L’incontro su “Papa Francesco, la Chiesa e i populismi” –

Si può dire che papa Bergoglio sia un populista? In un certo senso sì.

È quanto è emerso dall’incontro organizzato dall’Istituto Gramsci di Ferrara e dal Cedoc della parrocchia di Santa Francesca Romana in città giovedì 22 giugno scorso, dal titolo: “Papa Francesco, la chiesa e i populismi”.

Ne hanno parlato lo storico della chiesa Massimo Faggioli, e il biblista Piero Stefani. Se per populismo s’intende la tendenza a rapportarsi con il popolo senza intermediazioni, cercando in prima persona di rappresentarlo e mobilitarlo, papa Francesco, sotto certi aspetti, potrebbe essere espressione di un populismo in senso positivo.

La sua concezione tipicamente latinoamericana del “Pueblo”, che alcuni hanno definito vera e propria architrave del suo immaginario sociale, caricata di significato ecclesiologico (secondo la formula conciliare chiesa-popolo di Dio), sembrerebbe in sé una reazione al modello di chiesa di cui papa Benedetto XVI è stato fra i massimi esponenti. Una chiesa che non resiste alla tentazione di strizzare l’occhio a una certa impronta donatista. Non certo in senso eretico (il Donatismo fu condannato dal concilio di Cartagine nel 411 oltre che da Sant’Agostino), quanto di una chiesa-perimetro circoscritta a una sorta di avanguardia (meglio pochi ma buoni), che accetta senza tentennamenti i dettami della dottrina cristiana.

Una sorta di intransigentismo la cui onda ha continuato a propagarsi nel tessuto ecclesiale fino ai nostri giorni e che spiegherebbe la resistenza, ancora oggi, nel concedere sacramenti e includere nell’esclusivo recinto ecclesiale chi non si trovasse in condizioni esistenziali pienamente canoniche (il recente esempio post sinodale della comunione ai divorziati). Un modello di chiesa, come ricordato da Massimo Faggioli, che nel caso statunitense si declina con venature etnico-nazionaliste, nel nome della difesa di identità da possibili contaminazioni nell’epoca della globalizzazione.

Rispetto a questo stile, papa Bergoglio sembra opporre – col suo metro della misericordia – un modello più inclusivo, che non vuole misurare distanze rispetto a precetti e formule dottrinali. È l’esperienza ecclesiale tutta latinoamericana del pueblo (dalle teologie della liberazione alla più argentina teologia del popolo) che, a partire dalle periferie urbane ed esistenziali, non fa la punta ai chiodi sui modi di accostarsi alla vita sacramentale, chiudendo gli occhi sulle reali condizioni di tanti: fame, miseria, emarginazione, storie di vita complicate e tante volte sul crinale dell’ortodossia.

L’appello di Bergoglio al popolo è rivolto a una chiesa in uscita dalle proprie sicurezze dottrinali. Una chiesa più popolare e meno selettiva (in senso donatista), più collegiale e meno gerarchica, più poliedrica e meno piramidale. Lo stesso taglio pastorale di papa Francesco sarebbe la conseguente espressione di un atteggiamento che rifugge la necessità di definizioni chiare e precise in senso dogmatico e disciplinare, per allargare le braccia (per questo accusato dai conservatori di debolezza dottrinale e teologica) verso le persone, ognuna di esse, in quanto tale, inclusa senza se e senza ma nella storia della salvezza.

Ma in tutto questo c’è un però, richiamato puntualmente da Piero Stefani. Da un lato la misericordia è la chiave per spiegare l’allargamento in senso popolare della chiesa di Francesco, senza tante intermediazioni clericali e gerarchiche intra-ecclesiali. Dall’altro lato, la stessa accentuazione incrocia il corso della religiosità popolare che, in tempi di post secolarizzazione (in cui più che a un ritorno del sacro si assiste all’esplosione puntiforme di un sacro fai da te), può sfociare in adesioni ferventi anche nei confronti di apparizioni e santuari, su cui la stessa chiesa più volte ha invitato alla cautela.

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