FIL ROUGE - L’arte di intrecciare fili… a partire dalla famigliaIncontri e scontri di Dalia BighinatiPrimo Piano

Luigi Preti, Padre Costituente ferrarese: il ritratto di una generazione tradita.

Premessa

il primo gennaio del 1968 in Campidoglio alla presenza di Sandro Pertini allora presidente della Camera dei deputati, un gruppo di rappresentanti del Centro Iniziativa Giovanile di Roma consegnava l’Oscar dei Giovani all’onorevole Luigi Preti, autore di Giovinezza, giovinezza, romanzo pubblicato da Mondadori nel 1964: un memorial che racconta tra fiction e storia la vita di un gruppo di ragazzi negli anni della dittatura fascista.

Nel 1968 Luigi Preti aveva già alle spalle una fortunata carriera politica iniziata come membro dell’Assemblea Costituente a cui era stato candidato dal Partito socialista ed eletto il 2 Giugno 1946 con una valanga di voti.

Giovinezza, giovinezza…

Premio Bancarella  1965, Giovinezza, giovinezza…racconta in presa diretta gli ultimi dieci anni della dittatura, dal 1935 al 1945, dall’angolo visuale di una generazione cresciuta durante il ventennio in una città del Nord Italia, la mitica Padusa, nome antico della estrema Valle Padana, usato come nome di copertura dell’allora fascistissima Ferrara.

Sono anni cruciali per la formazione umana e politica del protagonista, Giulio Govoni, giovane universitario di famiglia borghese, che passa, nell’arco di dieci anni, dalla adesione entusiastica al Fascismo alla disillusione più amara e alla caduta dei sogni alimentati dalla retorica del regime.

Il libro, scomparso dalla circolazione dalla fine degli anni 70 insieme al film omonimo girato nel 1968 a Ferrara, porta alla ribalta il rapporto controverso fra i giovani e il Fascismo che, non a caso, aveva adottato come manifesto della dittatura una canzone che inneggiava alla giovinezza come età degli eroici furori, nemica del passato e della lentezza e destinata a realizzare l’utopia di un’Italia imperiale. Il mito della giovinezza divenne uno strumento potente di indottrinamento e di conquista delle coscienze.

La gioventù, celebrata dall’ideologia fascista, doveva restituire al Paese la grandezza dell’antico impero romano, evocato dai simboli di una romanità di maniera dissepolti dal Fascismo: dal fascio littorio, all’aquila romana, fino all’architettura e all’urbanistica. Il Fascismo parlava al popolo attraverso vessilli e monumenti, di cui sono ancora oggi esempi parlanti il Palazzo della Civiltà all’EUR e Via della Conciliazione a Roma.

Pubblicato alla vigilia del grande movimento di contestazione studentesca e operaia del ’68  e dedicato dall’autore ai giovani della prima generazione postbellica del benessere e del consumismo, il romanzo si articola in tre parti , che vanno dal massimo della fiducia nei sogni di gloria della dittatura (1° parte “I tempi del fascismo trionfante”), alla scoperta del prezzo che la dittatura chiedeva all’uomo nuovo “costruito” per dominare il mondo, vale a dire la sottomissione totale, la rinuncia alle libertà democratiche e il sacrificio personale fino alla morte (2° parte” La guerra a fianco della Germania nazista”).

 L’ incipit e la conclusione del libro sono segnati da due discorsi di Mussolini. Il primo del 2.ottobre 1935  annuncia alle folle adunate nelle piazze italiane l’inizio sella campagna d’Etiopia destinata nei proclami del Duce a fare dell’Italia il centro di un impero coloniale, in nome del diritto a “un posto al sole” tra le potenze europee- L’ultimo del 16 Dicembre 1946, al Teatro Lirico di Milano,  il cosiddetto discorso della riscossa, per chiedere agli Italiani, stanchi e logorati da una guerra affrontata senza mezzi adeguati e dalla fame, di “difendere con le unghie e con i denti la valle del Po”, di credere nell’Italia della Repubblica di Salò, e  ai Milanesi di  dare il segnale della riscossa procurando le armi per lo scontro finale.

