Dimissioni online, la nuova procedura obbligatoria: Una vera semplificazione?

dimissioni-telematicheEsisteva un tempo, secondo il legislatore, il fenomeno delle c.d. “dimissioni in bianco”, pratica in verità non poi così diffusa, ma evidentemente da alcuni ritenuta virale al punto tale da farne, negli ultimi dieci anni, un elemento centrale e costante nella lotta per la tutela del lavoro.

Ma che cosa sono le dimissioni in bianco? Con tale termine ci si riferisce al fenomeno, illegale, finalizzato ad obbligare il lavoratore a firmare una lettera di dimissioni senza data, di solito contestualmente alla sottoscrizione del contratto di lavoro. Appare chiaro come tale situazione possa riguardare in teoria tutti i lavoratori, ma, in pratica, interessi principalmente le categorie più deboli, donne in primis. Proprio per questo motivo, già da molti anni, è prevista una procedura di convalida delle dimissioni presso la Direzione Territoriale del Lavoro, atta a realizzare, con certezza, la volontarietà delle dimissioni rassegnate dalla lavoratrice durante il periodo di gravidanza, nonché dai genitori (di ambo i sessi) durante i primi tre anni di vita del bambino o nei primi tre anni di accoglienza del minore adottato o in affidamento.
Una prima procedura a garanzia della genuinità delle dimissioni fu introdotta nel nostro ordinamento giuridico già nell’anno 2007, per divenire operativa ad inizio 2008, quando fu imposto l’obbligo (non solo ai lavoratori dipendenti, ma anche ai parasubordinati e agli associati in partecipazione) di redigere le dimissioni su apposito modello informatico, da autenticarsi poi da parte dei soggetti abilitati ai fini della validità delle dimissioni. L’accoglienza non positiva determinò ben presto un passo indietro e il sistema appena introdotto fu abrogato pochi mesi più tardi (Giugno 2008) attraverso una norma inserita in un Decreto Legge che interveniva, tra l’altro, in materia di semplificazione.
In seguito fu la Legge Fornero, nell’anno 2012, a riportare in auge l’argomento, stabilendo l’obbligo di convalida delle dimissioni (e delle risoluzioni consensuali, prima escluse) presso le sedi protette ed introducendo, ulteriormente, una sorta di diritto di ripensamento, conferendo così al lavoratore la possibilità di revocare l’atto di dimissioni entro il termine di sette giorni.
Dal 12 Marzo 2016 le precedenti previsioni sono sostituite da quelle ancora più rigide contenute, ironia della sorte, proprio nel nuovo Decreto Semplificazioni del Jobs Act. Secondo le nuove regole, l’efficacia delle dimissioni, per i soli lavoratori dipendenti, è ora subordinata alla presentazione telematica delle stesse. I lavoratori potranno attivarsi autonomamente solo se muniti di Pin Inps dispositivo, collegandosi al portale Cliclavoro (www.lavoro.gov.it) e, dopo essersi autenticati con codice fiscale e PIN Inps dispositivo, compilando il form online dimissioni / risoluzione consensuale, seguendo le istruzioni fornite dal sistema.
Per chi non fosse munito di Pin Inps (il rilascio non è immediato e il Pin, una volta ottenuto, deve essere convertito in Pin dispositivo!) o che, a prescindere, preferisse non procedere da solo, è possibile rivolgersi ad uno dei soggetti abilitati individuati dalla Legge (Patronati, Organizzazioni sindacali, Enti bilaterali, Commissioni di certificazione di cui all’art. 76 del D.Lgs. n. 276/2003). A tal proposito non è ancora stato chiarito se i soggetti abilitati debbano fornire al lavoratore supporto gratuito o se possano legittimamente chiedere un contributo. Dai primi dati rilevati pare ci siano alcuni soggetti che pratichino un prezzo medio di 25 euro per ogni dimissione / risoluzione consensuale online.
Entrando nel merito, la procedura telematica richiede l’inserimento di alcuni dati identificativi, diversi a seconda della data di instaurazione del rapporto di lavoro. Per i rapporti di lavoro instaurati a partire dal 2008 tali dati sono recuperati automaticamente dalle comunicazioni telematiche effettuate dal datore di lavoro, mentre, per i rapporti instaurati prima del 2008, si dovranno indicare, in particolare, il codice fiscale, il comune della sede di lavoro e l’indirizzo email o PEC del datore di lavoro, prestando particolare attenzione alla correttezza di quanto inserito. Sarà poi necessario selezionare la tipologia di comunicazione (dimissioni volontarie, dimissioni per giusta causa, risoluzione consensuale o revoca) con la data di trasmissione (marca temporale). Una volta confermati i dati inseriti, il modello potrà essere salvato in formato PDF e sarà inviato automaticamente, tramite posta elettronica, al datore di lavoro e alla Direzione Territoriale del Lavoro competente. Come chiarito dal Ministero del Lavoro, ai fini della comunicazione online, la data di decorrenza delle dimissioni / risoluzione consensuale da indicare nel form è quella a partire dalla quale, decorso il periodo di preavviso, il rapporto di lavoro cessa. Pertanto, la data da indicare sarà quella corrispondente al giorno successivo all’ultimo giorno di lavoro. Questo è solo uno dei tanti chiarimenti forniti dal Ministero, che si sono resi necessari durante questo primo periodo di applicazione della nuova normativa, alimentando così, in modo continuativo, le già numerose FAQ presenti sul sito internet dedicato (ben 40 i chiarimenti alla data del 28 Aprile 2016).
Si ricorda che dalla nuova procedura sono esclusi il lavoro domestico, i rapporti alle dipendenze della Pubblica Amministrazione, il recesso durante il periodo di prova, le ipotesi di convalida presso le Direzioni Territoriali del Lavoro previste dall’art. 55, comma 4, del D.Lgs. n. 151/2001 (lavoratrice durante il periodo di gravidanza, lavoratrice/lavoratore durante i primi tre anni di vita del bambino o nei primi tre anni di accoglienza del minore adottato o in affidamento), nonché le dimissioni e risoluzioni consensuali che avvengono in una sede protetta indicata dall’articolo 2113 del Codice Civile.
Ma cosa accade se la nuova procedura telematica, così articolata e complessa, non viene effettuata oppure se non è effettuata correttamente? Nessuna comunicazione giungerà al datore di lavoro e le dimissioni non avranno efficacia, con la conseguenza che il rapporto di lavoro non si potrà ritenere risolto. Ciò comporta un costo per l’intera collettività: anzitutto per il datore di lavoro che dovrà attivarsi, come chiarito dal Ministero, per licenziare il lavoratore resosi indisponibile allo svolgimento della prestazione lavorativa, risultando così dovuto il contributo di licenziamento a finanziamento dell’indennità di disoccupazione (ora NASpI), con relativo esborso per le casse dell’Inps.
Ad una prima analisi, il sistema, così concepito, appare farraginoso e gravoso per tutti: per il lavoratore, che può trovarsi costretto a pagare per dimettersi, per il datore di lavoro sul quale ricadono gli effetti più pesanti in caso di dimissioni inefficaci e, infine, per lo Stato che dovrà sostenere prestazioni economiche altrimenti non dovute.
Il rischio concreto, in ultima istanza, è che la procedura telematica si riveli troppo tortuosa e di difficile gestione da parte del lavoratore, sia per quanto concerne le modalità di effettuazione, sia per la tempistica, con conseguenze che si riverbereranno, inevitabilmente, sulla collettività. Alla luce di tutto ciò, è davvero possibile parlare di semplificazione?

Giada Bulgarelli
Consulente del Lavoro

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