Questione di leggi o di cultura? Come ci si libera dalla violenza contro le donne?

109 donne uccise in Italia nel 2021, secondo i dati del Viminale di pochi giorni fa. Una donna ogni 72 ore, in aumento dell’8% rispetto al 2020. Sono 89 le donne  vittime ogni giorno di maltrattamenti soprattutto in famiglia. E  il 70% delle vittime sono italiane. Le leggi antiviolenza hanno contribuito a far emergere il fenomeno e a indurre le donne a denunciare. Ma i dati sono certamente approssimati per difetto e la violenza continua a mietere vittime soprattutto all’interno della coppia. Le leggi sono indispensabili, ma contro il cambiamento  agisce una cultura millenaria difficile da sradicare.

Le tappe del Paese contro la violenza sulle donne: 1a puntata.

Parlare della condizione delle donne nel nostro Paese partendo dai dati sui femminicidi è come parlare di una città partendo dagli incidenti e dagli infortuni, molti sono mortali, altri devastanti per chi li vive, ma raccontano solo una faccia della città.

Se sotto la lente mettiamo gli stupri denunciati dalle donne sempre una piccolissima parte rispetto a quelli subiti in  silenzio,   abbiamo soltanto una immagine delle tante possibili dell’universo femminile. Proviamo allora a mettere i femminicidi, uno ogni tre giorni, nel 2021, una escalation soprattutto fra le mura domestiche, Sono 109 a tutt’oggi, sono tante, ma si dirà che cosa sono rispetto alla totalità delle donne?

Ma se sotto la lente mettiamo anche le donne della tratta, costrette con metodi violenti e con l’inganno, a prostituirsi, poi  continuiamo con chi subisce in silenzio la violenza domestica , quella economica, i ricatti sul lavoro e le manate sul sedere: il panorama si fa molto fitto e piuttosto asfissiante. il punto di vista non è dei migliori, soprattutto per il ritratto del mondo maschile che ci rimanda.

Ma mentre la società accetta di distinguere fra colpevoli e innocenti per gli incidenti stradali e per gli infortuni sul lavoro, per le varie forme di violenza di cui le donne sono vittima nel nostro Paese, si stenta a distinguere così nettamente fra vittime e violentatori.

La donna stuprata davvero non ha tentato di sedurre? Dov’era e com’era vestita? E per le mogli brutalmente accoltellate,  si chiede se in  casa “abbiano sempre portato rispetto alla volontà del compagno”. “Lui l’amava e lei se n’è voluta andare. Non andavano d’accordo?” Nell’immaginario dominante del Paese la donna non è libera di scegliere come e con chi  costruirsi la propria vita. E se si accorge di essersi sbagliata nella scelta di un compagno, se pensa di andarsene civilmente, seguendo le indicazioni del diritto, spesso deve temere per la propria incolumità, secondo i dati che riguardano in questi anni alcuni atroci femminicidi. In alcuni casi presentato come “femminicidio d’onore”, in altri come femminicidio d’amore,  mai premeditato, ma giustificato dall’assassino come frutto di un raptus.

Da dove deriva questa assurda disparità di diritti, incomprensibile  soprattutto per i giovani educati alla cultura  dell’uguaglianza, al rispetto dei diritti umani universali. E perché gli uomini non scendono in piazza a manifestare accanto alle donne per porre fine a questa arcaica presunzione di potere, che nega ogni libertà di scelta alle donne?

Le ragioni sono tante e  sono, alcune,  di natura giuridica: le leggi che puniscono la violenza e la discriminazioni sono, infatti,  recenti; altre  sono  di natura culturale.

Sono passati soltanto pochi decenni da quando nel nostro Paese veniva abolita nel 1956 la legge che prevedeva lo “ius corrigendi”, cioè il diritto dell’uomo di “educare e correggere”, anche con l’uso della forza, la moglie e i figli. Così come bisogna arrivare al 1969 per vedere dichiarato incostituzionale l’articolo 559 del codice penale, che puniva unicamente l’adulterio della moglie. E ancora solo  nel  1975 scompare la figura del capofamiglia e la potestà genitoriale diventa condivisa all’interno di un modello di famiglia paritaria del tutto nuovo.

Solo nel  1981 scompare  il cosiddetto delitto d’onore,  che prevedeva una pena ridotta per chi uccideva il coniuge, la figlia o la sorella (e l’amante loro), nel momento in cui, “nello stato d’ira determinato dall’offesa all’onore”, ne scopriva la “illegittima relazione carnale”

Viene  abolito sempre all’inizio degli anni ’80 anche il cosiddetto  matrimonio riparatore, che prevedeva la cancellazione del reato di violenza carnale, nel caso in cui lo stupratore avesse sposato la minorenne violentata. Una soluzione a cui spesso erano favorevoli gli stessi genitori della ragazza, che finiva per essere l’unica “disonorata” dallo stupro.

Mentre solo nel  1996, cioè appena 25 anni fa sono state stabilite nuove norme  sulla violenza sessuale. Con la legge 66 lo  stupro cessa di essere un reato contro la moralità pubblica, come prevedeva il codice del ministro fascista Rocco e diventa reato contro la persona. Che forza di dissuasione possono avere 25 anni di una nuova cultura del rispetto  delle donne e della loro volontà contro secoli, anzi millenni, di patriarcato e di una cultura del dominio violento dell’uomo sulla donna?

E  che significa oggi parlare di violenza di genere? Quante sono le forme di violenza,  bastano le leggi a sradicarla dalla società e dai comportamenti dell’uomo educato ancora oggi in tante parti del mondo e del nostro paese secondo il modello dell’uomo alfa? Quello, cioè, come dice una pubblicità , che non deve chiedere mai?

 

Il seguito ad un prossimo articolo.

Dalia Bighinati

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