Elly Schlein: la donna coraggiosa della politica italiana. 

LIBE committee meeting – Vote on the Dublin reform.

“Ci sono momenti della storia in cui capisci dov’è il posto in cui devi stare.” E. S.

Elly Schlein, Vicepresidente della Regione Emilia Romagna, in politica da una decina di anni, lotta da sempre per portare le donne alla parità dei diritti, per dare voce alle categorie più deboli e diritto di cittadinanza ad un modello di sviluppo che cessi di devastare le risorse della natura. Appartiene ad una generazione che parla il linguaggio dei giovani, senza ammiccare alle mode del giovanilismo mediatico. Alle elezioni regionali del 2020 con la sua lista civica “Emilia Romagna coraggiosa, ecologista, progressista” e con il suo “porta a porta” elettorale ha rinnovato nella sostanza il confronto politico con i cittadini e contribuito a permettere alla coalizione di Centro sinistra una vittoria contesa con forza dal Centrodestra. L’idea di intervistarla è nata allora, ma è stata rinviata fino ad oggi. Per queste ed altre ragioni, Elly Schlein potrebbe essere l’interprete di un rinnovato interesse per la politica delle giovani generazioni, soprattutto in questo momento storico, in cui la volontà di liberarci dalla pandemia e da alcuni mali antichi della società italiana impone a tutti e alla politica in primis la responsabilità di preparare un nuovo futuro

Ci siamo conosciute su Skype, dove, nonostante fossimo alla vigilia del 2 Giugno e nel primo week end di semilibertà dal lockdown regionale ci siamo parlate a lungo. Abbiamo deciso insieme di partire dall’ immagine di outsider che si è conquistata con una politica fuori dai cliché e di toccare i punti dolenti della politica italiana, a partire dalle “sue” battaglie, che oggi sono le sfide che si è posto il governo per superare i danni prodotti dalla pandemia, ma anche per abbattere antichi ostacoli alla crescita culturale ed economica del Paese.

Intervista inedita

Lei ha rifiutato nel 2019 l’offerta del PD di ricandidarsi al Parlamento europeo, ma pochi mesi dopo si è schierata a fianco di Stefano Bonaccini, candidato del PD alla presidenza dell’Emilia Romagna, con una sua lista civica “Emilia-Romagna Coraggiosa, ecologista e progressista”, che ha ottenuto un grande successo. Per la Sinistra italiana, che temeva la svolta a Destra di una storica regione rossa,  un respiro di sollievo, per la Destra una battuta d’arresta nell’escalation di consensi a livello nazionale. Quale è il merito che Lei si riconosce?

Se ci sono, sono meriti condivisi da tutta la squadra di candidati e promotori della mia lista e di chi ci ha sostenuto. Ci tengo anche a sottolineare, perché effettivamente il nome può creare equivoci, che quando l’abbiamo chiamata “coraggiosa” non ci stavamo auto attribuendo questa bella qualità, ma volevamo chiedere uno scatto alla regione. Oggi è il momento di avere il coraggio, lo dicevamo prima del Covid e prima del Next Generation UE, di mettere al centro i tre temi che intercettano i bisogni delle persone: il tema della giustizia sociale, della qualità del lavoro e il tema dell’ ambiente. Siamo contenti che queste siano esattamente le tre priorità su cui investire le ingenti risorse del Next Generation EU. Abbiamo avuto la vista lunga e questo può essere un merito.

Lei è stata definita la donna che sta cambiando la politica italiana e indicata come futura leader della Sinistra, vera promotrice del cambiamento politico in un’area in cui lei abita da sempre, pur senza rinunciare a contestarne il partito di maggioranza, quando non l’ha convinta. Lei si riconosce in questa definizione?

No, direi di no, nel senso che tengo sempre a sottolineare che il percorso politico fatto in questi anni è un percorso plurale e collettivo, che ha portato frutti importanti, grazie al cambio di metodo adottato.