Nel 1935 la fascistizzazione del paese era cosa fatta, l’indottrinamento attraverso l’educazione scolastica e la propaganda di regime era penetrato in profondità nella coscienza dei giovani italiani pronti ormai a “credere obbedire e combattere”, come chiedeva l’inno:.”Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza, nel fascismo è la salvezza, della nostra libertà”, fortunatamente spesso seguito dalle parodie goliardiche fieramente proibite dai gerarchi.

 Il romanzo apre uno squarcio nel sipario calato sul ventennio nell’immediato dopoguerra, facendoci conoscere il disinganno di una generazione che si sentì tradita dal Duce. Il capo del Fascismo non aveva messo in conto l’impatto che l’orrore e l’insensatezza della guerra avrebbero avuto su tanti giovani.

Il volto del fascismo si svelò, infatti, nell’urto con la realta’ delle guerre volute da Mussolini., Vent’anni di sanguinose, violente e distruttive guerre di conquista, verso popoli inermi e spesso condotte con grande brutalità senza risparmiare nessuno. “come scrive lo storico Giorgio Rochat in “Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Torino, Einaudi 2008

Ad annunciare la tragedia che incombeva su di loro, dopo l’entrata in guerra nel 1940, furono, infatti, l’escalation delle sconfitte subite in quel decennio, i tanti morti lasciati sul campo di battaglia dei fronti greco, albanese, africano e russo, anche se il colpo di grazia arrivò dall’esperienza della crudeltà della guerra, come scrive dal fronte, in una lettera agli amici, Gianni, uno dei personaggi del romanzo.

La repressione violenta del dissenso, la brutalità usata per sottomettere i popoli africani, la disumanità delle leggi razziali, che scaricarono sugli ebrei la colpa di ogni mal,e  generarono reazioni diverse. Alcuni personaggi del romanzo trovano il loro riscatto andando a combattere per riconquistare all’Italia la libertà (3° parte “La lotta di liberazione”). altri restano sostanzialmente indifferenti, altri ancora entrano nell’esercito della Repubblica di Salò. A volte arruolati a forza.   

Nel 1935 Luigi Preti aveva 21 anni, studiava Legge all’Università di Ferrara, dopo avere frequentato il liceo della città e le diverse formazioni giovanili dell’Opera nazionale Balilla istituita da Mussolini nel 1926 “finalizzata all’assistenza e all’educazione fisica e morale della gioventù.  La propaganda lo aveva certamente contagiato, ma non conquistato. come è per Giulio Govoni, fin da subito preso dai dubbi alimentati dall’anziano barbiere e irriducibile socialista, Aleardo Arlotti, e dall’amico coetaneo, Giordano, rampollo di una ricca famiglia borghese e fascista, un giovane intellettuale di idee liberali, scanzonato e impavido nel suo aperto dissenso alla dittatura. 

La giovinezza di Luigi Preti

Luigi Preti nasce a Ferrara il 23 ottobre 1914, ultimo di quattro fratelli, in una famiglia di commercianti della media borghesia ferrarese. Le poche notizie che abbiamo della sua adolescenza e giovinezza sono dovute agli accenni autobiografici che qua e là affiorano dalle sue opere successive. Frequenta il liceo classico della città e certamente entra nelle diverse formazioni giovanili, complementari all’istituzione scolastica. Miravano all’educazione spirituale, culturale e religiosa, ma anche all’istruzione premilitare, ginnico-sportiva, professionale e tecnica, riassumibile nel motto “libro e moschetto fascista perfetto”. 

Frequenta la facoltà di Giurisprudenza all’Università di Ferrara, aderendo ai Gruppi universitari fascisti (GUF), e nel 1936 si laurea con una tesi di Storia delle relazioni internazionali dedicata all’occupazione inglese di Malta, pubblicata due anni più tardi dalla casa editrice Bocca. Dopo la laurea, nel 1936-37 frequenta la Scuola per ufficiali di artiglieria a Bra (Cuneo), prende  una seconda laurea in Lettere all’Università di Bologna, dove incontra Anna Fabbri, sua futura moglie, allora studentessa universitaria, che sposa nel 1940, da cui avrà tre figli.

Finita l’età degli studi, forte di due lauree, si abilita all’insegnamento di Storia e Filosofia nei licei e si prepara all’insegnamento: siamo ai primi anni Quaranta ed “E’ già maturata in lui una netta avversione verso il regime fascista e la monarchia.”

In un testo inedito del 2007 scopriamo la genesi del suo distacco progressivo dal fascismo, che Preti stesso attribuisce alla lettura di Croce.  «Leggevo già molto Benedetto Croce, le cui idee liberali mi fecero diventare avverso al regime e alla dittatura».

 

Sono anni intensi per il Paese, che proprio nel 1940 entra in guerra al fianco della Germania nazista contro la Francia e la Gran Bretagna. Nel 1941 Luigi Preti a 27 anni viene richiamato sotto le armi come ufficiale, prima di stanza a Ferrara fino alla fine del 1942, poi a Nizza. Ed è proprio in questo periodo che a causa di una discussione politica con alcuni commilitoni viene denunciato da un superiore al Tribunale militare per «lesa maestà, disfattismo e insubordinazione». Interrogato da un ufficiale del Tribunale militare in un testo inedito del 2008 scrive: «compresi però che egli non la pensava in modo diverso da me relativamente alla guerra» .Se la cava con un trasferimento ad altro reggimento, sempre sulla Costa Azzurra, probabilmente perché l’esercito regio, carente in quel momento di uomini, non poteva privarsi di ufficiali.

Nel 1943, gli eventi in Italia precipitano. Luigi dopo la destituzione di Mussolini da capo del governo viene mandato in provincia di Modena, dove inizia una intensa attività di propaganda antifascista.

La militanza socialista diventa sempre più pericolosa dopo l’armistizio dell’8 settembre e la costituzione inaspettata della Repubblica di Salò. Luigi decide a fine ’43 di lasciare l’Italia, braccato dal clima che si crea a Ferrara dopo l’agguato mortale al segretario del fascio, Iginio Ghisellini e la tragica rappresaglia fascista, che culmina nell’eccidio del Castello Estense la notte del 15 novembre. Ricercato dalla polizia nazista e dalle autorità locali della Repubblica sociale italiana che cercavano di arruolare soldati da immettere nell’esercito della Repubblica di Salò o da mandare in Germania nei campi di lavoro o di detenzione, trova riparo in Svizzera, prima nel Canton Ticino, tra Lugano e Bellinzona, poi nei pressi di Zurigo, dove rimane quattro mesi ed entra in contatto con altri fuorusciti italian. Qui conosce Ignazio Silone, esule dal 1930, che dirigeva il Centro estero del Partito socialista italiano (PSI) e il settimanale L’Avvenire dei lavoratori, a cui lui stesso inizia a collaborare fino a quando, come ex ufficiale, viene trasferito a Mürren, dove si trovava la gran parte degli ufficiali italiani rifugiati in Svizzera, dove conosce Amintore Fanfani anche lui professore. Faranno entrambi lezione, Preti  di filosofia, Fanfani di economia,  agli ufficiali non ancora laureati.

La sua esperienza di esula non è lunga, ma sufficiente a convincerlo della necessità di prendersi cura del futuro dei giovani perché si liberino delle sovrastrutture mentali inoculate in loro da vent’anni di dittatura e di pensiero unico.

