Arcivescovo Ferrara: “La cittadinanza è un dono, non un problema” – VIDEO

Sul confronto mediatico suscitato dal rinvio a processo del leader della Lega Matteo Salvini per il caso Open Arms, interviene oggi con una lettera ai direttori delle testate ferraresi l’arcivescovo della diocesi di Ferrara Comacchio, Mons. Giancarlo Perego, che attraverso i giornali si rivolge al senatore ferrarese di Fratelli d’Italia Alberto Balboni e ad altri politici in sintonia con il senatore sulla politiche nei confronti dei migranti, per chiarire, dice l’arcivescovo, che cosa sia la “morale sociale”.

La lettera integrale di monsignor Perego

Egregio Direttore,

Le chiedo uno spazio sul Suo giornale perché, da Pastore della Chiesa di Ferrara-Comacchio, mi sento in dovere di spiegare al Sen. Balboni e ad altri politici – che forse non frequentano i nostri ambienti ecclesiali e tantomeno la catechesi degli adulti – l’esistenza di una parte della morale e del catechismo, che si chiama “morale sociale”. Quest’ultima si è sviluppata particolarmente dal 1891, quando uscì la prima Enciclica di Leone XIII, la Rerum Novarum, che tutelava i diritti dei lavoratori, ed è progredita fino ad oggi, con l’ultima Enciclica sociale di papa Francesco, Fratelli tutti. Parallelamente la Chiesa in Italia, ma anche le Chiese locali, hanno tradotto e accompagnato questo magistero con documenti propri (come “Evangelizzazione e promozione umana”, “Educare alla legalità”, “La Questione fiscale”, “Le migrazioni segni dei tempi”, etc.), ma anche riproponendo le Settimane Sociali dei cattolici italiani. Già in quella di Reggio Calabria del 2009, a cui ho partecipato insieme a 600 delegati diocesani e a un centinaio di Vescovi, nel documento finale (n.15) si è convenuto, tra le altre cose, la necessità di proporre una modifica della legge sulla cittadinanza. La storia dei processi di democratizzazione delle società politiche occidentali – e questo forse il senatore Balboni dovrebbe saperlo – coincide con la storia della progressiva affermazione dei diritti di cittadinanza, attraverso un duplice movimento: l’aumento del numero e del tipo di quelli riconosciuti e garantiti ai cittadini; la progressiva estensione di questa stessa classe, cioè di coloro che hanno titolo a godere di tali diritti. In un processo di democratizzazione, pertanto, una mobilità crescente e diffusa chiede non di limitare, ma di estendere. Per quanti sono arrivati già da tempo e sono inseriti nel tessuto sociale è importante applicare il concetto di “cittadinanza”, che si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia, scrive Papa Francesco. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli» (Fratelli tutti, 131). Dal 2002 ad oggi in Italia, 1.400.000 persone hanno ottenuto la cittadinanza dopo 10 anni dalla permanenza secondo la legge.

In realtà questo è accaduto dopo 12/14 anni a causa dei tempi ministeriali. La riforma della normativa è fondamentale per un Paese a forte tasso di immigrazioni negli anni scorsi, quale è stata l’Italia. È necessario passare da una legge incentrata sullo jus sanguinis – la legge è la n. 91 del 5 febbraio 1992 – che guarda soprattutto al rientro dei nostri emigranti, a una basata sullo jus soli o sullo jus culturae. La legge attualmente in vigore vede un provvedimento legato al requisito formale degli anni di residenza legale in Italia (dieci per il cittadino non comunitario, cinque per l’apolide o il rifugiato, e quattro per i cittadini di uno Stato dell’Unione Europea). È lento nel procedere – circa due anni – adottato sulla base di valutazioni ampiamente discrezionali quali la condotta tenuta dall’interessato, il livello di integrazione nel tessuto sociale, la posizione reddituale e l’assolvimento dei correlati obblighi fiscali. Tra l’altro, è un fatto singolare che l’Italia, con la legge del 1992, abbia aumentato e non ridotto gli anni di residenza richiesti, passando da 5 a 10 per i non comunitari, rispetto alla disciplina previgente, risalente al 1912. I tempi di residenza legale richiesti nei Paesi europei per la naturalizzazione variano: in Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Svezia, Finlandia, Francia, si chiedono 5 anni, in Danimarca 7, in Germania 8. I dieci stabiliti dalla legislazione italiana e spagnola costituiscono il limite massimo previsto dalla Convenzione Europea sulla Cittadinanza del 1997.

La cittadinanza, in altre parole, permetterebbe ai migranti di sentirsi parte della vita sociale, politica, economica e culturale della città dove vivono. Anche Ferrara e il suo territorio – come scrivevano i giornali in questi giorni – che vede continuamente diminuire le nascite e nel contempo crescere l’esigenza di lavoratori stranieri soprattutto per le campagne, che vede inesorabilmente chiudere le scuole, ha bisogno di nuovi cittadini, appassionati al bene comune.

In ordine al processo al ministro Salvini – come ho scritto – la Magistratura farà il suo corso: se c’è un processo significa che ci sono dei dubbi da dirimere, tanto più se riguardano la tutela della vita delle persone. Mi sono semplicemente fermato a rilevare un fatto: persone in fuga da guerre, da miseria, uomini e donne, minori, malati, non possono essere lasciati in mezzo al mare, tanto più per questioni ideologiche: la vita va difesa sempre. Su questo continua la nostra Resistenza, come pastori e come cattolici. Con buona pace del Sen. Balboni.

Ferrara, 20 April 2021

+ Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
Abate di Pomposa

Un pensiero su “Arcivescovo Ferrara: “La cittadinanza è un dono, non un problema” – VIDEO

  • 20/04/2021 in 22:23
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    Ci mancava tanto sentire la voce del vescovo… Pardon imam anti italiano, anti ferrarese, anti cattolico
    Ci faccia la grazia di tornare da dove è venuto e vada a pregare con i suoi simili in una moschea.
    Una vergogna per noi cattolici veri.
    Doriano

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