Donne “coraggio” alla Festa del PD

Si è aperto, sabato 14 luglio,  con un incontro sul coraggio delle donne, la Festa Nazionale Delle Donne Del PD in corso di svolgimento a Ferrara. A portare le loro testimonianza nel dibattito moderato dal giornalista RAI, Filippo Vendemmiati, Patrizia Moretti, Lucia Uva, Domenica Ferulli, Ilaria Cucchi e Donata Bergamini, che hanno raccontato le difficoltà incontrate nella ricerca della verità sulla morte violenta dei loro cari.

“La paura è normale che ci sia l’importante è che sia accompagnata dal coraggio, per non lasciarsene sopraffare per non impedire a se stessi di andare avanti”.  Sono parole divenute ormai famose di  Paolo Borsellino che  si adattano perfettamente alle testimonianze delle cinque ospiti dell’incontro che si è tenuto sabato serra a Ferrara alla Rivana che ha aperto la  festa nazionale delle donne del Pd. “Donne che non hanno paura” il titolo dell’incontro, che il giornalista Rai Filippo Vendemmiati, ha trasformato in Donne che la paura l’hanno saputa vincere. Paura di essere lasciate sole nella ricerca della verità sulla morte di un figlio, come Patrizia Moretti, del fratello, come Ilaria Cucchi e Lucia Uva, del padre , come Domenica Ferulli, tutti morti nel chiuso di camere di sicurezza, in stato di fermo, o in cella, o nel corso di  un controllo di agenti di Forze dell’ordine.

Donne impegnate a combattere per capire come sono morti i loro cari, portare alla luce la verità dei fatti, individuare i responsabili di pestaggi violenti di cui sono stati vittima i loro cari, senza con questo accusare in modo generalizzato le Forze dell’ordine. Una dopo l’altra hanno rievocato le loro storie e quelle dei loro cari. Domenica Ferulli, figlia di Michele, morto a bordo dell’ambulanza che lo aveva raccolto in via Varsavia, dopo un controllo di agenti di polizia chiamati per schiamazzi causati da persone che forse avevano bevuto un po’ troppo. Patrizia Moretti, madre di Federico, vera madre coraggio per la ostinazione con cui ha lottato, sostenuta prima di tutto dall’avvocato Fabio Anselmo per far emergere la verità sull’uccisione del figlio. Patrizia ha fatto da apripista, ha detto Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che  ha ringraziato l’intera città: “ Ferrara, ha detto, consentendo ad una difficile  verità di emergere,  ha dato coraggio  a tutte noi”. Donne due volte vittime, per i molti depistaggi subiti dalle indagini, come nel caso di Donata, sorella di Denis Bergamini, il giovane calciatore ferrarese centrocampista del Cosenza sulla cui morte avvenuta vent’anni fa  in circostanze misteriose e  liquidata come suicidio, hanno fatto luce le  nuove indagini avviate dalla procura di Castrovillari grazie all’ostinazione della famiglia e dell’avvocato ferrarese Eugenio Gallerani  accreditando l’ipotesi non di suicidio, ma di   omicidio volontario.

Testimonianze lucide concluse dall’intervento della senatrice del PD Maria Teresa Bertuzzi, che rispondendo alle domande di Filippo Vendemmiati, ha raccontato il tortuoso iter politico del reato di “tortura” che nel nostro paese ancora non è stato recepito, nonostante gli impegni assunti all’interno dell’ONU.

