Meglio città del silenzio che città lazzaretto.

Le parole che ci aiutano nell’emergenza Coronavirus.

Il peso maggiore dell’attuale pandemia da Covid 19, per chi ancora non ne fosse cosciente, è certamente in capo prima di tutto alla Sanità, in prima linea sul fronte della cura, e per questo da tutelare al massimo.
Senza medici,infermieri, operatori sanitari, coloro che si occupano delle pulizie, igienizzazioni, lavaggio biancheria e di tutte le attività accessorie e necessarie all’interno di un ospedale, il virus avrebbe una facile vittoria su tutti noi.

Ed è proprio questa la ragione che ha indotto il Governo, le amministrazioni regionali e locali a chiudere le nostre città, i paesi grandi e piccoli, le attività non essenziali in questa fase di massima emergenza.

Il virus non è letale di per sé, ci hanno detto donne e uomini di scienza, ma può uccidere se non trova uno sbarramento terapeutico adeguato, può uccidere chi è più fragile, e, per quanto a tutt’oggi se ne sappia, può uccidere chi sta male se non viene curato adeguatamente.
Mettere i sanitari nella condizioni di dover decidere chi curare e chi no è una crudeltà disumana, né vorremmo trasformare le nostre città in un unico grande ospedale, come già sembra accadere in alcune località della Lombardia.

Sono certa che tutti noi preferiamo le città del silenzio alle città lazzaretto.

Il Commissario ad acta della Regione Emilia Romagna, Sergio Venturi, giovedì sera 19 marzo, ha fatto la predica a tutti quei cittadini che sembrano non capire la logica delle misure di sicurezza e cercano piccole evasioni, apparentemente innocue.

Si è lasciato andare ad uno sfogo, raccontando qualche dettaglio dello stress a cui sono sottoposti i professionisti degli ospedali e più in generale la macchina della sanità.

Il tono sulle prime mi ha infastidito, poi ne ho capito la ragione e per questo mi permetto di rivolgermi direttamente a lui per dirgli: “ Commissario, entri più spesso in questi dettagli, faccia capire che anche chi si taglia per distrazione una mano, chi ha un incidente in auto o sulla sua mountain bike su stradelli isolati di campagna e chiede il soccorso di un’ambulanza, non solo carica di altro stress il sistema, ma va lui stesso incontro al rischio di non poter essere soccorso.

Gli esempi, mi creda sono importanti, contano. Contano, pure, le parole.

Infatti, fra i cambiamenti cui stiamo improntando le nostre vite, c’è anche l’uso più frequente di alcune parole, necessarie per raccontarci quello che ci sta accadendo, per prendere coraggio dalle novità.

La prima fra tutte è “ responsabilità”, per dire che ognuno deve fare la propria parte per sé e per gli altri. Come ha detto il Pontefice citando Fabio Fazio: “Sempre i nostri comportamenti condizionano le vite altrui”.

Poi c’è “resistenza”.
Sì, come in ogni guerra, dobbiamo fare appello a tutte le nostre risorse per combatterla. Se ne abbiamo poche, dobbiamo non vergognarci di chiedere aiuto ai vicini, alle istituzioni pubbliche, alla protezione civile, al volontariato.
Tanti si sono messi in gioco, anche a Ferrara, per venire incontro alle difficoltà vecchie e nuove: Croce Rossa, Boy scout, Caritas, Viale K, Il Mantello, Lilt, gli stessi media.

Fra tutte, la parola che preferisco, perché mi sembra contenga in sé tutta la gravità del momento e insieme la speranza per andare incontro al futuro è “Resilienza”.
Viene dalla psicologia e come si legge su Wikipedia, indica la “capacità positiva di affrontare eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.”

L’ho incontrata per la prima volta leggendo le storie di sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, agli orrori delle dittature militari, in Argentina e in Cile, ai conflitti etnici nei Balcani e in Rwanda. Ho conosciuto in questi anni giovani donne che grazie a questa capacità, che non sapevano neppure di avere, sono sopravvissute al dolore della perdita dei propri cari e talvolta della dignità .

I canti di questi giorni dai balconi, la musica che ci unisce attraverso le radio, servono a darci degli stimoli a trovare questa forza dentro di noi per far fronte a questa temporanea necessità di restare al riparo dal contagio, chiudendoci nelle nostre case.
Restiamo, anche da reclusi, esseri liberi e pensanti, in grado di capire le difficoltà di chi ci governa e ci cura, le differenze fra l’eroismo vero e la richiesta che oggi ci viene fatta di rinunciare e forse di mettere in discussione il nostro abituale modello di vita. Stiamo costruendo una comunità più solidale. Questo sforzo ci servirà certamente anche per affrontare le difficoltà economiche, che tutti noi vediamo all’orizzonte.

2 pensieri riguardo “Meglio città del silenzio che città lazzaretto.

  • 22/03/2020 in 18:37
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    grazie Dalia per il tuo articolo. La città del silenzio è preferibile

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    • 23/03/2020 in 20:22
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      Cara Daniela, silenzio e solitudine non sono così insopportabili, anzi, possono aiutare a trovare un contatto più vero con se stessi e con gli altri. Fuori c’è il caos dei virus, meno ci mescoliamo a loro, meglio è!
      Mentre ringraziamo chi continua ad andare al lavoro, per sostenere la nostra comunità locale e nazionale, non riesco a capire ( eufemismo) chi continua o tenta di vivere come se niente fosse accaduto in queste settimane, mettendo in pericolo se stesso, il prossimo,la nostra sanità. Ciao, Dalia.

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