ILIO BOSI, Il bastone e la galera, autobiografia giovanile di un “padre costituente” ferrarese.
Non è difficile trovare sul web informazioni essenziali sulla figura di Ilio Bosi, padre costituente e uomo politico ferrarese. Tutte le fonti da Wikipedia ai siti ufficiali dell’ANPI e del Senato, ne mettono a fuoco l’impegno parlamentare e amministrativo, a partire dalla sua presenza all’interno dell’Assemblea Costituente, dove ebbe 


una parte importante nella formulazione dell’art. 44 della nostra Costituzione.
E’ lasciata invece, nell’ombra la prima parte della sua vita, gli anni della sua formazione intellettuale e politica e della sua coraggiosa decisione di schierarsi contro il fascismo fino dalla fase della sua ascesa al potere. Una giovinezza avventurosa, tenace, durissima, narrata da Bosi stesso, che, in un tempo storico in cui sono ormai quasi del tutto scomparsi i testimoni di quegli anni, può parlare attraverso la sua biografia ai giovani d’oggi, nella speranza che questo possa servire a costruire, almeno in loro, una identità nazionale debole ancora oggi.
ILIO BOSI “ PADRE COSTITUENTE”: 25 ANNI DI RESISTENZA DIS-ARMATA
Quando decide di scrivere “Il bastone e la galera” Ilio Bosi ha già compiuto 90 anni. Cede alle pressioni degli amici e comincia a raccontare loro i primi 42 anni della sua vita, quelli che non hanno documentazione ufficiale, come hanno invece gli anni della sua attività di padre costituente e successivamente di uomo politico della Repubblica italiana. La sua è stata una lunga carriera, in cui l’azione politica intrecciata con quella sindacale e di amministratore locale, ha avuto come punto di partenza ufficiale l’elezione a deputato dell’assemblea costituente il 2 giugno 1946.
Gli erano accanto due “angeli custodi” più giovani: Anna Quarzi, presidente Isco (Istituto di Storia contemporanea di Ferrara, e Raul Campana. Il libro, pubblicato dall’editore Corbo sotto l’egida dello stesso Isco e dei Servizi bibliotecari del Comune di Ferrara, è una testimonianza storica importante, ma è anche la storia avvincente della “Vita di un giovane italiano durante il ventennio”, come recita il sottotitolo. Non ha la pretesa dell’imparzialità del saggio storico, è, piuttosto, il racconto onesto di come e perché un ragazzo di neppure vent’anni abbia deciso di opporsi e resistere con le sue giovani forze alle iniquità di un tempo difficile e sventurato per l’Italia e per tanti italiani, piegati dalla dittatura fascista, andando contro i progetti del padre e senza farsi scoraggiare dalla forza degli avversari. E’ la storia di un “resistente” per natura e per scelta, un uomo che non si è mai arreso né alle lusinghe del potere, né alla violenza. Il libro racconta le ragioni di quella scelta, la prefazione ci spiega perché Bosi abbia deciso di scriverlo a più di 50 anni di distanza dalla fine dei fatti narrati.
“…Ho lavorato, scrive Bosi nella prefazione, con l’obiettivo ben chiaro di offrire ai cittadini italiani di oggi e specialmente ai giovani, qualche elemento per poter analizzare criticamente un ciclo della storia d’Italia sul quale, non solo secondo la mia opinione, la verità sostanziale è ancora poco o male conosciuta.” E più avanti, verso la fine del racconto, “Anche allora ai giovani si faceva conoscere, e non completamente, l’oggi, mentre il passato recente rimaneva nascosto o stravolto”.
COMUNISTA, RESISTENTE, ESEMPIO DI GRANDE CORAGGIO CIVILE.
