Il difficile contrasto alla violenza di genere e alle discriminazioni

E’ dalla seconda metà del ‘900 che si comincia a riconoscere nel nostro Paese quei diritti che la Dichiarazione universale dei diritti umani  nel 1946 e la Costituzione italiana nel 1948 hanno riconosciuto alle donne, Eppure ci troviamo ancora oggi a parlare di violenza contro le donne e di discriminazioni. (la 1° parte del servizio è sul nostro sito).

In un precedente articolo abbiamo sottolineato come solo dalla seconda metà del Novecento in Italia  siano state abolite seppur con molta lentezza leggi che assegnavano alle donne un ruolo decisamente subalterno alla figura maschile in famiglia e nella società. Con le leggi deliberate dal Parlamento italiano a favore dei diritti delle donne dal 1946 al 1996, l’Italia ha introdotto nella cultura giuridica nazionale un sistema che antepone i diritti individuali “di libertà sicurezza, eguaglianza,sicurezza sociale, diritti economici, sociali e culturali indispensabili al libero sviluppo della personalità a quelli collettivi, in opposizione al fascismo che dava assoluta preminenza ai diritti della nazione.”

Ma tutto questo  non è bastato per far raggiungere  alle donne quella parità di diritti e di  dignità che molti movimenti femminili e femministi continuano a reclamare  ancora oggi perché in questi anni a coalizzarsi  contro il percorso di emancipazione delle donne e di conquista di vera parità nei fatti sono stati la tradizione, il pregiudizio, l’interesse sociale, economico e politico, antichi e intramontabili modelli culturali.

La violenza sulle donne è il segnale più vistoso e di non dubbia interpretazione della resistenza di modelli di relazione fra uomini e donne basati sulla sopraffazione degli uni sulle altre, di subalternità coatta o frutto di educazione delle donne nei confronti degli uomini.

Non sono riuscite a fare piazza pulite di questi comportamenti criminali neppure le leggi varate a partire dal 1996, da quando cioè lo stupro è stato riconosciuto come reato penale di  violenza contro la persona e contro la libertà individuale , non più come violazione della morale pubblica e del buon costume, come è stato fino al 1996

Da allora altre leggi repressive e di prevenzione stanno tentando nel nostro Paese di sradicare il fenomeno, che, tuttavia, si stenta ancora oggi ad accettare come strutturale, trasversale, spesso invisibile. Non sono bastate a migliorare la situzione né le  leggi che dal 2001 al 2019 hanno introdotto , nel sistema giuridico italiano misure repressive da un lato, di protezione della donna e dei figli dall’altro, né sono bastate la Convenzione No more e la piattaforma Non una di meno con cui numerose associazioni femminili e femministe, tra queste in primis l’Udi nazionale, a contrastare la violenza maschile e a richiamare  le Istituzioni alla loro responsabilità e agli atti dovuti. Il fenomeno c’è e resiste.

Le donne hanno certamente preso coraggio in questi anni e arrivano a denunciare in un numero maggiore i fenomeni di violenza subita soprattutto fra le mura domestiche  e nella vita di coppia, , ma è molto molto grave che ancora oggi, a fine del 2021- e la pandemia con il lock down ha ingigantito il fenomeno della violenza domestica-  si continui a fare la conta dei femminicidi, che quest’anno segnano un più 8% rispetto al 2020.

Dalia Bighinati

Leggi contro la violenza sulle donne dal 2001 al 2019 

Se la legge 4 aprile 2001 ( n. 154 “Misure contro la violenza nelle relazioni familiari”) per salvaguardare la salute, l’incolumità personale, la libertà, il sostentamento e la dignità dei componenti delle famiglie, siano esse fondate sul matrimonio o meno introduce  misure di natura cautelare nei confronti degli uomini violenti all’interno delle mura domestiche, come l’ allontanamento dalla casa familiare, il  divieto di avvicinamento a determinati luoghi  e misure di natura patrimoniale, bisogna aspettare il 2009 per avere una legge sullo stalking  ( Legge 23 febbraio 2009, n.39-), che attraverso il nuovo  articolo 620 bis del Codice penale,  introduce il nuovo reato di “atti persecutori”  e punisce con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura e via dicendo. Servono dunque le condotte reiterate per definire l’accusa di stalking, che, come ormai abbiamo imparato  dalla cronaca, spesso preludono ad atti di violenza fisica fino al femminicidio. lLa pena è aumentata se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità Il delitto è punito a querela entro  sei mesi dai fatti da parte della persona offesa, si procede, invece,  d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità o se  il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio”.

