Ma vecchi e giovani fingono di amarsi o si odiano davvero?

Giovani senza futuro nell’era di Covid 19  

Mai come oggi, grazie alla maggiore durata delle nostre vite, in uno stesso momento storico si confrontano generazioni diverse. Questo accade nelle famiglie, nelle imprese, ma anche nelle comunità più vaste, come la città e il Paese. E se è fisiologico che il passaggio generazionale si traduca in conflitto, in realtà ogni passaggio e conflitto hanno una loro precisa identità storica. Dalla rottura ideologica e culturale imposta con furia contestatrice dai giovani del ’68, alla questione tecnologica ed ecologica degli anni ’80, che metteva in dubbio (Hans Jonas) la bontà del progresso, all’allarme denatalità degli anni ’90 e 2000, che, coniugato con l’allungamento della durata della vita ha posto la necessità di un nuovo welfare e creato il leit motiv dei “giovani senza futuro”. Un orizzonte plumbeo, che non favorisce i rapporti fra le generazioni. Vediamo perché, ma prima di tutto vediamo alcuni dati.

Rapporto Istat 2016: anziché crescere, la popolazione invecchia.

L’indice di vecchiaia al 1° gennaio 2016 è pari a 161,1 over 65 anni ogni 100 giovani con meno di 15 anni. La simultanea presenza di una elevata quota di persone di 65 anni e oltre e di una bassa quota di popolazione al di sotto dei 15 anni colloca il nostro Paese tra i più vecchi del mondo, insieme a Giappone e Germania.
il peso delle nuove generazioni in Italia era già fra i più bassi d’Europa, con meno del 25% della popolazione italiana in un’età compresa tra 0 e 24 anni, quindi pressoché dimezzata nell’arco di 90 anni (1926 – 2016).

Tre anni dopo, al 1° gennaio 2019, sono più di 7 milioni le persone residenti in Italia che hanno compiuto i 75 anni di età (Report Istat).  Per 100 giovani tra 0 e 14 anni ci sono 173 persone con 65 anni e più.

Su questo divario, che si è fortemente accentuato in soli 3 anni, si sono inseriti gli effetti della pandemia, che in Italia ha provocato 96.974 decessi (dato al 26 febbraio 2021), la cui età media, secondo Epicentro (fino al  27 gennaio 2021) è di 81 anni, ma la fascia di età in cui si sono verificati più decessi, secondo l’Istituto superiore di Sanità, è quella fra 80 e 89 anni, seguita da quella fra i 70 e i 79 anni e da quella dai  90 anni in su. Il numero dei decessi cala statisticamente in misura importante nelle fasce dai 60 ai 69, dai 50 ai 59, e via via verso quelle più giovani.

La pandemia ha messo in evidenza il peso sul welfare nostrano della presenza di tanti anziani: sono loro, infatti i più esposti al contagio, i più bisognosi di cure, i più ricoverati, quelli che affollano le terapie intensive, quelli che più spesso muoiono di Covid 19 secondo gli scienzati della Johns Hopkins University.

Sono le generazioni più giovani – ma qui il il range è ampio e va dalla cosiddetta generazione del terzo millennio, generazione ZETA a quella dei millennials o generazione Y, nata fra il 1980 e il 2000- quelle più colpite dalle conseguenze economiche, sociali , scolastiche, di Covid 19, quelle che forse potrebbero convivere con l’epidemia, senza subire la pressione dei vari lockdown.

Gli effetti di Covid 19 rischiano di pesare non solo sul mondo delle imprese e  del lavoro, ma anche in modo allarmante sulle giovani generazioni sulle quali si sono abbattute prima della pandemia due crisi economiche globali. È questo l’allarme lanciato nel Global risks report 2021 del World economic forum  fra  i rischi sugli effetti a breve, medio e lungo termine del Covid-19 .

Da noi in questi mesi è prevalso, però,  un atteggiamento di colpevolizzazione dei più giovani, accusati di indifferenza e di egoismo nei confronti dei rischi cui i loro comportamenti più liberi esponevano i più vecchi.

Di qui la curiosità di andare più a fondo sui legami fra generazioni diverse e sui sentimenti reciproci dei diversi gruppi.  

A leggere la ricerca sulla silver economy dell’Osservatorio Censis – Tendercapital, nei più giovani prevalgono egoismo e rancore nei confronti dei più vecchi considerati dei privilegiati “dissipatori di risorse pubbliche”.

In un articolo, come sempre senza peli sulla lingua, Vittorio Feltri scriveva il giugno scorso su Libero “La sensazione è che l’odio sociale si stia estendendo alle famiglie… Il conflitto tra generazioni è alimentato prevalentemente dal potere economico dei vegliardi e dalla loro capacità di spesa…succede tra babbi e mamme e i loro discendenti quello che accade tra le diverse classi sociali: i ricchi sono invidiati, e l’invidia è il motore della vendetta”

Giancarlo Caselli, magistrato, saggista e inossidabile ultraottantenne, affrontando la questione dell’ asimmetria generazionale, il 19 marzo scorso scriveva sull’Huffington post” ll brutto delle asimmetrie è che tutti, chi più chi meno e ognuno con le sue diverse responsabilità,  procediamo in ordine sparso, ciascuno per sé e per suo conto: dimenticando o trascurando il fatto che così alla fine  si va tutti (tutti!) a sbattere, innescando una colossale e collettiva débacle politica, sociale ed economica. Perché quando si forma uno strappo non è possibile prevedere dove andrà a fermarsi e può anche accadere che esso si allarghi tanto da ridurre a brandelli il senso morale dell’ umanità.”

Non è questione di poco conto, ma mi fermo qua per continuare in un prossimo appuntamento.

Intanto se volete intervenire sul tema, sarò ben lieta di ospitare i vostri interventi sul mio blog.  

 

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