Per Bosi novantenne raccontare la verità sostanziale, dal punto di vista di chi ha vissuto sotto il regime fascista da irriducibile oppositore, accanto a braccianti e operai, a organizzazioni sindacali e politiche clandestine, ha sia l’obiettivo di rompere un ambiguo silenzio, sia la volontà di affermare una volta per tutte che “la Resistenza come movimento umano e politico di ribellione al fascismo, ha avuto origini di gran lunga anteriori ai grandi scioperi operai del 1943, e alla condanna di massa del regime responsabile di una guerra che aveva portato il Paese alla rovina. Essa, in realtà, scrive l’autore, ha avuto la luce in diretta concomitanza con l’attacco fascista e fu condotta per un quarto di secolo a difesa delle libertà politiche e sociali garantite dalle leggi conquistate dal movimento democratico e socialista dall’unità d’Italia in poi, contro l’aggressione violenta e sanguinosa alla classe operaia, ai suoi istituti legali, ai suoi dirigenti sindacali, politici, istituzionali”.
“Fu questa la Resistenza fin dall’inizio del fascismo, conclude Bosi con l’autorevolezza di chi ne fu protagonista. E da questa fu preparato e realizzato Il periodo finale delle lotte vittoriose il 25 aprile 1945.”
Ed è anche la risposta più semplice a chi si chiede perché Ilio Bosi sia stato candidato ed eletto all’Assemblea Costituente e sia poi divenuto uno dei politici più autorevoli nella difesa delle condizioni di vita e di lavoro degli operai agricoli nelle campagne: “i salariati e braccianti e delle diverse categorie, compresi i boscaioli, le mondariso, cioè le rappresentanze di tutte le diverse categorie che formano la grande famiglia degli operai agricoli”, come ebbe a dire in un discorso pronunciato nel 1948, in qualità di segretario della Confederterra, al primo Congresso della Feder- braccianti.
“IL BASTONE E LA GALERA – VITA DI UN GIOVANE ITALIANO DURANTE IL VENTENNIO”
Nato a Ferrara il 4 ottobre 1903, Ilio Bosi a 18 anni dovette abbandonare la scuola perché le sue idee erano mal tollerate da molti suoi compagni e dalla maggior parte degli insegnanti dell’Istituto per Ragionieri di Ferrara. Era stato conquistato fin dall’adolescenza dagli ideali del socialismo e ne parlava molto liberamente, destando sospetti e diffidenza in chi vedeva in questa dottrina una pericolosa minaccia eversiva. Come pensava la maggior parte dei latifondisti, degli industriali, le classi borghesi e moltissimi cattolici, soprattutto dopo la rivoluzione di ottobre in Russia.
Era il 1921 e mentre l’Italia viveva un difficile periodo di transizione post-bellica, fatto di crisi economica, aspre tensioni politiche e sociali, lotte operaie e contadine, ma anche di tensioni nazionalistiche e delusione per la “vittoria mutilata”, emergeva nel Paese il fenomeno della violenza come strategia di sopraffazione politica, adottata dai Fasci italiani di combattimento, movimento politico fondato a Milano da Benito Mussolini il 23 marzo 1919 ( erede diretto degli interventisti dei Fasci d’Azione Rivoluzionaria del 1915), che il 9 novembre 1921 divenne il Partito Nazionale Fascista.
Ferrara era stata teatro nel dicembre 1920 di un episodio sanguinoso attribuito ai socialisti. Raffiche di spari dall’alto del Castello Estense, avevano causato la morte di un socialista e di 3 fascisti. Questi partecipavano a corteo funebre organizzato dai Fasci Italiani di Combattimento in onore di Giulio Giordani, fascista rimasto ucciso a Bologna un mese prima, in occasione dell’aggressione, questa volta di esplicita matrice fascista, alla manifestazione che aveva accompagnato l’ insediamento a Palazzo d’Accursio della prima giunta socialista .
A Ferrara iniziava la svolta che negli scontri di piazza portò lo squadrismo fascista capeggiato da Italo Balbo a fascistizzare la città, ancor prima della marcia su Roma, preparando di fatto la vittoria elettorale che il 6 aprile 1924 grazie alla legge Acerbo diede al PNF (Partito nazionale Fascista) la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei deputati. 1)
Iniziavano gli anni delle aggressioni selvagge contro sindacalisti, oppositori politici e organizzazioni socialiste da parte di squadre di uomini, fra cui studenti, reduci della prima guerra mondiale, ma anche balordi, armati di bastoni e altre armi, che si fecero sempre più spavaldi e minacciosi. Potevano contare il più delle volte sull’assenza delle forze dell’ordine, che, semmai, intervenivano per punire chi tentava di ribellarsi agli attacchi fascisti.
