Palazzo Diamanti: e adesso da dove si ri-parte?

Dopo lo stop al progetto di ampliamento di Palazzo dei Diamanti, legittimamente spettante alla Soprintendenza, ma avocato a sé dal Ministero, che si fa? Da dove  riprendere il discorso interrotto sulle migliorie al palazzo che quel progetto si impegnava a portare?

Migliorie, certamente, ma anche inevitabili trasformazioni, per quanto leggere e reversibili. Si potrebbe decidere di affidare alle carte bollate e ai magistrati la querelle, come succede quando la politica non trova mediazioni su questioni controverse che coinvolgono cittadini e Istituzioni,

I professionisti, che hanno superato con il loro progetto un concorso internazionale, potrebbero chiedere un risarcimento del danno subito.
Il sindaco di Ferrara potrebbe a sua volta fare lo stesso, invocando un vero e proprio danno di immagine arrecato alla città – intesa come civitas ( cittadini) – da uno scontro che, oltre a mettere in discussione l’operato di un’intera Amministrazione, ha sottolineato l’incapacità dei ferraresi di difendere i propri monumenti da uno “scempio” o da un presunto delirio di onnipotenza dell’Amministrazione. .

Per la verità, la città non si è mai ribellata al progetto, che in tutte le occasioni pubbliche di presentazione ha ricevuto, invece, un consenso corale anche da parte degli esperti ( convegno 18 maggio 2018 ad Architettura) . La sola voce di dissenso è stata da subito quella dell’ architetto Andrea Malacarne, presidente della sezione ferrarese di Italia Nostra, che non si sa, però, se parli a titolo personale o a nome del consiglio che rappresenta.

Il no al progetto in queste ultime settimane è parso in gran parte dettato da contrasti politici e di partito.
L’accusa mossa, infatti, alla Giunta di centrosinistra, al Sindaco, a Ferrara Arte, è di aver peccato di scarsa democrazia, per non avere consultato, come si sarebbe, invece, dovuto fare per un monumento simbolo della città, le associazioni dei cittadini, soprattutto quelle culturali.

Non solo si è fatto cadere dall’alto, si dice, iI concorso e quindi l’idea stessa di creare un collegamento più dignitoso dell’attuale ( ci voleva poco per migliorare l’esistente) sul retro del chiostro rinascimentale fra le due ali del palazzo, ma si è andati oltre chiedendo di ampliare Palazzo dei Diamanti, acquisendo con percorsi ad hoc le sedi dell’adiacente museo del Risorgimento e della Resistenza e restituendo dignità estetica e funzionale al cortile posteriore, un parco alberato e bellissimo, assai poco fruibile così com’è da cittadini e visitatori.

Ma cerchiamo di capirci: il Palazzo non va toccato per non alterarne l’identità di manufatto rinascimentale estense? Oppure l’ampliamento non serve perché non risolve il problema di un Palazzo troppo piccolo per ospitare due importanti istituzioni museali, come sono, al piano terra, le Gallerie civiche e, al piano nobile, la Pinacoteca Nazionale?

In altre parole l’ampliamento è un oltraggio storico o è un inutile dispendio di soldi pubblici?

Sulla prima motivazione difficile mediare, siamo di fronte a visioni ideologiche contrapposte sul rapporto fra restauro e conservazione, sull’intreccio fra contemporaneo e passato, tradizione.

Sulla seconda si può sviluppare un ragionamento.
Se il contenitore è troppo piccolo per entrambe le due istituzioni artistiche, è inutile, dicono i fautori del no, allargarlo per migliorarne solo una. Si risolverebbe solo una parte del problema.
Ma, si fa notare, sulla necessità di ampliamento degli spazi della Pinacoteca c’è in ballo o no il progetto di abbinare ai Diamanti il museo del Castello Estense opportunamente ristrutturato?

Nell’attesa di questa opzione, ancora molto incerta, probabilmente pensano i fautori del no, poiché il museo è permanente e le mostre sono invece temporanee, portiamo altrove le Gallerie, così il Museo potrà allargarsi al pianterreno, occupandone gli spazi per diventare un museo piùà accogliente e attrezzato.

E fino a qui, il ragionamento può anche filare. Ma…le mostre? Qelle mostre che hanno creato nell’immaginario collettivo la fama di Ferrara città d’arte e di cultura, che fine farebbero nell’attesa di trovare nuovi spazi adeguati per le Gallerie civiche?

L’industria del turismo culturale per Ferrara nasce dalla felice intuizione di fare di Ferrara una città di grandi mostre, intuizione che per primo ebbe il maestro Farina più di 30 anni fa. Amministrazioni, sindaci, direttori successivi delle Gallerie, la Fondazione Ferrara Arte hanno continuato su questa strada e nessun ferrarese se ne è pentito fino ad oggi.
E allora?

L’alternativa proposta come nuova sede delle Gallerie sarebbe, secondo Andrea Malacarne seguito da Vittorio Sgarbi, Palazzo Prosperi Sacrati, dopo la messa in sicurezza e un adeguato restauro.
Magari con l’appendice di palazzo Bevilacqua, anch’esso restaurato e rifunzionalizzato. Con una difficoltà in più, in quanto si dovrebbe innanzitutto liberare il Palazzo, oggi sede del quartiere logistico della Polizia di Stato, da quest’ultima.

Da un progetto di queste dimensioni ne guadagnerebbe, si fa osservare, tutto il Quadrivio degli Angeli, cui manca oggi una identità coerente e univoca: creare un percorso unitario fra questi edifici preziosi per la loro storia e realizzare un unico ricchissimo moderno e articolato polo museale della città, in una visione progettuale di ampio respiro, è un’utopia bellissima, non c’è che dire.

Come si fa a non condividerla? .

E tuttavia, se le utopie vanno perseguite con convinzione, quando se ne ha la forza, perché ci danno la dimensione del futuro e della continuità fra le diverse generazioni, la realtà ci impone di fare i conti con l’oggi.
E oggi, come ci fa notare pragmaticamente il presidente di CONFESERCENTI Ferrara , se non si vogliono sospendere le mostre di Ferrara Arte, con quel che ne consegue anche sul piano economico e turistico, bisognerà procedere un passo alla volta.

Il primo di questi passi potrebbe essere proprio il progetto di ampliamento, gentile e leggero, di Palazzo dei Diamanti.

Perché allora non provare a sedersi tutti, fautori e oppositori del progetto, attorno allo stesso tavolo e tentare di recuperare un dialogo che faccia bene oggi alla città e non ne pregiudichi il domani?
Dalia Bighinati.

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