Basterà il vaccino a liberarci dalla paura di Covid 19?

Eccoci arrivati al vaccine day, divenuto in Italia e in Europa la bandiera che dovrebbe dare il via alla liberazione dalla pandemia. Per adesso continuiamo a chiederci se ci darà l’immunità agognata o se si limiterà, ma è già molto, a liberarci dalla paura di morire per asfissia.

Il banco di prova verrà dopo, quando scopriremo se e quanto il processo, messo in moto oggi, farà scomparire la paura di contagiare e di essere contagiati.

Questa paura sarebbe il virus più pericoloso, come scrive il filosofo, giornalista e regista francese, Bernard Henry Levy, nel suo più recente pamphlet “ Il virus che rende folli”, un libriccino di  non più di cento pagine, che si leggono in un batter d’occhio, edito da La nave di Teseo,  presentato quest’estate in una edizione ad hoc per i lettori italiani alla Milanesiana. 

La prima paura mondiale, scrive Levy, ha tolto lucidità anche agli spiriti critici più accorti, facendoci dimenticare la vera essenza del nostro essere uomini. Essenza che l’umanesimo occidentale pone nella relazione con l’altro.

Sulla paura del contagio e sul terrore di morire per asfissia nella solitudine delle terapie intensive, fra medici e infermieri esausti per lo sforzo o frustrati dal senso di impotenza, si sono dette molte cose in questi mesi. Alcune sensate, altre inutilmente polemiche nei confronti delle misure prese dai governi per arginare il contagio e salvaguardare gli ospedali dal rischio di implodere sotto uno sforzo non previsto.

Imporre l’immobilità, vietare il più possibile il contatto ravvicinato è stato visto a Wuhan, come in Italia, in Europa e poi a seguire in tutti gli altri Paesi colpiti dalla pandemia, come l’unica mossa possibile per ridurre la curva dei contagi e il numero quotidiano dei decessi.

Poichè il virus  non ha una vita propria, ma cammina sulle nostre gambe e si replica grazie a noi, la difesa più immediata è sembrata quella di fermare e di isolare tutti, o quasi.

Il nostro sistema sanitario, come quello di altri Paesi, non era preparato a contrastare un virus sconosciuto e il ricorso a lockdown più o meno lunghi, più o meno parziali, gestiti con criteri opinabili, ma gestiti, è diventata una misura pressocchè universale.

In un mondo perfetto sarebbe forse bastato dire che, in attesa di terapie mirate e di vaccini, dovevamo rispettare poche misure, antipatiche, ma efficaci: dal distanziamento fisico, all’uso delle mascherine, dall’igiene delle mani, alla cautela nel frequentare luoghi chiusi e molto frequentati.

Ma il nostro mondo non è perfetto. E’, invece, altamente complesso e noi dovremmo sapere che non esistono soluzioni facili per affrontare la complessità di una pandemia.

Bernard Henry Levy è infastidito da quanti trattano il virus come una entità con cui la Natura si vendicherebbe dei danni causati dagli uomini all’ambiente, una sorta di castigo di matrice ecologica, che ci ha aperto gli occhi sulle nostre responsabilità.

Per costoro, dice il filosofo, saremmo noi il virus.

Ma capire come vivremmo meglio in città senza affollamenti, strade senza traffico, senza miasmi e pericoli per la salute dei nostri polmoni non può significare tout court arrendersi alla desertificazione dei rapporti sociali indotta da Covid 19.

Nessuno, a mio parere, ha accettato, se non per necessità, le misure anti – sociali anti-covid.

Il virus ci ha privato di alcune libertà, ma non ci ha fatto perdere la testa. Non ci siamo abituati al lockdown, né ad una vita sanitarizzata. Chi non vede  la tristezza negli occhi delle persone con cui ci incontriamo senza poterci abbracciare o stringere la mano, è cieco. Chi non sente la voce stizzita dei commercianti, che frequentiamo nelle pause del lockdown, è sordo.

Il virus non ci ha fatto dimenticare chi siamo, non ci ha reso folli di paura, né ci ha reso indifferenti agli altri mali del mondo, anche se, a guardare la tv, si può avere questa impressione.

L’unica vera invincibile paura oggi è quella di chi, in caso di contagio, non trova nessuno disponibile a prendersi cura di lui. La paura di non poter essere curato, di morire soli e lontani dai propri cari.

Ed è’ per evitare che queste paure diventino dominanti, che il nostro Paese ha scelto sia di dare priorità al valore “salute” sia di puntare sulla ricerca e sul vaccino, perché si possa tornare quanto prima a soddisfare il nostro desiderio di socialità.

Quanto al dopo, starà a noi capire che cosa vogliamo confermare del nostro passato pre-covid, e che cosa invece cambiare per far fronte in modo meno drammatico sia alle nuove possibili pandemie profetizzate, sia ai disastri ecologici che sono già da tempo sotto i nostri occhi.

One thought on “Basterà il vaccino a liberarci dalla paura di Covid 19?

  • 02/01/2021 in 21:12
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    Nell’edizione delle 19,30 ho ascoltato la dott.ssa Melloni Noemi di USCA che ha descritto l’attività che dovrebbe svolgere l’Unita Speciale.
    Sfortunatamete ho conoscenti, a me molto cari ,che si trovano nella fase iniziale di questo contagio.Un esito positivo al tampone, per ben due volte. Oggi hanno tentato di mettersi in contatto con la struttura che li ha contattati, dopo la scoperta della positività, ma no hanno avuto risposta.
    Non riesco ad immaginare quanto complesso sia una attività di pronto intervento in questi casi , in momenti come questi ,ma pregherei, prima di dare eco di capacità di intervento, attraverso i mezzi di informazione ,di verificarne la consistenza ed efficienza strutturale. Le prove non si fanno sul campo. Questo signor Covid non scherza.

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