Informazione e minori, quando la giusta misura è stare un passo indietro

Una storia,  quella neonata che ha perso la vita a Cento, che ha profondamente scosso l’opinione pubblica.

Ci siamo chiesti come l’informazione si debba porre rispetto a queste vicende drammatiche, e a quelle che in generale coinvolgono i minori.

Difficile trovare la giusta misura: forse basterebbe fermarsi, e provare a mettersi per un istante nei dolorosi panni di una madre, un padre, degli zii, dei nonni, dei fratelli, colpiti dalla tragedia più grande che possa capitare, la morte di un bambino.

Lo strazio della famiglia”, “la tragica fatalità”, “una comunità che piange una piccola vita”.

Sono le frasi che sentiamo e leggiamo, sui mezzi di informazione, ogni volta che un fatto di cronaca ha come vittima un bambino. Titoli e testi che a volte sembrano fredde “formule” che le testate usano per raccontare vicende drammatiche di cui non è affatto semplice occuparsi. Quali sono le parole giuste da usare per non rischiare di spettacolarizzare il dolore di una famiglia? Quali sono le immagini e foto da pubblicare e quelle che invece è meglio non mostrare? Quanto e cosa di una storia di deve, e si può raccontare? Sono domande che, chi fa il lavoro del giornalista, continuamente si deve porre, davanti a qualunque storia, a quelle che coinvolgono i bambini a maggior ragione.

Il codice deontologico che la categoria dei giornalisti deve rispettare, attraverso documenti come la Carta di Treviso e il Vademecum, pone dei limiti entro cui il diritto di cronaca si deve muovere quando si trattano notizie che riguardano i minori. Perché la morte di un bambino è la cosa più contro natura che ci sia, e le parole e le immagini giuste, per raccontarla, sono le più difficili da trovare. Perché ci sarà sempre qualcuno che potrà essere colpito, ferito e turbato, da una foto, da una parola, da una testimonianza. E allora forse il codice migliore, una volte applicate le norme vigenti, sarebbe quello del buonsenso, e di un passo indietro.

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