Di seguito riportiamo il testo  di Filippo Vendemmiati pubblicato sul sito on line di  Articolo 21 il  7 luglio 2012.
Il reato c’è, ma non è perseguibile. In Italia chi tortura gode dell’immunità garantita dall’assenza di legge. Sono passati inutilmente 25 anni, da quando nel 1987 l’Italia ratificò la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura, obbligandosi ad adattare l’ordinamento interno. Sarebbe bastato un articolo semplice copiato da altri paesi e il vuoto democratico sarebbe stato colmato.  Invece il codice penale italiano attende ancora invano che il parlamento legiferi e aggiorni. Amnesty International ha promosso una manifestazione nazionale a Roma il sei ottobre insieme alle famiglie di vittime di violazioni di diritti umani e  ha lanciato un appello firmato da 15 mila persone al presidente del consiglio e ai presidenti di Camera e Senato. L’associazione Antigone ha lanciato la campagna “Chiamiamola tortura”, raccogliendo oltre tre mila adesioni, tra i primi firmatari Andrea Camilleri, Massimo Carlotto, Cristina Comencini. Alla commissione giustizia del Senato è in discussione il disegno di legge affidato ai senatori Felice Casson del partito democratico e Alberto Balboni del popolo della libertà.In pochi giorni il testo potrebbe essere licenziato, ma alcune modifiche rischiano di vanificare il contenuto del reato. Basterebbe ratificare fedelmente la definizione presente nel Trattato dell’Onu, come è avvenuto in mezzo mondo, invece si gioca sulle parole e sull’efficacia del reato.

Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
Onu,  New York il 10 dicembre 1984
Art. 1.
 Ai fini della presente Convenzione, il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, … qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito.

Il testo presentato il 27 giugno è decisamente non conforme al Trattato Onu. Prevede ad esempio la compresenza di sofferenze psichiche e fisiche, oppure “il pestaggio senza ripercussioni psicologiche” che  renderebbe non punibile per tortura il responsabile. E’ un puro esercizio di inciviltà democratica aver aggiunto nella definizione penale di tortura l’espressione “non in grado di ricevere aiuto”. Il torturato per ottenere giustizia deve essere “non in grado di ricevere giustizia”. Alla Diaz o a Bolzaneto chi gridava aiuto riceveva un supplemento di violenza gratuita, Federico Aldrovandi e Michele Ferrulli  gridarono aiuto prima di morire, ma chi raccolse quelle invocazioni? Stefano Cucchi. abbandonato senza cure, “si lasciò morire” dunque, perché a chi avrebbe dovuto chiedere aiuto in una camera di un ospedale di un reparto penitenziario?  Infatti Stefano scrisse una lettera al responsabile della comunità dove anni prima era stato ospitato. Chissà se la lettera di aiuto è prevista nel testo della presunta legge italiana sulla tortura? Giuseppe Uva  custodito nella caserma dei carabinieri di Varese urlò di dolore, le perizie mediche hanno ipotizzato anche la violenza sessuale. Le sue grida furono udite in diretta da un amico, il p.m. che non indagò sul caso decise di non raccogliere la sua testimonianza perché “trattasi di  persona ubriaca e non attendibile”. In questo caso la casistica si arricchisce di una nuova fattispecie: non è tortura se avviene in presenza di testimoni che non superano la prova del palloncino. Le motivazioni della sentenza di un giudice hanno clamorosamente smentito le conclusioni della non inchiesta sulla morte di Giuseppe Uva e hanno apertamente sollecitato la riapertura del caso. Testimoniò un’insegnante durante un’udienza sulla macelleria della Diaz: “Io non avevo mai partecipato ad una manifestazione, era la prima volta e decisi di accompagnare i miei studenti a Genova , volevamo festeggiare insieme la maturità. Mi ritrovai piena di sangue, il setto nasale spaccato da un manganello. Volevo chiedere aiuto, ma se è la polizia che mi aveva picchiato, a chi dovevo chiedere aiuto?”.

Scrive sulla La Stampa Valerio Zagrebelscky, magistrato e giudice della Corte Europea dei diritti dell’uomo dal 2001 al 2010: “Se fosse previsto il resto di tortura le pene sarebbero ben più gravi … i reati contestati di lesioni si sono prescritti e nel frattempo nemmeno sono state applicate sanzioni disciplinari …. La conseguenza sul piano della credibilità internazionale dell’Italia è seria … sulla responsabilità del governo italiano si pronuncerà la Corte Europea dei diritti dell’uomo, alla quale sono già stai presentati diversi ricorsi … Il pretesto fatto valere è quello della necessità di proteggere la polizia da false accuse, ma le false accuse vanno scoperte e sanzionate nei processi. E purtroppo vi sono accuse più che fondate.”

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