Decreto salva banche: ecco la verità del Mef. L’Europa impedì l’intervento del Fondo Interbancario

01 carife destino segnatoIl “No” all’intervento in Carife del fondo interbancario viene dalla Commissione europea. Ad un mese di distanza dal decreto governativo “salva banche” il Mef ne racconta per filo e per segno gli antefatti. Ecco come sono andate le cose.  

“Quel salvataggio non si può fare”: è un vero e proprio braccio di ferro tra Italia e UE  quello che racconta il Mef nel dossier pubblicato ieri sul sito del ministero

Il decreto salva  banche – dice il Mef- e’ figlio di una sconfitta nello scontro che si e’ aperto con l’Unione europea sulla vicenda di banca Tercas: diversi i punti di vista sui dissesti bancari, diverso il giudizio sull’ intervento del Fondo interbancario di tutela depositi nelle banche in crisi.

Quello che per il Mef si sarebbe, infatti, configurato come un intervento volontario e privato delle banche presenti nel Fidt, agli occhi dellla commissione europea  è apparso  come aiuto di Stato a favore di banche in condizioni di dissesto. Quindi un intervento escluso dalla normativa prevista dall’Unione europea e incompatibile con la disciplina sugli aiuti di Stato nel settore finanziario. Come confermato da una lettera dei Commissari Hill e Vestager del 19 novembre 2015, che ha definitivamente posto fine al tentativo di salvare Carife e le altre tre banche in crisi secondo il progetto ipotizzato per Carife su proposta dei Commissari e con l’avvallo degli organi di sorveglianza.

La storia, lunga e tormentata, tutta giocata a suon di interpretazioni e pareri  interpretativi di norme finanziarie europee contro normative nazionali, parte, dicevamo, dalla crisi di Tercas – Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo – e dalla soluzione ideata dal Fidt con l’intervento di banca Puglia,e approvato da Bankitalia e Mef, di salvare la banca ricapitalizzandola . Un intervento respinto dall’Unione europea e dalla stessa BCE, il cui parere positivo era, si legge nel dossier, subordinato al giudizio della Commissione

Banca Tercas, poiché il divieto europeo è arrivato quando lil Fondo era già intervenuto con 265 milioni di euro, ha dovuto restituire il finanziamento , un impegno gravosissimo assolto grazie all’intervento volontario di Banca Puglia e di alcune Banche del Fondo.

Ed è proprio sulla qualifica di “volontario” che ruota buona parte del confronto scontro fra governo italiano e commissione europea.

Quello che dal Mef è stato presentato come intervento volontario, la Commissione lo ha bocciato come intervento “obbligato”, ossia imposto in qualche modo dallo Stato. Come se l’Italia avesse voluto giocare d’astuzia con l’Europa per far passare come volontari interventi destinati a sottrarre al fallimento banche in evidente stato di dissesto,  senza che a queste ipotesi di salvataggio contribuissero i privati azionisti e obbligazionisti, come chiede, invece, la recente normativa finanziaria europea.

In realtà, per quanto riguarda Carife, gli azionisti ci avevano già rimesso la maggior parte del loro patrimonio, tant’è che le azioni erano state ridotte al valore di 0,27 euro l’una, quindi poco meno che azzerate .

Non è stato sufficiente: nel lungo braccio di ferro ha vinto Golia e il decreto, dice il Mef, è stata l’unica conclusione possibile per non azzerare l’esistenza stessa delle banche, per il cui salvataggio la Commissione ha chiesto il capitale intero di azionisti e obbligazionisti subordinati:.

 Ecco il passaggio cruciale del testo pubblicato sul sito internet del MEF

La BRRD enumera infatti tre condizioni per la sottoposizione alla procedura di risoluzione: dissesto o rischio di dissesto, mancanza di un’alternativa di mercato, inadeguatezza della liquidazione coatta amministrativa a conseguire i medesimi obiettivi della risoluzione. La direttiva elenca poi le situazioni che caratterizzano lo stato di dissesto o di rischio di dissesto: tra queste è indicata la circostanza che sia previsto un intervento pubblico straordinario a favore della banca.

Secondo la Commissione europea, dalla qualificazione dell’intervento preventivo del Fondo come aiuto di Stato conseguirebbe che la banca sia considerata in stato di dissesto o a rischio di dissesto. Poichè nei casi di specie le altre due condizioni indicate da BRRD sarebbero risultate avverate, le banche menzionate avrebbero dovuto essere avviate alla risoluzione.

L’Italia ha fatto osservare come la DGSD non qualifichi l’intervento preventivo di un meccanismo di garanzia dei depositanti come aiuto di Stato e ha sottolineato l’incongruenza del quadro giuridico che altrimenti ne risulterebbe: l’intervento del Fondo di garanzia dei depositi imporrebbe la risoluzione della banca, ma una volta che la banca sia finita in risoluzione il Fondo non potrebbe effettuare quell’intervento, in previsione del quale sarebbe stato ritenuto presente lo stato di dissesto. Infatti, ai sensi tanto della BRRD che della DGSD, il Fondo di garanzia dei depositi non può effettuare interventi del genere a favore di banche in risoluzione.

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