Giorno della Memoria 2021, il saluto del sindaco di Ferrara Alan Fabbri agli studenti ferraresi

Buongiorno a tutti e in particolare a studentesse e studenti a cui ho il piacere di rivolgermi primariamente in questo “Giorno della Memoria”, ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata per commemorare le vittime della Shoah.

Il termine Shoah in ebraico significa “tempesta devastante”. La misura di questa devastazione anche nella nostra Ferrara, sta nei numeri: fra gli oltre 150 ferraresi deportati a Fossoli e da qui nei lager, solo cinque sono stati quelli che hanno fatto ritorno.

La memoria dell’Olocausto, di anno in anno, porta con sé questi numeri, dietro ai quali c’erano persone, concittadini, il loro dolore, la disperazione delle famiglie. Oggi e sempre, ad uno ad uno, li ricordiamo in un percorso di ricerca che continua. E ricordiamo anche chi ha protetto i perseguitati, chi si è opposto alla follia.

Un pensiero particolare lo esprimo per Franco Schoenheit, ex deportato a Fossoli, poi a Buchenwald: circa un anno fa ci ha lasciati. Schoenheit è stato prezioso testimone di un tempo maledetto. Una mano santa lo ha protetto, insieme al padre Carlo e alla madre Gina Finzi.

Ritrovo il suo racconto, devastante, di quei giorni, il ricordo del padre, che, all’arrivo degli Americani, ha voluto rendere omaggio alle vittime, recitando il Kaddish per loro, “con quella voce stupenda che aveva – raccontava -, quella con cui cantava a Kippur, come hazan della sinagoga di Ferrara”.

La nostra Ferrara, così duramente lacerata da questa stagione infernale, violentemente travolta dalle leggi razziali e poi da una spirale crescente di violenza. Penso ai bimbi cacciati dalle scuole, alle parole del ferrarese Cesare Finzi, che in questi giorni, da Faenza, ha offerto la sua testimonianza anche alle classi del nostro territorio: “Quel giorno – ha raccontato – ero andato a comprare il giornale per mio padre, tornando a casa lessi che non avrei potuto tornare a scuola. Pochi giorni dopo ero con la mamma al parco Massari, dove ero abituato a giocare con tanti altri bambini. Era settembre 1938. Vidi i miei amici che stavano giocando a pallone, mi precipitai a giocare con loro. Una madre si alzò dalla panchina, chiamò suo figlio e lo portò via. Un’altra mamma fece lo stesso. In dieci minuti mi ritrovai solo. Non c’era più un bambino con cui potessi giocare. Potete immaginare: una situazione difficile, incredibile. E insieme la paura. Furono mesi terribili”.

Penso ai professori licenziati ed espulsi, alle colonne di dimostranti in divisa fascista dinanzi ai templi, ai beni razziati. Alle famiglie lacerate. La paura, l’incredulità. E’ difficile immaginare fino a che punto si sia spinta la follia del periodo.

Eppure è stato e questa verità va detta. Voglio ricordare un’altra storia ferrarese di quel periodo, una figura autorevolissima eppure troppo spesso dimenticata, quella di Enrica Calabresi, nata proprio a Ferrara, una delle più grandi scienziate italiane del XX Secolo.

Nonostante questo, per decenni quasi cancellata, dimenticata. Ha percorso territori della scienza e della ricerca che erano stati preclusi alle donne. Era un’entomologa di livello nazionale, una studiosa autorevole, poliglotta. La sua competenza e il suo talento le hanno dato accesso a contesti all’epoca solo riservati agli uomini.
Ma nel 1933 – quindi ancora prima delle leggi razziali – è stata costretta ad abbandonare il suo lavoro all’università per lasciare il posto a un docente che sarebbe diventato un convinto assertore del razzismo spacciato come scienza.