Non ci furono allora, racconta Bosi, da parte del Partito Socialista Italiano e soprattutto ferrarese, reazioni adeguate, né una linea d’azione comune.
I socialisti dimostravano di essere intrappolati fra le incertezze ideologiche, acuite dalla Rivoluzione d’Ottobre (1917) in Russia, e le divisioni interne fra i diversi gruppi dei massimalisti e dei riformisti.
“Purtroppo coloro che prendevano sul serio questi sintomi della riscossa agraria e borghese erano pochi. Da parte del PSI non si valutava attentamente il malcontento dei ceti medi causato dagli scioperi, dagli scontri sociali, dalla crescita delle cooperative; i dirigenti del partito erano politicamente impreparati e privi di prestigio…” 2)
Il 1921 è un anno determinante nella storia politica italiana del secolo scorso, come nella vita del giovane Bosi. In quell’anno dal XVII Congresso del Partito Socialista Italiano, che si svolse a Livorno dal 15 al 21 gennaio, nasceva il Partito Comunista d’Italia, in cui confluiva la III Internazionale Socialista a cui aveva aderito, pur fra molte incertezze, anche Bosi.
Il PNF veniva fondato , invece, il 9 novembre da Mussolini che intanto preparava la marcia su Roma delle “camicie nere”, un vero e proprio colpo di Stato nelle intenzioni dei fascisti, di cui non ci fu bisogno, perché il re Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini di formare un nuovo governo, legittimando l’ascesa al potere del partito fascista e aprendo la strada alla dittatura.
LA CLANDESTINITÀ E IL CARCERE: STRATEGIE DI SOPRAVVIVENZA.
Ilio Bosi organizza la sua narrazione lungo due filoni principali, il primo legato al racconto della sua formazione giovanile è un’autobiografia intellettuale e politica che ha le caratteristiche proprie di un romanzo di formazione. Il secondo riguarda la storia politica del Paese e contiene una analisi serrata delle ragioni che portarono il Fascismo al potere determinando la sconfitta delle forze socialiste di opposizione.
Il protagonista, attraverso una serie di sofferte vicissitudini familiari e scambi di idee con gli amici, individua nelle ingiustizie e nei soprusi di una società fortemente divisa in classi l’ostacolo da abbattere per realizzare il sogno di un mondo migliore. Un sogno in cui trova alleati deboli e divisi contro avversari potenti e astuti, pronti ad unirsi e ad ogni nefandezza pur di sopraffare chi li vuole battere. La giovinezza di Ilio è fatta di prove difficili e a volte terribili, dalle quali uscirà in un primo tempo sconfitto, ma mai piegato, e in grado di resistere fino alla vittoria finale, che arriva quando arriveranno nuovi alleati e quando quelli di un tempo capiranno che devono unirsi per contrastare e vincere il comune nemico. 3)
Bosi ricorda le difficoltà all’interno della Federazione Giovanile Socialista a Ferrara e nel Paese, il suo personale rammarico per le divisioni interne al Partito Socialista, i suoi dubbi, la ricerca di una sua personale collocazione fra le diverse correnti, fino al momento in cui dovrà scegliere la clandestinità. Iniziano allora gli spostamenti in lungo e in largo attraverso l’Italia per tenere i contatti con i giovani socialisti al Sud, i rischi, gli arresti, le notti nelle questure, la difficoltà di trovare lavoro, le ansie, le fughe, ma anche i processi e le sentenze scontate, fino agli undici durissimi anni di carcere, divisi in due diverse condanne, scontate dal 1928 al 1932, e dal 1934 al 1941, in diversi penitenziari italiani. Affiorano dall’autobiografia, in pagine scandite da eventi drammatici, le principali vicende politiche che tormentarono il Paese fra il 1920 e il 1945, dall’ascesa del Fascismo alla sua caduta e alla liberazione dell’Italia dalla dittatura e dall’invasione delle truppe tedesche al Nord. Ma è attraverso le analisi storiche dell’Italia tra fine ‘800 e i primi vent’anni del ‘900 che l’autore cerca di individuare la combinazione di fattori economici, politici, sociali e culturali che permisero la vittoria nel Paese del Fascismo, che trovò a Ferrara, città e provincia, un terreno particolarmente fertile, da un lato per la debolezza delle forze di opposizione socialiste e comuniste, dall’altro per la capacità della propaganda fascista di favorire un fronte unico tra proprietari borghesi, classi medie e una parte dell’ area cattolica.
