Crisi di governo il giorno dopo: PD pronto a confrontarsi con il M5S

Il giorno dopo le dimissioni di Giuseppe Conte e l’apertura ufficiale della crisi di governo, iniziano oggi le consultazioni del Presidente della Repubblica con le forze politiche in parlamento.

Oggi, intanto, la direzione nazionale del PD ha dato mandato al Segretario, Nicola Zingaretti, di aprire una trattativa per verificare la possibilità di “un governo di svolta per la legislatura”, in “discontinuità” col precedente. Il documento è stato approvato per acclamazione all’unanimità.

Sono Dario Franceschini per il PD e Vincenzo Spadafora per il M5S a tenere i rapporti fra Democratici e Cinquestelle in attesa di verificare la possibilità di un accordo per formare una nuova maggioranza , che porti il Parlamento fino alla fine della legislatura. Oggi la direzione nazionale del PD ha dato mandato, all’unanimità, al Segretario, Nicola Zingaretti, di aprire una trattativa per verificare la possibilità di “un governo di svolta per la legislatura”.

Il governo giallo verde caduto ieri “è stato uno dei peggiori della storia della Repubblica”, un eventuale nuovo governo deve essere “di svolta, di legislatura” altrimenti “è meglio andare alle urne”, ha detto Zingaretti, che ha sottolineato l’unità del Partito e indicato come punti fondamentali per la nascita di un nuovo governo, l’appartenenza leale all’Unione europea, il pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa, a partire dalla centralità del parlamento; lo sviluppo basto sulla sostenibilità ambientale; il cambio nella gestione di flussi migratori,con pieno protagonismo dell’Europa; la svolta delle ricette economiche e sociale, in chiave redistributiva, che apra una stagione di investimenti”:

Oggi, al di là delle accuse di inciucio con cui la Lega tenta di scaricare sui Cinquestelle l’iniziativa della crisi di governo, gridando al complotto con il PD, l’attuale situazione politica del Paese sembra far tornare indietro di 17 mesi le lancette dell’orologio, riattualizzando i rapporti di forza creati dal voto del 4 marzo 2018, con un M5S al 33%, il PD al 18% e la Lega al 17% all’interno della coalizione di Centrodestra.

In realtà nulla è come allora, di mezzo ci sono stati i difficilissimi tre mesi di consultazioni del presidente Mattarella, conclusi da un sofferto contratto di governo fra due forze da sempre antagoniste come Cinquestelle e Lega, uscita dal Centrodestra per correre da sola la sfida del governo cosiddetto del cambiamento.

E di cambiamento si è molto parlato in questi 14 mesi, a partire dai rischi corsi due volte dal Paese di incorrere in una procedura di infrazione da parte dell’Unione europea per indebitamento eccessivo .

Ma non solo. Ieri è stato il presidente dimissionario del governo giallo verde ad elencare le cose fatte in questi mesi dai due exalleati. Un elenco finalizzato da Giuseppe Conte a smentire la narrazione salviniana, che negli ultimi tempi definisce partito del ‘no” i Cinquestelle.

Il rischio che oggi il Paese corre è quella di un disorientamento generale. Chi dei Partiti in lizza è nel giusto? chi dice la verità? Chi, come Salvini, ha aperto la crisi e cercato di imporre alle Istituzioni democratiche la propria volontà di leader e addirittura la tempistica più congeniale ai suoi personali disegni di potere? o chi, come Conte, ha voluto rendere esplicite le ragioni di tutti portando la crisi in un Senato eletto appena un anno fa?

Giuseppe Conte ha evitato ogni tatticismo, ha imposto che la crisi politica fosse ufficializzata dal confronto parlamentare, si è assunto la responsabilità, e il coraggio istituzionale di dimettersi di fronte ad un Matteo Salvini che, invece, non ha dimostrato di averlo, avvitandosi su se stesso in una serie di piroette dell’ultima ora e francamente incomprensibili.

Salvini oggi fa la vittima, si sente insultato dall’ex Premier, continua a ignorarne le argomentazioni civilissime espresse ieri in Senato, e si presenta all’aperto in una conferenza stampa, che dovrebbe dimostrare fra battute e insinuazioni che il partito è unito senza contestazioni interne, meno che mai da parte di Giancarlo Giorgetti, il leghista forse più rispettato dagli avversari.

La situazione resta non solo aperta e fluida, ma piena di trabocchetti per i cittadini che vorrebbero che la classe politica pensasse finalmente a guidare il Paese fuori dalle molte difficoltà in cui si trova, senza scardinare le regole della democrazia rappresentativa, ma rispettando le Istituzioni.

D.B.

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