Dal 28 gennaio del 2020 sembra passato un secolo. In sedici mesi è cambiato il mondo. L’effetto che la pandemia ha avuto sulla nostra vite non ha risparmiato le Istituzioni, impegnate a portare il Paese fuori dal rischio contagio, grazie all’intervento in tempi record della scienza e dei vaccini anti-Covid. Oggi da dove intende ripartire l’ Emilia Romagna?

Dalla ripartenza dipende il futuro del Paese. Sarebbe un guaio sbagliare direzione. Perciò dobbiamo far tesoro della lezione appresa dalla pandemia che ha colpito così duramente la nostra regione, sia dal punto di vista sanitario, sia da un punto di vista, economico e sociale, sapendo che le misure restrittive messe in campo hanno colpito più duramente chi già era già in difficoltà.

E’ da queste categorie più fragili che bisogna ripartire?

Questa regione, di cui sono una figlia adottiva molto orgogliosa, ha saputo riprendersi dai momenti di maggiore difficoltà, quando chi era un po’ più veloce ha saputo tendere una mano a chi invece faceva più fatica. E’ questo lo spirito con cui l’Emilia Romagna ha deciso di ripartire siglando pochi mesi fa un Patto per il lavoro e per il clima, che ha coinvolto tutte le Istituzioni, i Comuni, le Province, le imprese, i sindacati, le università, le scuole, perché abbiamo capito che ci si salva tutti insieme o non si esce dalla crisi che già da anni il Paese vive e che la pandemia ha reso più grave.

Alcuni percepiscono questa espressione come uno slogan, Lei ne ha fatto il leit motiv di un nuovo modo di fare politica. Per questo parlando non usa quasi mai l’io, ma il noi?

Da quando abbiamo fatto le occupazioni del Pd contro le “larghe intese”, le battaglie a Bruxelles per cambiare gli accordi di Dublino sull’immigrazione, fino ad “Emilia Romagna coraggiosa” la sfida è sempre stata plurale. Credo molto in una leadership collettiva e in una rete che faccia emergere tutte le persone che si sono impegnate in questi anni con capacità e determinazione per i diritti, l’ambiente, il lavoro, la cura dei più fragili, per ottenere obiettivi comuni dentro e fuori dai gruppi della Sinistra, sotto etichette diverse, magari non solo all’interno di formazioni politiche, ma anche in associazioni di natura solidaristica e culturale.

 La parola chiave, dunque, è “insieme” ?

Non è la singola persona che potrà determinare il cambiamento, come il leaderismo di questi anni ha voluto farci credere. Non sono le traiettorie individuali a cambiare il corso della politica o anche delle singole forze politiche, ma i percorsi collettivi.

Poi c’è il linguaggio. Lei parla una lingua che arriva alle persone. Basta l’empatia o anche Lei adotta le ricette del marketing politico?

Per me è fondamentale l’ascolto delle persone e dei territori – abitudine che la politica di Sinistra per lungo tempo ha messo troppo da parte- la vicinanza, l’ umiltà, la capacità di stare in mezzo alla gente, anche quando ti critica duramente. Questo è un momento di grave difficoltà per le nostre comunità, ma non potremmo essere efficaci nel trasmettere gli sforzi che si fanno nelle stanze del “potere” se non lo facessimo faccia a faccia. In questo lavoro dobbiamo valorizzare i corpi intermedi, i sindacati, le rappresentanze, le associazioni, i partiti, per far passare il messaggio in maniera sempre più capillare e arrivare davvero a tutti.

Allude al lavoro gomito a gomito con tutti i sindaci dei territori?

Sono loro che son venuti a raccontarmi che alle loro porte si stavano presentando persone che non avevano mai visto prima, pur vivendo da tempo nella loro comunità, ma che per la prima volta venivano a chiedere aiuto. In questi momenti bisogna cercare insieme le soluzioni per rispondere ai bisogni di chi si è trovato improvvisamente in uno stato di povertà, di chi ha perso il lavoro da un giorno all’altro, di chi non aveva una casa in cui dormire il giorno dopo.