Contro  la violenza maschile sulle donne (2012) e a due richiami fatti allo stato italiano  nell’agosto del 2011, (da parte del Comitato CEDAW  e nel Giugno 2012,  da parte della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne,  per l’elevata prevalenza della violenza nei confronti di donne e bambine, italiane, migranti, Rom e Sinte; per l’allarmante numero di donne uccise dai propri partner o ex-partner (femminicidi); per il persistere di tendenze socio-culturali che minimizzano o giustificano la violenza domestica; per l’assenza di rilevamento dei dati sul fenomeno, per la mancanza di coinvolgimento attivo e sistematico delle realtà della società civile competenti sul fenomeno per contrastare la violenza; per le attitudini a rappresentare donne e uomini in maniera stereotipata e sessista nei media e nell’industria pubblicitaria) .

Per questo, i gruppi proponenti  hanno elaborato una Convenzione, aperta a tutte, al fine di richiamare  le Istituzioni alla loro responsabilità e agli atti dovuti, l’ UDI Nazionale, Casa Internazionale delle Donne, GiULiA, l’Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa , D.I.RE Donne in Rete Contro la violenza, Piattaforma CEDAW “30 anni lavori in corsa CEDAW” hanno proposto la convenzione NO MORE–  , al fine di richiamare  le Istituzioni alla loro responsabilità e agli atti dovuti, dichiarando che lla violenza maschile sulle donne non è una questione privata ma politica e un fenomeno di pericolosità sociale per donne e uomini, bambine e bambini ed è espressione del potere diseguale tra donne e uomini, di cui il femminicidio è l’estrema conseguenza.

Del 15 ottobre 2013 è la legge n. 119 sul Femminicidio, una legge che per la verità

mette insieme temi assai disparati, dai cantieri della Tav, alla  protezione civile in cui solo 5 degli 11 articoli di cui è fatta sono sul contrasto al femminicidio, che considera aggravante la relazione tra due persone a prescindere da convivenza o vincolo matrimoniale e tutti i reati di violenza fisica commessi in danno o in presenza di minorenni o in danno di donne incinte. . Nel 2015, come previsto dall’art. 5 della legge  15 ottobre 2013 n. 119 sul Femminicidio, il governo ha adottato  un Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere. che prevede azioni sinergiche tra le Istituzioni e il mondo dell’associazionismo, riconoscendo  la rilevanza dell’esperienza e dei saperi che i Centri antiviolenza hanno sedimentato, anche mettendo a frutto l’esperienza politica del movimento femminista

Come stabilito a livello Onu  la violenza contro le donne è definita come “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

 

nel 2016 nasce Non una di meno, piattaforma italiana di Ni una menos,  movimento femminista transnazionale proveniente dall’ America latina e poi dilagato in tutto il mondo,  ispirato alla parola d’ordine Ni una Mujer menos, ni una muerta mas lanciata dalla messicana Susana Chavez che aveva denunciato i femminicidi di Ciudad Juarez e per questo è stata mutilata e uccisa nel 2011.  Un piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e violenza di genere, che parte dal concetto base che la violenza maschile contro le donne è sistemica, ovvero attraversa tutti gli ambiti della vita delle donne, intrecciandosi continuamente. Elementi base:

-La violenza maschile è espressione diretta dell’oppressione che risponde al nome di patriarcato

-Non si tratta di un problema emergenziale, né di una questione geograficamente e culturalmente determinata.

-Non riguarda solo la sfera delle relazioni interpersonali, ma pervade e innerva l’intera società.

A questa si aggiunge nel 2019 la legge cosiddetta “codice rosso” che insprisce le sanzioni già previste, accelera le procedure dalla segnalazione alla denuncia , intensifica le misure di protezione e  sostegno alle vittime nei  momenti dell’emergenza.  le donne hanno certamente preso coraggio in questi anni e arrivano a denciare in un numero maggiore, ma è molto molto grave che ancora oggi, a fine del 2021- e la pandemia con il lock down ha ingigantito il fenomeno della violenza domestica-  si continui a fare la conta dei femminicidi, che quest’anno segnano un più 8% rispetto al 2020.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *