Le donne come bottino di guerra

Arrivano fino a noi le immagini e la voce delle ragazze afghane che in alcuni video pubblicati sui social chiedono aiuto ai militari statunitensi in partenza da Kabul e a tutto l’Occidente che lasciando l’Afghanistan presidiato, aiutato per oltre dieci anni a trovare una pseudo normalità, non ignoravano certamente che, alla loro partenza, il Paese sarebbe ripiombato nelle mani dei Talebani, guerrieri feroci e determinati ad impadronirsi del Paese, più che studenti coranici.

«Una ragazza come me sarebbe costretta a sposare uno dei combattenti talebani. Considerano le donne un bottino di guerra. Dice la ragazza afghana di 23 anni, intervistata dalla giornalista iraniana Masih Alinejad. Un video diventato virale in cui piange dopo l’arrivo a Kabul dei talebani. Parlo perché ci sono donne stuprate che non hanno una telecamera per farlo. Io sono relativamente al sicuro, ma ho paura per i miei amici bloccati a Kabul che non possono scappare».

«Aiutateci, i talebani stanno arrivando a casa»: in un video su twitter un gruppo di ragazze afghane implora aiuto, con pianti terribili, dietro ai tornelli dell’aeroporto di Kabul. Si rivolgono ad alcuni soldati americani. Insieme a loro migliaia di persone che da giorni cercano di fuggire dal nuovo dominio. Difficile continuare a parlare di pari opportunità e rivendicazione di diritti, come stanno facendo le rappresentanti di Stati e Organizzazioni femminili al Women 20, di fronte al terrore di queste ragazze, che si sentono bottino di guerra, vittime designate e impotenti.

Noi ci auguriamo che proprio questo G20 a presidenza italiana, come ha detto ieri il Presidente del Consiglio Mario Draghi, sappia dare voce al dovere di prendere provvedimenti urgenti per non lasciare sole le donne afghane e i loro figli. L’aiuto dei leader mondiali che stanno assistendo all’ennesimo dramma di questo martoriato popolo non è soltanto il compito di una diplomazia accorta e tempestiva, ma un dovere di civiltà, che fa appello alle coscienze di tutti.

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