LA FAMIGLIA, LA FORMAZIONE INTELLETTUALE E POLITICA
Ilio era stato il primo della famiglia ad arrivare alla scuola superiore grazie ai sacrifici del padre che aveva avviato in città un piccolo commercio al dettaglio in un quartiere periferico e sognava per il figlio un futuro nell’area del commercio. Sperava che un titolo di studio potesse fargli fare una vita meno miserabile della sua. I genitori, analfabeti entrambi, venivano da Guarda, un paesino della campagna ferrarese fra Copparo e Berra. Il padre aveva imparato a far di conto e a scrivere la sua firma durante il servizio militare.
Il ragazzo si era iscritto a 17 anni al circolo socialista giovanile Telloli, a cui era stato invitato da amici del quartiere, entrati presto in fabbrica, dove avevano assorbito dagli operai sindacalizzati idee di giustizia sociale, di uguaglianza, di riscatto dei diseredati. La sua formazione politica, iniziata attraverso questa sorta di tutoring tra pari, dopo l’abbandono della scuola, si era affidata a letture disordinate, in particolare l’Avanti, quotidiano socialista fondato a Roma nel 1896, soppresso dal fascismo nel 1926, come tutta la stampa libera, ai racconti del padre che gli aveva fatto conoscere indirettamente la miseria dei braccianti nelle campagne, dove la pellagra faceva strage di bambini cresciuti a fame e polenta, la precarietà dei lavori più umili, la fatica massacrante di chi lavorava la canapa, immerso fino alla cintola per ore e ore nell’acqua dei maceri.
Per questo sentiva profondamente la necessità di una nuova società che ponesse fine ai privilegi di alcuni a scapito delle condizioni miserabili di tante donne e uomini, ai quali spesso fra il 1896 e la prima guerra mondiale non era rimasto che emigrare oltreoceano per sfuggire all’oppressione di leggi inique.
Il padre aveva cominciato a lavorare a sei anni come pastore, per diventare, poi, bracciante nelle terre di bonifica e, infine, trasferirsi in città, dove, dopo aver trovato lavoro come facchino, aveva dovuto inventarsi, a causa di un brutto infortunio che lo rese zoppo per tutta la vita, il mestiere di ambulante di mistocchine in un angolo frequentatissimo della città, fra le attuali viale Cavour e Corso Isonzo,
Il negozio di frutta e verdura che riuscì ad aprire di lì a poco, era stato un piccolo salto di classe, che aveva consentito a Ilio di andare a scuola e perfino in vacanza al mare. La famiglia, a cui la mamma aveva sempre dato il suo aiuto nei momenti di maggiore precarietà come lavandaia al servizio di famiglie abbienti, aveva subito negli anni lutti dolorosi con la morte delle due prime figlie, di cui la prima, ragazza madre, aveva lasciato una figlia appena nata, che i genitori crebbero come una figlia loro, la seconda non era riuscita a salvarsi dalla tubercolosi.
Erano state essenzialmente le esperienze familiari insieme ai racconti dei parenti e degli amici che avevano spinto Ilio ancora adolescente a pensare alla necessità di impegnarsi per liberare gli ultimi della società dallo sfruttamento, dall’ignoranza, dalla miseria, dalla malnutrizione e dalle malattie che la miseria porta con sé.
