei campi meloni così grandi che dovevano
portarli via su una carriola. L’uva aveva chicchi enormi e i grappoli erano così
pesanti che i bambini dovevano trasportarli su bastoni. Questo mondo è diventato il
mio paradiso perduto, una terra dell’Eden che non ho più dimenticato e che ho
trovato più tardi nelle poesie di Daniel Varujan. In una di queste, “Notte sull’aia”, di
sapore leopardiano, un contadino sdraiato per terra, di notte, contempla il cielo e lo
sente come la patria perduta. Ecco, a me è accaduto qualcosa di simile nei confronti
delle antiche tradizioni armene.
Il suo secondo romanzo, La strada di Smirne, scritto nel 2009, riprende la vicenda narrata nel
primo si conclude con l’incendio di Smirne del 1923, di cui furono vittime Greci e Armeni di
Turchia. Sotto accusa sono ancora l’integralismo e l’odio etnico, i grandi mali del Novecento.
Che ruolo ha questo romanzo rispetto al primo e che cosa l’ha spinta a scriverlo?
Sentivo il bisogno di far andare avanti i miei personaggi. In Turchia c’erano la
lamentatrice greca, Ismene, il prete Isacco, il mendicante zoppo, Nazim, salvatori dei
quattro bambini. A Venezia c’erano mio nonno, Yerwant, i suoi due figli, due veri e
propri signorini, mandati dal padre ad incontrare i loro quattro cugini, sottratti miracolosamente al genocidio, sopravvissuti ad ogni orrore, inselvatichiti dalla fame, dalle deportazioni, da un anno passato chiusi in una cantina di Aleppo. Come sarebbe stato il loro incontro? In più c’era la tragedia delle minoranze dell’Anatolia, non solo gli Armeni, ma anche gli Assiri, i Greci e più tardi i Curdi. Con l’incendio di Smirne si consuma lo sterminio di queste etnie, come ci raccontano i dati nella loro cruda verità. Prima del 1923, l’anno dell’incendio di Smirne, in Anatolia il 24% della popolazione era costituito da cristiani, oggi appena lo 0,01%.
Molti sapevano, ma tacquero e si resero complici. Basta la paura a spiegare tutto ciò? Che
lezione ci viene da questi fatti, che purtroppo non sono rimasti isolati nel Novecento? E
soprattutto quali sono, se esistono, gli anticorpi cui ancorare la nostra coscienza?
Gli anticorpi ci sono, basta pensare a quelli che gli Ebrei chiamano “i giusti”. Anche gli Armeni a
Yerevan, come gli Ebrei a Gerusalemme, presso il museo di Yad Vashem hanno costruito per
celebrarne la memoria il loro Giardino dei Giusti. “Quelli che non si voltano dall’altra parte”, come
io li ho chiamati nella prefazione ad un libro per ragazzi, “Lontano da casa”, scritto da un
americano di origine armena, David Kherdian. è la storia di Veron, sua madre, sopravvissuta al
genocidio. Il padre commenta l’intervento di un contadino turco, che sfida l’ira dei soldati per dare
un pezzo di pane ai deportati, con queste parole “Vedi? Lui si prende sulle spalle il peso di tutto il
male del suo villaggio!”
Agli inizi del Novecento il crollo dell’impero Ottomano rivoluziona l’assetto geopolitico di
quell’area. Lei illumina le pagine di una Storia, che gronda di lacrime e sangue e che a scuola
non si insegna. Ancora silenzio e rimozione, perché?
Le potenze vincitrici della prima guerra mondiale, Francia, Inghilterra e anche Italia,
seppure in misura minore, volevano spartirsi la Turchia, eliminando ogni traccia
dell’impero Ottomano. Ma il generale Mustafà Kemal si oppose a questo disegno e
riuscì a dare vita alla Repubblica turca indipendente. Per ottenere i suoi favori e
ingraziarsi il nuovo padrone della Turchia, le potenze europee, pur avendo le navi
nella rada di Smirne, non salvarono le migliaia di donne e uomini che avevano il
fuoco alle loro spalle. Fu così anche per gli Italiani. Solo che questi, per la loro natura
anarcoide, salvavano di notte chi non potevano salvare di giorno. A tutto ciò si
aggiunge il trattato di Losanna che nel 1923 riconobbe la fine del sultanato turco.
Kemal Ataturk diventò il padre della patria e le potenze occidentali ebbero tutto
l’interesse a mettere a tacere l’accaduto.
Il 24 aprile, “Giorno della memoria” per gli Armeni, ricorda una verità che stenta ancora oggi
ad essere riconosciuta, non solo dal governo turco, ma da molti altri Paesi. Lei come si spiega
questa congiura del silenzio?
Il negazionismo ha il potere di riaprire ogni volta una vecchia ferita, mai veramente
rimarginata. è come un’ingiustizia che ti rode dentro. Così anche la viltà dei governi.
Di recente la Turchia ha richiamato il suo ambasciatore dalla Svezia, dopo che il
parlamento di Stoccolma ha riconosciuto come genocidio il massacro degli Armeni.
Una crisi diplomatica subito rientrata, perché il ministero degli Esteri e il premier
svedesi hanno chiesto scusa alla Turchia. Negli Stati Uniti gli Armeni stanno ancora aspettando che Barak Obama mantenga la promessa, fatta loro in campagna elettorale, di definire esplicitamente come genocidio il massacro del 1915.
Il genocidio armeno rappresenta una delle ragioni più forti contro l’ingresso della Turchia
nell’Unione Europea. Che cosa potrebbe rendere possibile oggi la riconciliazione tra la comunità
turca e quella armena?
Il parlamento Europeo per quattro volte ha dato parere contrario all’ingresso della Turchia nell’UE,
ma sappiamo che questo è un organo consultivo e non deliberativo. Quanto alla possibilità di una
riconciliazione, sono convinta che se i Turchi di oggi fossero disposti a riconoscere le atrocità
commesse dai loro padri e chiedessero scusa agli Armeni, questi accetterebbero.
Che ruolo hanno avuto nella sua vita le sue origini armene e che cosa deve maggiormente alla
cultura armena respirata in famiglia?
Io ho una cultura italiana a tutti gli effetti, mi sono formata sui classici italiani e sui
classici greci per i quali avevo una passione sfrenata. Scrivo in italiano e non potrei
scrivere che in italiano, la mia parte armena riguarda piuttosto l’oralità, le favole, i
racconti del nonno, gli zii che venivano da Aleppo con i braccialettini, gentiluomini e
gentildonne vestiti all’antica, che non ho mai dimenticato. è anche la coscienza della
solitudine degli esuli e dei sopravvissuti. Si muovono nel mondo, ma sanno che non
potranno mai più tornare a casa, di non avere più alle spalle una famiglia, di avere
spezzato i legami con il loro passato. Io sono un po’ come loro, amo viaggiare, ma ho
questa forte consapevolezza della solitudine.
Recentemente la malattia e quella specie di prova generale della morte, che è il coma, ha messo
in moto in Lei altre riflessioni.
Non riesco a pensare al terzo libro della trilogia, se prima non risolvo questa storia
personale. Così ho pensato di scrivere un libriccino per raccontare l’esperienza di
questa realtà parallela, in cui sono vissuta un anno fa, sentendomi come un bambino.
Per me è stato, davvero, come nascere una seconda volta.
Il 29 maggio venticinque donne di Yerevan daranno vita al primo Single Club Soroptimista
armeno. Fra i valori su cui si fonda la nostra Associazione al primo posto ci sono la difesa e la
promozione dei diritti umani universali riconosciuti dalle Nazioni Unite. Lei pensa che le donne
possano creare le condizioni per un mondo migliore, finalmente rispettoso di questi diritti?
Ne sono molto contenta, anche perché sono stata a lungo socia del Club di Padova, da
cui sono uscita perché invitata a far parte, prima donna in assoluto, di un Lions Club
fondato da mio padre. All’epoca non si poteva far parte di due club service. Ho
saputa della fondazione del Club di Yerevan da una mia ex allieva, che vive a
Vicenza, alla quale ho dato quattro copie firmate de “La masseria delle allodole”, due
in armeno e due in inglese, da portare come mio pensiero al nuovo Club. Ho fiducia
nelle donne. Penso che, se non si faranno prendere dal fanatismo, come accade a
quelle che si fanno esplodere, possano fare qualcosa di buono nel mondo, proprio per
renderlo più giusto.

