Lavoro: attrazione irresistibile?

Il lockdown non e’ finito, se lo stanno smontando, fabbrica dopo fabbrica, negozio dopo negozio, gli irriducibili del “meglio morti di virus che di fame”. Ammesso che tutti, indistintamente, titolari e dipendenti di azienda siano finiti in miseria dopo i 57 gg. di inattività. Ma senza l’odiosamato lockdown,  che si deve fare per evitare l’ assalto del misterioso virus?

Le reazioni alla richiesta di ripartenza immediata sono diverse.

Ci sono gli scettici complottisti, per i quali  il virus fa parte di una sceneggiatura mondiale, non si sa bene di quali autori, messa in piedi per testare gli effetti di questa strana guerra di cui non si conoscono i nemici.

Per gli  impazienti-increduli, invece, “ non se ne poteva” più di vivere 24h al giorno in video call, la moglie in cucina a sfornare pietanze vegane” per combattere immobilità, sottogola e  pancia”.

Per i saggi, più moderati e cauti, “Sarà il momento giusto per vedere se gli italiani sono dotati di senso civico”, quindi via a scrivere a “Ditelo a Mirta” che in città non si trovano mascherine a 50 cent, che i vicini ieri sera hanno festeggiato la mamma, ospite della  RSa della frazione vicina, con un’apericena senza schiamazzi, ma con la nostalgia del bar del centro storico, il più ricco di stuzzichini.

E mentre la tv ci rimanda le immagini dei Navigli in festa, dei palermitani al sole di  Mondello , dei grappoli di milanesi ai balconi del Casoretto in attesa della cooperante Silvia Romano, ci viene il sospetto che gli Italiani siano degli inguaribili ottimisti.

C’è chi dice che in questi due mesi di reclusione molti di noi abbiano messo in moto i meccanismi della  rimozione per il desiderio di voltare finalmente pagina. Non si spiegherebbero altrimenti l’affannosa rincorsa ad aprire ristoranti e bar, negozi di parrucchieri e abbigliamento, bypassando il crono-programma del Governo.

“Nella fase 2, dicono, le misure di prevenzione di una possibile ondata di ritorno del contagio dovrebbero essere rispettate come e più di prima. C’è il rischio che aprendo troppo in fretta, i clienti non arrivino per diffidenza, che il costo delle misure di autotutela superino i guadagni.

E comunque non c’è medico che non avverta quotidianamente che senza lock down e  senza tamponi per tutti il rischio inevitabilmente crescerà.

Da dove viene, allora, questa voglia di lavoro?

Gli italiani non impiegati in attività di prima necessità, dopo due mesi di ozio forzato non ce la fanno più per la disperata necessità di evitare il dissesto finanziario o c’è qualche altra motivazione? 

Per chi non aveva lavoro, la fine del lock down potrebbe offrire un’occasione in più rispetto alla solidarietà  pubblica o privata. Idem per chi il lavoro rischia di perderlo, proprio a causa del lock down.

Chi preme per tornare ai ritmi quotidiani fuori casa sente certamente il peso della  mancata redditività, ma la voglia di lavoro non credo si esaurisca  in questo. Ci deve essere anche una ragione più profonda. Una motivazione , che in questi anni di progressiva sottovalutazione del lavoro, sembra essere stata dimenticata. Quasi ci  vergognassimo a tirarla fuori.

Eppure è proprio questo il momento di riportarla in primo piano.

Diciamoci allora con forza,  che il lavoro:

  • non è solo una necessità economica, ma l’ambito in cui ognuno sperimenta se stesso nella relazione con gli altri, migliora le proprie condizioni di vita e contribuisce allo sviluppo della comunità.
  • non può essere il privilegio di pochi, fortunati o raccomandati.
  • che è un diritto di tutti.

Il lavoro è dignità, come non  si dimentica mai di ripetere papa Francesco, che con questo titolo due anni fa ha pubblicato per la Ediesse, un libro che predica l’attualità questo tema.

Ricordiamoci tutto questo, perché in un futuro molto prossimo, quando quasi certamente si dovranno rivedere molte norme, principi, abitudini della nostra convivenza sociale, la crisi economica, che abbiamo all’orizzonte, non diventi un’altra occasione  per rendere il lavoro ancora più precario, più avvilente la sua retribuzione e la sua ricerca.

In questa fase 2 dell’epidemia da Covid 19, dobbiamo ripetercelo senza stancarci. Non per fare l’apologia del superfluo, ma per promuovere occupazione per tutti. Un lavoro utile, onesto e produttivo, che serva davvero ad ognuno di noi e alla comunità in cui viviamo.

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