“Con vero dolore lascio il laboratorio dove ho goduto le migliori gioie e soddisfazioni degli studi e delle ricerche. Mi credo con riconoscenza e affetto”, scriveva al termine di questo periodo, con una dignità e una signorilità straordinarie. Pochi anni dopo fu costretta a lasciare anche i nuovi incarichi perché “di razza ebraica”, così le fu comunicato dal Ministero. Poi la situazione precipitò: l’arresto, il trasferimento all’ex convento, trasformato in carcere, di Santa Verdiana, il destino scritto: Auschwitz.
Un destino a cui si sottrasse ingoiando veleno per i topi.
Enrica Calabresi è stata una donna coraggiosa, determinata, libera. Una figura che ha servito la scienza e ha messo a disposizione il suo sapere per i giovani e che, col suo esempio, ha impresso la coscienza della libertà alle future generazioni. Il mondo lo si cambia con l’esempio. E nel dramma della Shoah di esempi ne sono emersi parecchi.
Speranze luminose in un’epoca buia. Quel mondo non tornerà se sapremo creare gli anticorpi. E oggi Ferrara, ancora una volta, dimostra di voler contribuire alla costruzione del vaccino della memoria, con il lavoro e il contributo di tanti e un programma reso ancor più significativo dalla capacità di organizzare eventi importanti pur nelle difficoltà dettate dalle disposizioni anti-Covid. E’ infatti ricchissimo il calendario delle iniziative previsto: il frutto del lavoro di ragazzi, docenti, scuole, istituzioni, Istituto di storia contemporanea, Meis, comunità ebraica, Università, Teatro comunale, artisti. Moni Ovadia e Corrado Augias proprio a Ferrara dialogano e ci offrono riflessioni sul senso e sul valore della memoria. A tutti voglio dire, rinnovare, rimarcare il mio immenso: grazie. Questa attenzione, questa sensibilità sono un valore particolare.

E non è un caso perché qui la ferita della Shoah si è fatta sentire in maniera ancora più marcata. Perché Ferrara, come tutti sappiamo, ha una lunga tradizione di accoglienza della comunità ebraica. Quando la Spagna cacciava gli ebrei, il duca Ercole I d’Este dava loro, proprio tra le mura cittadine, una nuova, ospitale, patria. A Ferrara la comunità era fiorente e prima della Seconda Guerra Mondiale contava più di 700 persone.

“La comunità israelitica di Ferrara era una piccola città dentro la città”, scriveva Giorgio Bassani a proposito di quel tempo. L’orrore delle leggi razziali ha rotto in un attimo equilibri secolari, ha spazzato via quanto costruito nella storia. Ha creato una discontinuità lacerante nel tempo. Il sibilo dei treni diretti da Roma ad Auschwitz, con fermata alla stazione di Ferrara, è un suono stonato che nessun orecchio avrebbe mai immaginato né voluto sentire.

Qui la ferita della Shoah è ancora più aperta: la nostra è infatti una città che ha intrecciato la sua storia e la sua cultura alla presenza ebraica. Ed è significativo e di grande valore vedere come la nostra comunità sia oggi anche comunità di memoria.

Il Covid ci ha divisi ma la voglia di unirci in questi momenti sa essere più forte, sa travalicare anche gli impedimenti oggettivi. Non rinunceremo anche alla consegna delle medaglie d’onore del presidente della Repubblica, ai familiari dei militari ferraresi internati (IMI) nei lager tedeschi dopo l’8 settembre ’43 per aver detto no alla Repubblica Sociale. Per ora in forma virtuale, aspettando di farlo di persona. In questi anni sono state consegnate oltre 300 medaglie agli IMI ferraresi in un lavoro continuo e prezioso di ricerca e approfondimento portato avanti dall’Istituto di storia contemporanea, che ringrazio.

Forse alla domanda sul ‘come’ e sul ‘perché’ si arrivò all’Olocausto non riusciremo mai a dare risposta, certo però dobbiamo dare risposta alla domanda storica, alla ricostruzione di ciò che è stato, alla sua divulgazione. Perché la storia possa sempre contare su testimoni dei testimoni. E questo presuppone la trasmissione, di generazione in generazione, del ricordo.

L’insegnamento ci viene dallo stesso ebraismo: nell’ “Haggadah” è scritto che ognuno deve leggere il racconto della storia dell’Esodo dall’Egitto ritenendosi egli stesso uscito dall’Egitto, a significare che la storia è essenza della vita quotidiana.

La memoria è quindi un compito storico che spetta a tutti noi. Nella sua stessa radice ci sono i concetti di ciò che rimane, che perdura. Sta a noi tenerla viva e preservarla nel tempo.
Grazie a tutti

Alan Fabbri, sindaco di Ferrara

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