Naufragio nel Canale di Sicilia, l’équipe che restituirà le identità ai dispersi – INTERVISTE

equipe medica
Da sinistra le anatomopatologhe Rossana Cecchi e Rosa Maria Guadio resposnabili della task-force

Sono otto giovani medici che stanno frequentando la scuola di specializzazione in medicina legale dell’Università di Ferrara e di Parma e per questo da domenica 18 fino al 25 luglio, con altri quattro colleghi parmensi, faranno parte di un équipe di qualità che contribuirà ad un’operazione umanitaria senza precedenti e voluta dal coordinamento internazionale per i profughi: restituire un nome a tutte le 700 persone che il 18 aprile del 2015 naufragarono nel Canale della Sicilia con un barcone della speranza che veniva dall’Eritrea.

Questi giovani specializzandi da domenica saranno a Melillo, in Sicilia, e per 12 ore, dalle otto del mattino alle otto di sera, lavoreranno per cercare di identificare i corpi rimasti nella stiva dell’imbarcazione e cercheranno di restituirli alle rispettive famiglie.

Ad accompagnarli ci saranno due professori di medicina legale delle due università emiliano-romagnole coinvolte: Rosa Maria Gaudio dell’ateneo estense e Rossana Cecchi, responsabile della medicina legale di Parma.

L’operazione è stata illustrata questa mattina in una conferenza stampa tenuta nella biblioteca dell’anatomopalotgia dell’Ateneo EStense.

La spedizione fa parte di un protocollo ben preciso che coinvolge altri atenei, sopratutto quelli che hanno delle competenze professionali come Ferrara e Parma. Per ogni settimana sarà coinvolto un gruppo emdico di un ateneo, che in Italia sono circa 15 quelli coinvolti. Negli anni infatti, sopratutto l’anatomopatologia dell’Università Estense – speiga la professoressa Rosa Maria Gaudio – avendo a che fare spesso con cadaveri che affiorano dal Po senza avere un’identità si è specializzata in questo tipo di riconiscmento.

Gli specializzandi in Sicilia, opereranno in un hangar costruito appositamente dalla Marina Militare ed avranno un obiettivo ben preciso: restituire il corpo alle famiglie di origine. Per fare questo si partirà dalle analisi sui vestiti indossati al momento del naufragio: l’acqua molto salata in questo anno e mezzo di lasso di tempo dal naufragio alle operazioni di identificazione di fatto – precisa la Guadio – è stato un conservante dei corpi.

Il lavoro è a titolo di volontariato, hanno speigato questa mattina, e solo le spese vive saranno coperte dai vari atenei. La voglia di fare bene, trapela dalle voci dei giovani medici, tuttavia è tanta.

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