Come intrecciare il vocabolario dei bisogni al nuovo dizionario della politica e dell’economia verde, che mette in campo processi complessi come la transizione al digitale, all’economia verde, toccando i temi spinosi dei diritti negati di fatto alle donne e della scarsa fiducia dei più giovani nel futuro?

Anche se la Banca d’Italia ci dice che se arrivassimo al 60% di occupazione femminile si libererebbero sette punti aggiuntivi di PIL nel nostro Paese i divari di genere oggi restano ancora fortissimi, soprattutto nel campo del lavoro. E’ necessario educare alle differenze i bambini fin da piccoli, incentivare la formazione delle ragazze nelle discipline scientifiche contro ogni stereotipo di genere. Sapere che Samantha Cristoforetti sarà alla guida della stazione spaziale europea dà fiducia nel futuro a tante ragazze. Se la politica vuole restituire fiducia alle giovani generazioni deve tornare ad investire in quei settori in cui si è smesso di investire: la ricerca, l’innovazione, il sostegno alle startup. Dobbiamo coltivare i nuovi talenti e la creatività giovanile partendo dai “nidi”, che sono uno strumento insostituibile per conciliare i tempi di vita e di lavoro all’interno delle famiglie, dove sulle donne continua a gravare in misura sproporzionata un pesante lavoro di cura non pagato.

Quale messaggio avete voluto dare ai cittadini dell’Emilia Romagna accompagnando al Tecnopolo di Bologna il Presidente del Consiglio Mario Draghi nella sua prima visita  in Regione dopo il lockdown,  il primo di Giugno?

Il Tecnopolo racchiude in questo momento il futuro, ospiterà il Centro Meteo europeo il supercomputer di calcolo Leonardo, uno dei più potenti al mondo, e una serie di altri enti di ricerca di rilievo regionale, nazionale e internazionale. Questo luogo rappresenta l’interconnessione tra le tre sfide cruciali su cui investire per ripartire: la trasformazione digitale e il tema dei big data, fondamentali per conoscere meglio i bisogni delle nostre comunità, la transizione ecologica irrimandabile per affrontare l’emergenza climatica in corso, l’inclusione sociale e il contrasto al divario di genere. Ci è sembrato un luogo simbolo in cui accompagnare il Presidente per fargli vedere quanto questa Regione sia pronta ad abbracciare, anche grazie ai nuovi finanziamenti europei del Next Generation.EU una nuova strada, che non lasci nessuno indietro.

I social media hanno contribuito a diffondere un linguaggio violento per mettere a tacere chi la pensa diversamente. Come giustificare la brutalità di tanti post, ai quali  alcuni politici ammiccano, quando non solo loro stessi ad usarlo?

Chi fa politica ha sempre davanti a sé una scelta e deve farla con responsabilità. Soprattutto chi ha responsabilità di governo deve impegnarsi non a fare la cosa più facile. La sofferenza che c’è nel Paese non nasce con la pandemia, ce n’era tanta già prima, dovuta a scelte politiche ed economiche che hanno acuito le diseguaglianze e posto nuovi bisogni. La politica davanti a questa realtà può fare due cose: o soffiare sulle tensioni sociali prodotte dalle diseguaglianze soprattutto tra le fasce più fragili. Oppure può fare quello per cui è nata e cioè agire sulle cause profonde di quelle diseguaglianze, provando a non far mancare risposte che siano su misura dei bisogni diversi che una società complessa come la nostra esprime.  Quello che stiamo cercando di fare nella nostra Regione.

Conosce anche Lei la lotta politica a suon di insulti sui social,  per averli subiti di persona.

