“Quattro anni di cultura e turismo”: Franceschini intervistato da Minoli racconta il suo lavoro alla guida del Mibact

60 minuti di intervista “alla Minoli” per chiedere conto al ministro dei Beni culturali e del Turismo, Dario Franceschini, a 4 anni dalla sua nomina, dei risultati ottenuti, ma anche delle polemiche suscitate.

Ieri in Castello Estense il racconto di una riforma complessa compiuta in questi quattro anni, che Giovanni Minoli non ha esitato a definire una vera e propria rivoluzione: “ha avuto, fra i tanti pregi, dice il giornalista, quello di mettere al centro delle politiche di sviluppo del Paese la valorizzazione dello straordinario patrimonio culturale italiano.”

Per quattro anni ho fatto con passione quello, che, racconta lo stesso Dario Franceschini, Barak Obama ha definito il mestiere più bello del mondo, oggi il bilancio va dai numeri che hanno segnato lo straordinario successo delle domeniche gratis al Museo, ai dati in crescita di un turismo che è andato al traino dell’imponente opera di valorizzazione compiuta dal Mibact dello straordinario patrimonio museale italiano.

Se c’è qualcosa che ancora manca all’industria culturale italiana per diventare leva strategica del Paese, è l’intervento dei privati, dice Franceschini che cita con soddisfazione le leggi che in questi 4 anni hanno portato la cultura da Cenerentola a protagonista delle politiche di crescita del Paese

Non sono mancate le critiche, incalza Minoli, ma “i riformati, non sempre sono d’accordo, sulle riforme, risponde Franceschini, orgoglioso di aver portato le famiglie a scoprire i musei della loro città, facendo della visite domenicali gratuite un vero e proprio evento, con una media di 500.000 visite al mese.

Non sono mancate le critiche alle sale affollate, attacchi anche aspri, ricorda il ministro, arrivati da una Sinistra snob, che non ha, però, scalfito la convinzione che la cultura debba essere per sua natura fruita dai cittadini.

La Francia, conclude il ministro, oggi candidato a Ferrara per l’uninominale della Camera, resta ancora il Paese da imitare, un Paese in cui lontano dalla fama politica, lui si sente finalmente scrittore.

Infine la domanda più delicata: “Che voto si dà come ministro?.

Sei e mezzo”, dice con un po’ di modestia il ministro, ma si capisce, che anche per lui, come per il pubblico presente, si tratta decisamente di una sufficienza piuttosto larga.

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