Chi è Antonia Arslan?
Laureata in archeologia, Antonia Arslan, è stata professore di Letteratura italiana moderna e
contemporanea all’università di Padova. È autrice di saggi pionieristici sulla narrativa popolare e
d’appendice (Dame, droga e galline. Il romanzo popolare italiano fra Ottocento e Novecento) e
sulla “galassia sommersa” delle scrittrici italiane (Dame, galline e regine. La scrittura femminile
italiana fra ‘800 e ‘900). Attraverso l’opera del grande poeta Daniel Varujan – del quale ha
tradotto (con Chiara Haiganush Megighian e Alfred Hemmat Siraky) le raccolte II Canto del Pane
e Mari di grano – ha riscoperto la sua profonda e inespressa identità armena. Ha curato un libretto
divulgativo sul genocidio (Metz Yeghèrn. Il genocidio degli Armeni, di Claude Mutafian) e una
raccolta di testimonianze di sopravvissuti rifugiatisi in Italia (Hushèr. La memoria. Voci italiane di
sopravvissuti armeni). Ha scritto nel …il suo primo romanzo, La Masseria delle Allodole, “perché
non ha potuto farne a meno”. Del 2009, La strada di Smirne, secondo romanzo dedicato alla storia
del genocidio e della sua famiglia.

La scrittrice il 9 marzo 2010 a Roma è stata celebrata con la
medaglia d’oro del Ministero della Cultura dell’Armenia, il 21 marzo a Los Angeles ha ricevuto la medaglia d’oro del premio “NAREKATSI” istituito otto anni fa da “Friends of UCLA Armenian
Language and Culture Studies”, l’associazione che sostiene la cattedra di armenistica
all’università californiana di Los Angeles. Dal romanzo di Antonia Arslan, La masseria delle
allodole, vincitore di numerosi premi, Paolo e Vittorio Taviani nel 2007 hanno tratto l’omonimo
film, reperibile in DVD.

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