La rete è una realtà immateriale, ma non è un posto dove si può liberamente insultare e non è meno reale di ogni altro sistema di comunicazione, perciò anche alla rete vanno applicati i principi dell’ordinamento democratico e dello Stato di diritto. La nostra Costituzione è molto chiara, quella non è libertà, ma discriminazione e il Codice penale prevede degli strumenti di sanzione rispetto a chi istiga all’odio per motivi politici, razziali o altro. La legge Zan è necessaria anche per questo. Chi fa politica ha una doppia responsabilità sul linguaggio e le modalità comunicative che usa. Si è visto bene anche a Capitol Hill, dove c’è stato un attacco violento e aggressivo senza precedenti al cuore stesso della democrazia americana. Inutile dire “non c’ero io a tirare quel sasso”. C’è una politica che ha voluto fomentare quella rabbia e si deve assumere le responsabilità delle estreme conseguenze a cui quel tipo di meccanismo può portare.

Lei aveva scelto di iscriversi al Dams per fare la regista e raccontare il mondo, per come è. Poi ha deciso di darsi alla politica per cambiarlo e renderlo più giusto. Per questo se n’è andata negli Stati Uniti per fare la volontaria nella campagna elettorale per Barack Obama? Che cosa l’ha spinta a questa scelta? Il passato della sua famiglia? I suoi cugini americani, la presenza rivoluzionaria di un candidato di colore alla presidenza della più grande democrazia occidentale?

Probabilmente un insieme di queste cose. Nella storia di famiglia c’è sicuramente questa passione per la cosa pubblica, per il bene comune, per la politica. Ma la molla che mi ha fatto partire per quella elezione è stato il dramma delle torri gemelle. La mia generazione è stata segnata da quel trauma, non avevamo tutti gli strumenti per capire quello che era accaduto, ma abbiamo capito che quello era uno di quei momenti epocali che segnano la storia, con uno spartiacque, per cui da quel momento ci sarà un prima e un dopo. Quello che era in gioco in quelle elezioni americane, nella scelta tra Obama e John Mc Cain, in un contesto globale come il nostro, era il futuro non solo degli Stati Uniti ma della geopolitica mondiale, con conseguenze che si sarebbero riverberate fino ai nostri lidi. In quel momento mi sono risuonate in testa le parole di Tiziano Terzani, che nel 2001 si era già ritirato per ragioni di salute dall’attività giornalistica. Le dico a memoria e certamente sbaglierò, ma è questo il senso con cui le ricordo “ Ci sono momenti della storia in cui capisci dov’è il posto in cui devi stare”. Lo è stato per me e per molti altri ragazzi europei che ho incontrato lì, mentre facevamo campagna, volantinaggio, formazione dei volontari. Vuol dire che non ero stata la sola a sentirne la necessità. C’erano le mie radici, ma c’era anche la percezione generazionale condivisa che di lì passasse la storia, che dovevamo contribuire all’ elezione del primo Presidente afroamericano e soprattutto che dovevamo contribuire a interrompere il ciclo vizioso delle politiche di guerra, ammantate di volontà di pacificazione, dei predecessori di Obama. No, non avrei potuto seguire dal divano l’ esito di quella straordinaria notte elettorale.

Un politico non è un tuttologo, ma deve avere delle competenze. Lei che competenze si riconosce?

Mi ero iscritta al Dams, perché ho una forte passione per il cinema e quando posso mi avvicino a quel mondo, ma ho deciso di dedicarmi allo studio del Diritto e ho scelto Giurisprudenza. La formazione giuridica contribuisce a dare una forma mentis molto aperta, attenta ai dettagli e alla consapevolezza che non si può essere tuttologi, che anzi è un guaio tentare di esserlo. Credo molto nello studio, non mi occupo e non parlo di cose su cui non ho competenza e preparazione. Aggiungo che gli strumenti giuridici che ci danno all’università ci insegnano ad entrare in punta di piedi in mondi che non sono direttamente i nostri  senza avere la presunzione di poterli afferrare e capire del tutto. Ho tratto da quella formazione il metodo che applico sia nel lavoro politico che in quello amministrativo.

