La ricerca sul covid-19: “Si può prevedere chi si ammalerà gravemente di covid?”

Si può prevedere chi si ammalerà gravemente di Covid? Questa è una delle domande che la comunità scientifica si è posta  in questi mesi. Se questo fosse possibile,le terapie potrebbero intervenire precocemente per evitare l’aggravamento dei malati. La domanda nasce non solo dalla rilevazione della coesistenza anche all’interno della stessa famiglia di casi asintomatici e di altri sintomatici, che si sono improvvisamente aggravati, ma dalla scoperta che alcuni pazienti gravi o gravissimi, all’inizio dell’infezione avevano meno cellule immunitarie e alti livelli di infiammazione.

Quali sono le cause che determinano l’aggravamento, allora, al di là della presenza, soprattutto in chi è più avanti con l’età, di altre gravi patologie croniche,  che rendono inevitabilmente più fragile la persona infettata da Sars Cov 2?

Già nel corso del 2020 gli scienziati avevano parlato della cosiddetta “tempesta di citochine”, proteine che organizzano la risposta immunitaria al virus, le quali, andando fuori controllo,  creerebbero gravi danni a diversi organi, quali polmoni, cuore, cervello,  proprio quelli più colpiti nei malati più gravi. Il danno in questi casi non sarebbero creati  direttamente dal virus, ma da un eccessiva risposta, causata dalle citochine,  del sistema immunitario.

Chiaro che se si arrivasse a conoscere chi è a rischio di una risposta abnorme al virus,  prima che si manifestino i sintomi, si ridurrebbe il numero dei casi più gravi e dei decessi. In questi giorni la stampa specializzata dà notizia di un nuovo studio dell’Università di Cambridge, i cui ricercatori, dopo aver messo a confronto per 90 giorni i  campioni di sangue di pazienti infettati da Sars-Cov-2 e misurato le loro risposte immunitarie avrebbero scoperto che i pazienti con  decorso grave non solo hanno prodotto livelli più elevati di citochine infiammatorie rispetto agli asintomatici o poco sintomatici, ma all’inizio dell’infezione avevano anche meno cellule immunitarie  pronte a colpire rapidamente il virus. Il  contrario di quanto rilevato in chi aveva manifestato sintomi lievi o nessun sintomo.

Come scoprire gli individui per così dire predisposti ad ammalarsi gravemente è il mistero, su cui  alcuni gruppi di ricerca   si stanno impegnando

Tra le ipotesi,   un’indagine pubblicata su Nature dall’Università di Edimburgo,  ha identificato alcune regioni del genoma che potrebbero contenere parte della risposta, mentre una ricerca coordinata dal Radboud University Medical Center, nei Paesi Bassi e pubblicata nel novembre scorso sulla rivista eLife ha puntato il dito sull’ emocromo, come possibile indicatore delle persone più a rischio, altri ancora hanno messo in correlazione il gruppo sanguigno con la gravità dei sintomi

Un lavoro in fieri di straordinaria importanza che potrebbe dare ai medici la possibilità di utilizzare farmaci mirati,  in grado di agire sul sistema immunitario,  come gli anticorpi monoclonali  ( peraltro non ancora autorizzati dall’Ema e finora non utilizzati in Italia neppure in via sperimentale), mentre darebbero la possibilità al sistema sanitario nazionale  di puntare sulla prevenzione mirata o quantomeno di evitare in molti casi  il ricorso alle terapie intensive.

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