Una convinzione che lo aveva indotto a scegliere molto presto un dissidio doloroso con il padre, cattolico praticante imbevuto dell’antisocialismo di matrice clericale, del tutto estraneo al dibattito politico dell’epoca. “Un contrappeso al conservatorismo di mio padre, racconta Ilio, amareggiato, ma mai ostile, furono la libertà e l’originalità di pensiero di mia madre. La sua influenza sulla mia formazione fu notevolissima, soprattutto per quel suo modo di trattare con la gente. …Mi diede tutta la sua fiducia e il suo amore quando fui costretto a scomparire nell’illegalità per finire poi nel buio della galera. Era analfabeta, ma da lei ricevetti una lezione che non avrei mai dimenticato, quella di sottoporre sempre a critica fatti e idee prima di accettarli, da qualunque parte provenissero”.
Il suo impegno rivolto ai giovani delle classi subalterne nasceva dalla certezza che solo se avessero capito che le loro condizioni di vita e di lavoro non erano frutto di un destino immutabile, ma di storiche ingiustizie sociali, avrebbero trovato il coraggio di rivendicare i loro diritti e di emanciparsi da una plurisecolare sudditanza nei confronti delle classi al potere.
NON SI ESCE DA UNA DITTATURA CON UN COLPO DI SPUGNA
La prefazione e i primi capitoli de Il bastone e la galera sono dedicati ad evocare il clima politicamente incandescente dei primi anni Venti: per Ilio Bosi anni di una formazione politica sul campo particolarmente pericolosa a Ferrara dove l’ascesa dello squadrismo capeggiato da Italo Balbo fu particolarmente rapido e violento, in grado di mettere fuori gioco, con l’aiuto della propaganda, le organizzazioni socialiste e di favorire al di là degli effettivi rapporti di classe un fronte “reazionario fra proprietari e affittuari “ .
LA CLANDESTINITÀ
L’ autobiografia, descrivendone il vissuto, rivela i risvolti emotivi più duri della clandestinità. Il clandestino politico è un uomo che vive nascondendo la propria identità, rinunciando al nome, alla famiglia, agli affetti. I genitori di Ilio Bosi morirono uno dopo l’altro senza poterlo vedere per un’ultima volta e senza che lui potesse neppure assistere al loro funerale. 4)
Ilio sa armarsi di diffidenza, è sempre pronto alla fuga, si allena a sopportare la brutalità del carcere e la durezza dell’isolamento. Unica consolazione gli incontri con altri militanti, clandestini come lui, spesso personaggi già famosi, intellettuali, da cui cerca di imparare tutto il possibile.
Non si lascia scoraggiare mai, neppure dai pestaggi. Arrestato alla fine del 1924 in Abruzzo e poi nel maggio 1925 a Foggia, viene rispedito libero a Ferrara, dove un’aggressione programmata dai fascisti lo fa finire in ospedale, ma non lo ferma. Anche da clandestino viaggia attraverso il Paese, dove continua la sua azione di propaganda, seguendo le direttive di Antonio Gramsci, che conosce personalmente.
LA PRIGIONE
Destinato dal partito al Sud, diventa segretario interregionale della Federazione Giovanile Comunista per la Sicilia e la Calabria e a Catania nel 1926 la polizia lo arresta insieme a tutti i dirigenti del partito e della federazione giovanile. Trasferiti a Roma vengono processati due anni dopo dal Tribunale Speciale. Bosi è condannato a dieci anni di carcere, la condanna più dura fra quelli arrestati con lui, che si ridurranno a 4 per l’amnistia del 1932.
«Decisi di programmare il lungo tempo che restava applicando le regole più elementari di sopravvivenza, con l’estensione di tali cure anche al cervello.»
La detenzione è dura, tra cimici, mancanza di igiene, freddo, perquisizioni “esterne e interne”, convivenza con detenuti comuni mafiosi o criminali. Durante la detenzione muoiono prima il padre, la cui scomparsa lascia la madre e una sorella nella quasi indigenza, poi la madre.
Tornato a Ferrara si dedica alla riorganizzazione del Partito Comunista e alle lotte di braccianti e contadini, attività che lo portano ad un nuovo arresto nel 1933 e a un nuovo processo del Tribunale Speciale, che gli infligge altri 16 anni di carcere, che passa a Civitavecchia fino al 1941, studiando e discutendo del futuro dell’Italia dopo la fine della guerra e della dittatura. Sono gli anni di maggiore potere del regime e della più assoluta clandestinità per comunisti e antifascisti.
