Legge di stabilità: chi paga e chi no

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Aveva creato aspettative importanti, sia tra i lavoratori sia tra gli imprenditori, il presidente del consiglio Enrico Letta: “per la prima volta – aveva detto – nella prossima legge di stabilità ridurremo la tassazione sul lavoro. L’obiettivo è mettere un po’ di soldi in più nelle tasche degli italiani, e quindi rilanciare i consumi”.

Dopo l’approvazione da parte del consiglio dei ministri della nuova manovra finanziaria, la delusione è palpabile: il governo ha destinato al taglio delle tasse sul lavoro circa 5 miliardi in tre anni, e questo, secondo tutte i calcoli comparsi in queste ore, si tradurrà, in un aumento – chiamiamolo così – di una decina di euro al mese, nei casi più fortunati. Difficile sostenere che una cifra del genere può comportare un rilancio dei consumi nel nostro Paese.

Non è l’unica attesa delusa di questa legge di stabilità: tra le ipotesi che erano state ventilate per raccogliere fondi da destinare al taglio della tassazione sul lavoro , c’era anche un aumento dell’imposta sulle rendite finanziarie, dal 20 al 22 per cento. Secondo la solita logica: in Italia il lavoro paga più tasse di una speculazione finanziaria. Ma come al solito non se ne è fatto nulla: forse per non spaventare gli investitori, forse perché le potenti lobby finanziarie si sono smesse in moto.

Quanto alla tassazione sulla casa: l’IMU viene ufficialmente abolita, ma nasce la Trise, un tributo sui servizi comunali, che si articola in due componenti: la prima, una tassa sui rifiuti urbani (Tari), la seconda a copertura dei costi relativi ai servizi comunali indivisibili, come illuminazione pubblica o sicurezza (Tasi). Il fatto è che queste imposte gravano sulla casa, prima o seconda che sia: difficile non considerarle una rievocazione dell’IMU sotto mentite spoglie.

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