Luigi Preti rientra in Italia al termine del conflitto ed è subito eletto a Ferrara segretario provinciale del PSI. La città aveva sempre contato durante il ventennio sulla autorevolezza di Mario Cavallari, avvocato socialista difensore di tanti perseguitati, così come poteva contare sui gruppi non più costretti alla clandestinità, che avevano tenuto in vita i Partiti messi fuori legge dal Fascismo. Candidato ed eletto nelle prime elezioni amministrative del 1946, entra a far parte del Consiglio comunale estense fin dalla primavera, quando partecipa a Firenze (11-17 aprile 1946), al XXIV Congresso nazionale del PSI come segretario della federazione di Ferrara.

Nei suoi incontri di divulgazione delle idee socialiste, con giovani e meno giovani disorientati dalle drammatiche vicende vissute nel biennio 1943-45, propone attraverso il confronto e la discussione una visione del mondo basata sui diritti e sull’uguaglianza. Un passo necessario – ne era convinto – per traghettare l’Italia intera fuori dal Fascismo.  Il Partito socialista aveva come punti di riferimento figure di spicco della lotta partigiana, ma anche tante figure di martiri, alcuni rimasti ignoti, alcuni divenuti famosi per l’efferatezza delle loro uccisioni, come fu per l’on. Giacomo Matteotti socialista, ucciso a Roma nel 1924 e Don Giovanni Minzoni, sacerdote vicino al socialismo cristiano, ucciso ad Argenta nel 1923. «Nella Federazione di Bologna comandavano ancora gli anziani con le loro idee un po’ arretrate, mentre a Forlì e a Ravenna l’organizzazione era piuttosto modesta. Con i miei 30.000 iscritti ferraresi, pertanto, ero assai forte e puntai su di essi senza preoccuparmi delle altre province (mi pare che uscii dai confini provinciali solamente per andare a Lugo)» Nel giugno 1946 candidato all’Assemblea costituente nelle liste del Partito Socialista di Unita’ Proletaria, nel XIII collegio, Bologna – Ferrara – Ravenna – Forlì, fu eletto con più di 20.000 preferenze. Aveva lavorato intensamente per allargare la base socialista a Ferrara tant’è che la federazione di Ferrara era seconda solo a quella di Milano come numero di tessere. «Tutte le sere andavo nei vari paesi della provincia per fondare o allargare le sezioni. […]. Tra il ’45 e i primi mesi del ’46 raggiunsi i trentamila iscritti al Partito, che sapevo mi sarebbero serviti»

 

L’elezione all’Assemblea Costituente se l’era guadagnata con il consenso crescente raccolto in quell’anno, giungendo secondo nelle liste del PSIUP, dietro solo al popolarissimo ex sindaco di Bologna Francesco Zanardi.

Lavorò altrettanto intensamente all’interno della Assemblea Costituente che rappresentava il punto d’arrivo dei sacrifici di tante donne e uomini, e insieme era il punto di partenza di una nuova epoca di libertà e di democrazia.

Nel gennaio del 1947 Preti aderì al Partito socialista dei lavoratori italiani (PSLI), poi Partito socialista democratico italiano (PSDI), fondato da Saragat in disaccordo con il PSI di Nenni circa l’unità d’azione con i comunisti e a questo restò legato per tutta la sua carriera politica. Nelle elezioni del 18 aprile 1948 venne eletto alla Camera dei deputati, e rimase in Parlamento per ben dieci legislature fino al 1987.Fu anche a capo di vari dicasteri, soprattutto finanziari e dei trasporti.

“Tra i suoi scritti: Il concetto di “Status” (1942); Il governo nella costituzione italiana (1954); Le lotte agrarie nella valle padana (1954); Diritto elettorale politico (1957); I miti dell’Impero e della razza nell’Italia degli anni Trenta (1965); Interpretazione di Dubček (1971); I giovani di Mussolini (1990); L’Italia nella tempesta (1993); Gli squilibri del 2000. Sovrappopolazione, temperatura e inquinamento (1998); Frammenti di memorie in quartine (2002); Ricordi di ottanta anni di vita italiana (2006). “

Fonti: PRETI, Luigi, di Carlo De Maria in Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 85 (2016)

https://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-preti_(Dizionario-Biografico)/

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