Una nuova amnistia nel 1941 ne abbrevia la pena e gli permette di tornare in libertà vigilata a Ferrara, dove riprende l’attività di contatto con i comunisti, lavorando per l’unità delle forze antifasciste. Nel 1943 la caduta del regime e l’armistizio di Cassibile crea l’illusione di una fine imminente non solo della guerra ma anche della dittatura. Non fu così. La creazione, voluta dalla Germania di Hitler, della Repubblica di Salò divise l’Italia in due Stati, e innescò la lotta armata dei partigiani contro i tedeschi invasori, e la guerra civile contro i fascisti e l’esercito repubblichino.
Bosi continuava la sua attività clandestina di dirigente politico del Partito Comunista, prima a Milano, poi in Piemonte, e infine a Genova, dove lo inviò Luigi Longo, per affiancare la lotta armata della Resistenza, che al Nord era iniziata con i Gruppi d’Azione Patriottica (GAP), piccoli nuclei di partigiani, attivi soprattutto in città, principalmente su iniziativa del Partito Comunista Italiano. Bosi racconta l’azione coraggiosa di opposizione non più al nemico di classe, ma al comune nemico nazifascista, attraverso gli scioperi degli operai nelle fabbriche nel corso del 1944, sostenuti dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) che riuniva i partiti antifascisti, fino all’ultimo sciopero generale di Milano dell’aprile 1945.
UNA STORIA A LIETO FINE.
E’ il titolo dell’ultimo capitolo dell’autobiografia. Bosi racconta l’ultimo atto della sua clandestinità e vive come segno di grande fiducia nei suoi confronti , l’offerta ,da parte di Luigi Longo e del Partito Comunista, di un “nuovo campo di lotta” alla guida del Fronte della Gioventù milanese. Questa era un’organizzazione di giovani quasi tutti del Nord di cultura ed estrazione completamente diverse dai giovani della Federazione giovanile comunista di cui era stato responsabile con altri dirigenti comunisti nel 1924, fatta per lo più di operai. Bosi succedeva a Eugenio Curiel, intellettuale ebreo e fisico italiano, fondatore del Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà, partigiano, ucciso a Milano da militi fascisti il 24 febbraio 1945. In quei mesi durissimi di lotta armata, sindacale e politica, Ilio sottolinea nella crescente partecipazione dei cittadini all’opposizione al potere nazifascista, il risveglio del Paese alla libertà, che fu la molla della vittoria contro la dittatura.
NOTE
1) Nel 1924 è un anno cruciale nella storia dell’Italia del ‘900, come le elezioni del 6 aprile, il rapimento e l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti da parte di squadristi fascisti il 10 giugno, la conseguente Secessione dell’Aventino da parte dei deputati d’opposizione. Matteotti sarebbe stato assassinato, secondo la tesi dell’opposizione dell’epoca e di numerosi storici successivi, per l’accesa denuncia delle irregolarità e delle violenze compiute dai fascisti nelle elezioni politiche del 1924: ricerche successive hanno, invece, fatto emergere una seconda ipotesi relativa ad un grave scandalo finanziario , noto come l’affare Sinclair.
2)Fra le varie correnti del Socialismo dei primi anni ’20, emerse la figura e l’azione politica di Alda Costa, maestra ferrarese tenacemente anti-interventista, poi altrettanto tenacemente avversa al Fascismo fin dalla sua ascesa al potere. Perseguitata duramente negli anni della dittatura. Alda Costa appare a Bosi una personalità di riferimento importante nel panorama del Socialismo ferrarese. Pg. 210)
3) Dall’avvocato Mario Cavallari figura di spicco del Socialismo riformista ferrarese, Bosi fu difeso coraggiosamente nel secondo processo ed ebbe un rapporto di aperta collaborazione anche economica nella fase di inizio a Ferrara della Resistenza, dopo la caduta di Mussolini e lo sbarco delle forze alleate in Sicilia. (pg.211)
4) La clandestinità diventa obbligatoria per chi voleva sopravvivere e continuare a combattere dopo il 1926, anno di emanazione delle cosiddette “leggi speciali” e del Tribunale speciale. (pg. 98)
FONTI
- Ilio Bosi, Il bastone e la galera. Vita di un giovane italiano durante il ventennio. Istituto di Storia Contemporanea, Gabriele Corbo Editore, 1995. Ferrara.
