Difficile vivere in un mondo complesso! Ancor più difficile governare.

“Questo virus ci cambierà!” Quante volte abbiamo sentito questa frase fra marzo e aprile scorsi, come un mantra destinato a condizionare il nostro futuro. Accanto all’idea apocalittica del “nulla sarà più come prima”, la metafora della guerra è servita a molti per raccontare la pandemia come occcasione di speranza, dopo il dolore, di un nuovo inizio.

Un racconto che si è sgretolato a maggio, ai primi segnali di tregua di Covid 19, quando, pensando di avere neutralizzato il virus,  molti sono stati assaliti da una gran voglia di tornare alla “normalità”, cioè al passato, senza più mascherine,  distanziamento, divieti di assembramento, seppure temporanei, percepiti come una violazione non più sopportabile alla libertà individuale.

In queste settimane il ritorno del contagio ha messo a nudo l’illusione: non  può esserci nessun nuovo inizio se non abbiamo noi la volontà di cambiare. Servono azioni concrete e un nuovo senso di responsabilità rispetto al futuro, che vuol dire – come minimo –  una nuova cura per le generazioni di figli e nipoti, una nuova etica pubblica, maggiore rispetto per l’ambiente. Anche oggi che l’epidemia planetaria ha portato allo scoperto i punti deboli del  sistema Paese, vale a dire una catena di comando scoordinata, una sanità  povera di uomini e di mezzi, una politica che non vuole prendere decisioni impopolari, la tendenza allo scaricabarile, sembra impossibile mettere in discussione le vecchie abitudini. Così abbiamo abbiamo assistito allo scontro sguaiato fra salute ed economia, che ha paralizzato il Paese e offuscato la coscienza della inadeguatezza del sistema sanitario ad affrontare la pandemia.

Fra marzo e aprile ci è sembrato un miracolo che gli ospedali reggessero all’assalto dei pazienti Covid, abbiamo chiamato eroi, santi, martiri gli operatori, che oggi non ne possono più e chiedono, per resistere, un nuovo lockdown generalizzato, quando  sarebbe stato ed è necessario, per frenare l’assalto ai Pronto Soccorso, riorganizzare i medici di Medicina generale, metterli in grado di fermare  la malattia allo stato iniziale,  dotarli, per curare a domicilio i pazienti ai primi sintomi, dei dispositivi adeguati di sicurezza individuale, assumere neolaureati medici e infermieri per metterli accanto al medico di base, aiutarlo nel carico delle nuove attività e intanto farsi un’ esperienza guidata e ben remunerata. In più, siccome i medici di famiglia negli anni sono stati trasformati, loro malgrado, in burocrati della Sanità, servirebbero corsi di aggiornamento a raffica.

Invece di fronte alla morte, che si è ripresentata con prepotenza, facendo vittime ancora una volta fra gli ultraottantenni ospiti delle case di riposo e  spesso già molto malati, si è pensato di proporre la “chiusura” degli anziani “sani” nelle loro case, per proteggerli dal contagio, per evitare di congestionare gli ospedali e per non far chiudere  bar, ristoranti, cinema, teatri, musei, palestre… Una proposta che finge di ignorare le cause vere del contagio, che esplode laddove  non si rispettano le misure di protezione, come è avvenuto nei macelli, nei trasporti troppo affollati, nelle piazze elettorali e nei  luoghi del divertimento, dove il distanziamento è un nonsense. Perché far credere, allora, che si possa andare in giro senza precauzioni, se si tolgono dalla circolazione i più fragili, che in genere sono anche i più cauti?

Chi può dire che i giovani non abbiano  bisogno degli ospedali, se si ammalano di Covid, quali  dati  ce ne confermano l’indiscussa guarigione? E comunque quando  si ammalano, non interrompono proprio loro la catena produttiva? Senza contare il significato simbolico di questa contrapposizione fra generazioni, l’effetto psicologico che questa soluzione potrebbe provocare negli uni e negli altri. L’alibi del “segreghiamoli per proteggerli” ricalca un modello di relazione fra vecchi e giovani, figlio dell’egoismo dilagante nella nostra società, che tende ad allontanare i soggetti “scomodi”.

Gli anziani, si dice, sono quelli che in epoca di pandemia ci costringono a non andare al bar, al cinema a teatro, mettendo in tilt tante categorie produttive, addetti ai servizi, culturali, dello sport, dello spettacolo… Che cosa importa se sono i nostri genitori, i nonni, i nostri maestri? Hanno già dato, può bastare tenerli in vita!

Scatta in queste circostanze la tentazione della soluzione “facile”, figlia di un approccio semplicistico ad una questione complessa.

Difficile vivere in un mondo in cui appare sempre più rara – di fronte alle complessità – la voglia e la capacità di guardare gli altri con umanità, lo sguardo empatico e fraterno di cui parla Papa Francesco nella sua nuova Enciclica “Fratelli tutti”.

 

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