Italia: un paese sempre più povero di culle

05 calo nasciteNonostante il 2014 sia stato per il nostro Paese un anno record per il calo della natalità, anche nel 2015 continua a diminuire il numero del neonati, che dopo il record negativo di 509mila nuovi nati nel 2014, il livello minimo dall’Unità d’Italia, nei primi tre mesi dell’anno ha fatto registrare, secondo i dati Istat, un -3,71%.

“Le culle italiane sono sempre più vuote: il bollettino demografico dell’Istat relativo ai primi 3 mesi dell’anno riporta 118.498 nati, il 3,71% in meno rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, un trend negativo che ha diffuso la denatalità anche nelle famiglie degli immigrati, come se si trattasse di un contagio legato all’atmosfera del Paese.Un clima sociale e culturale, che sembra dissuadere le coppie giovani a mettere al mondo figli, vuoi, commentano i sociologi, per effetto della crisi economica, vuoi per le difficoltà per le donne che lavorano di poter contare su un sistema di welfare adeguato. L’aumento dell’età pensionabile ha inoltre impedito a molti potenziali nonni di mettersi a disposizione dei mancati nipoti.

Ma il calo della natalità per alcuni studiosi è legato non solo a scelte personali e di coppia, ma ad un vero e proprio deficit di fertilità, che si registrebbe nelle donne, perché molte arrivano alla prima gravidanza in età non più adeguata, spesso dopo i 40 anni, quando cioè il potenziale riproduttivo si è ridotto e la possibilità di concepimento risulta inferiore al 10%. Per gli uomini gli esperti inseriscono condizioni lavorative che espongono a radiazioni e microtraumi, esposizione agli agenti inquinanti del traffico urbano, fumo di sigaretta (i fumatori spesso hanno più spermatozoi con morfologia anomala), uno stile di vita troppo stressante, riduce la fertilità maschile. Nel futuro del nostro Paese sembrano esserci sempre più case tristemente vuote di culle, una ipotesi che ha fatto lanciare all’Onu l’allarme sull’estinzione degli italiani, e che comunque richiederebbe una maggiore attenzione delle politiche nazionali, il più delle volte troppo legate alle questioni poste dall’emergenza, piuttosto che ad una capacità di progettare con forza una crescita del Paese a misura di molti bambini.

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