- Antonella Guarnieri, Il fascismo ferrarese. Dodici articoli per raccontarlo, Ferrara, Tresogni, 2011, Il nuovo segretario della camera del Lavoro di Ferrara divenne Giacomo Matteotti, ma anche lui poté poco contro il clima di crescente favore del quale godeva il fascismo. In quei giorni il nuovo segretario del Fascio di Ferrara divenne Italo Balbo, sostenuto dai grandi proprietati terrieri.]Balbo stava cercando un modo per affermarsi e gli agrari avevano trovato in lui chi potesse difendere i loro interessi anche facendo uso della violenza. Queste circostanze determinarono così la nascita dello squadrismo ferrarese,[20] che restando attivo almeno sino al 1922 riuscì a distruggere il movimento socialista.
- https://costituenti.900-er.it/ilio-bosi http://www.storiaxxisecolo.it/fascismo/fascismo1b.htm, https://www.anpi.it/biografia/ilio-bosi Perseguitati politici in Emilia Romagna
- Roberto Parisini, La ricostituzione dei gruppi dirigenti a Ferrara dopo la Liberazione, ISTITUTO NAZIONALE FERRUCCIO PARRI
- https://www.reteparri.it/
· https://www.anpi.it/biografia/eugenio-curiel, Caduti, perseguitati politici, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Toscana, Partigiano e fisico italiano, ebreo espulso nel 1938 dall’insegnamento nell’ateneo di Padova, già da diversi anni attivo nei gruppi universitari comunisti clandestini, studioso di sindacalismo. Arrestato a Trieste e confinato a Ventotene nel 1939, liberato dopo 4 anni, nel 1943, a Milano diresse l’Unità e altri fogli clandestini e fondò il Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà, un’organizzazione unitaria tra i giovani antifascisti di ogni schieramento politico. comprendente una moltitudine di organizzazioni minori, aveva come obiettivo quello di includere i giovani nella lotta contro gli occupanti nazifascisti e di diffondere le idee di democrazia e libertà nelle nuove generazioni. Insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
Ilio Bosi dopo la Liberazione.
Chiamato a Roma alla Direzione nazionale del PCI nel 1945, Ilio Bosi rientrò, poi, a Ferrara, dove resse per breve tempo la locale Federazione. Eletto alla Costituente, fu successivamente Senatore di diritto nella prima legislatura per avere scontato più di cinque anni di carcere durante il regime fascista. Rieletto al Senato nel 1953 e 1958, mantiene la Vicepresidenza della Commissione Agraria.
In quel periodo fu pure segretario della Confederterra e diresse, anche a livello internazionale, il movimento contadino. Concluso il periodo degli incarichi parlamentari rientrò a Ferrara ricoprendo, con riconosciuta capacità, diversi ruoli d’amministratore pubblico. Bosi è stato anche presidente dell’Associazione perseguitati politici antifascisti e dell’ANPI di Ferrara. La sua intensa attività al servizio del Paese è stata ripercorsa nel convegno che si è svolto nel 2015, a vent’anni dalla morte, presso l’Istituto di Storia Contemporanea, dal titolo ILIO BOSI protagonista del ‘900 antifascismo – democrazia – giustizia sociale, organizzato, in collaborazione con la sezione ANPI di Ferrara e l’Istituto Gramsci, dall’Istituto di Storia Contemporanea, di cui per diversi anni Bosi è stato membro del consiglio di gestione.
FONTI
- https://costituenti.900-er.it/ilio-bosi
- https://www.periscopionline.it/sabato-5-dicembre-presso-listituto-di-storia-contemporanea-di-ferrara-ricordo-di-ilio-bosi-a-ventanni-dalla-scomparsa-69789.html
a cura di Dalia Bighinati

