CrackCoopcostruttori, “Reato falso in bilancio non sussiste” – INTERVISTA Donigaglia

donigagliaDopo 15 anni la verità nella sentenza della Corte d’Appello bis di Bologna

Dopo la sentenza di assoluzione emessa a Gennaio dalla Corte d’Appello bis di Bologna per Giovanni Donigaglia e gli altri imputati per il crac Coopcostruttori e dopo un iter processuale durato 15 anni, arrivano le motivazioni dell’assoluzione: 212 pagine in cui i giudici di Bologna spiegano che Donigaglia e gli altri accusati

Erano convinti che “con una gestione accorta del contenzioso sulle riserve tecniche, si potesse recuperare redditività»” e per questo la loro azione era volta a “resistere sul filo del rasoio fino al soccorso decisivo” da parte di Legacoop.

In sostanza, dice ai microfoni di Telestense, l’ex patron della Costruttori, “non esiste l’elemento soggettivo del reato, non c’era dolo e, secondo i giudici, neppure colpa”. Donigaglia: “D’ora in poi lotterò per far conoscere perche Legacoop non è intervenuta per aiutare la Coopcostruttori”.

Donigaglia e gli altri dirigenti della cooperativa argentana , vero e proprio colosso dell’edilizia nazionale, sapevano che “l’attività era in crisi strutturale e con perdite sostanziali”, ma mai, aggiungono i giudici della Corte d’Appello bis di Bologna, hanno tentato di “occultare e ingannare i terzi”. “Il loro atteggiamento versi i soci”, continua il testo delle motivazioni della sentenza, “ era piuttosto teso verso un incoraggiamento, resistenza solidale, spinta in avanti”.

Questo vale anche per le quattro bancarotte (per falsità in bilancio, operazioni dolose con emissione di Apc, per emissione di fatture per operazioni inesistenti e bancarotta documentale): mancava l’elemento soggettivo del “dolo “ a cui va aggiunto l’“insussistenza di vantaggi personali degli imputati”.

In sintesi, dice Giovanni Donigaglia, “Il reato di falso in bilancio non c’era, non è mai stato commesso, quindi non c’era nemmeno, aggiunge,il reato relativo alla emissione delle APC. Quanto alla fatture anticipate, il tribunale ha individuato solo per una fattura di 300.000 euro delle carenze, confermando l’annullamento dei capi di imputazione più importanti stabilito dalla Cassazione, che ha voluto il che il processo venisse rifatto per i capi di imputazione più importanti, annullando le precedenti condanne arrivate proprio rifacimento del processo in Corte d’appello.

In particolare, secondo la Cassazione, nel processo di appello non sarebbe stato provato con sufficiente certezza l’intenzionalità del reato di falso in bilancio, come confermato dalla sentenza del processo bis di Bologna.

Dalia Bighinati

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