L’etica della politica implica sempre la responsabilità dell’esercizio di un potere. La “rete” di forze politiche e dei movimenti di opinione di cui Lei parla può evitare le derive personalistiche alle quali, come abbiamo visto in questi decenni, può portare l’esercizio del potere?

Se abbiamo accettato di correre alle elezioni regionali con una nuova esperienza politica a fianco del Presidente Bonaccini e successivamente di accettare una sfida di governo è proprio per dimostrare che si può unire il pragmatismo del governo con la radicalità di una visione nuova, che tenga insieme democrazia, giustizia sociale e sviluppo rispettoso dell’ambiente. Non abbiamo nessun problema di rapporto col potere, ma l’ ambizione di cambiare il metodo di esercizio del potere e di provare a riavvicinare la politica alla società.

Anche Lei pensa che la democrazia rappresentativa sia profondamente malata in questo particolare momento storico e che ci si debba inventare delle modalità nuove per riavvicinare eletti ed elettori?

La nostra democrazia non è malata, ma si è indebolita in modo preoccupante soprattutto per effetto dell’aumento delle diseguaglianze che si sono create a partire dalle crisi del 2008 e 2009. Non parlo solo di divari economici o territoriali o di genere, ma di quelle diseguaglianze che Fabrizio Barca chiama le “diseguaglianze di riconoscimento”. Non siamo in una condizione di sospensione della democrazia, ma ci deve preoccupare l’alta percentuale di astensione a cui abbiamo assistito in alcune tornate elettorali negli ultimi anni. Bisogna ricucire la frattura tra le comunità e la rappresentanza, partendo da ciò che ci offre lo scenario politico odierno. Da un lato i ci sono i grandi partiti, megacontenitori che  sui temi cruciali per il futuro non riescono a darsi una linea chiara e univoca. Dall’altro lato c’è un arcipelago di sigle, che dicono più o meno le stesse cose in modo molto chiaro, ma ultra – frammentato. Io dico che bisogna mettere le persone in rete, trasversalmente, tra le forze sociali e le forze politiche. Andando in giro, davvero in punta di piedi, mi sono accorta che i punti di incontro attorno a una visione condivisa sono molto forti. Naturalmente parlo delle forze della Sinistra.

Come uscirne?

Se ne esce, a mio avviso, declinando alcune proposte concrete, senza fossilizzarci sulle tessere, ma provando a lavorare insieme sulle cinque, sei cose necessarie per trasformare il Paese. Potremmo dare, in questo modo, una risposta a quella richiesta di unità e di coerenza, che ci arriva da alcune belle mobilitazioni, che hanno animato il Paese prima che il Covid le costringesse ad organizzarsi in altro modo. Credo che questa sia la chiave per provare a riallacciare i fili della politica ai bisogni dei cittadini. Su questo ci siamo impegnati in Emilia-Romagna con la lista “Coraggiosa, Ecologista, Progressista”.

Lei ha dei modelli nelle personalità della politica di oggi e di ieri? Nelle donne che hanno conquistato ruoli di leadership in  questo inizio di terzo millennio?

Rischierei di fare torto a qualcuno se dovessi farne un elenco, ma se devo pensare a figure particolarmente significative per la mia formazione politica, devo citare innanzitutto Nilde Iotti per la valenza che ha avuto il suo percorso politico e di rappresentanza anche in Europa. Non posso non citare Alex Langer, uno dei fondatori del pensiero ecologista europeo e una delle figure che continua a ispirare chi oggi si batte insieme per la giustizia ambientale, per la giustizia sociale e per la pace. Purtroppo per ragioni anagrafiche non ho potuto conoscerlo di persona. Se devo guardare al presente, fra le figure che trovo assolutamente straordinarie ci sono la premier neozelandese Jacinda Arden, Alexandra Ocasio Cortez, la più giovane deputata mai eletta alla Camera dei rappresentanti negli Stati Uniti. Nella politica europea trovo figure molto rappresentative di una nuova generazione che tiene insieme le battaglie che mi stanno a cuore.

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