Questo virus ci cambierà? Ma la medicina del territorio non cambia!

“Questo virus ci cambierà!” Quante volte abbiamo sentito questa frase fra marzo e maggio, come un auspicio per il futuro, ma prima di tutto come l’impegno (indicato a chiare lettere nel DPCM “Rilancio Italia” pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 20 maggio, contenente le misure per rimettere in moto il Paese)  a potenziare il nostro sistema sanitario fortemente  inadeguato ad affrontare la situazione della pandemia da Sars Cov 2. In primo piano nei primi due articoli del Titolo I del DPCM a firma del Presidente del Consiglio Conte, uno stanziameto importante non solo per aumentare le terapie intensive, strutture ospedaliere ad altissima tecnologia, ma per rendere efficiente prima di tutto la Medicina del territorio, la più adatta a prendersi cura dei malati Covid ai primi sintomi, quindi a domicilio.

Se nella prima fase è stato quasi impossibile cogliere sul nascere l’infezione, per la totale mancanza di conoscenze mirate, nella cosiddetta seconda ondata, le terapie efficaci per bloccare l’evoluzione della malattia non mancano, come non sono mancati neppure i tamponi in grado di segnalare i positivi, asintomatici e sintomatici.

Che cosa è mancato, allora, in questi mesi per evitare il secondo assalto dei Pronto Soccorso degli ospedali e i ricoveri in Terapia intensiva ?

Prima di tutto è mancato il senso di responsabilità di tanti cittadini assaliti da una gran voglia di tornare alla “normalità”, senza più mascherine, distanziamento, divieti di assembramento, seppure temporanei, percepiti come una violazione non più sopportabile alla libertà individuale. Un fatto che ha vanificato gli allarmi delle istituzioni, ritardandone le politiche di contenimento. Poi è mancata la riorganizzazione della medicina del territorio.

Fra marzo e aprile ci è sembrato un miracolo che gli ospedali reggessero all’assalto dei pazienti Covid, tant’è che abbiamo chiamato eroi, santi, martiri gli operatori, che oggi non ne possono più e chiedono, per resistere, un nuovo lockdown generalizzato, quando  sarebbe stato ed è tuttora necessario, per consentire agli ospedali di continuare a curare non solo i pazienti Covid , ma tutti i malati che necessitano di  strumenti diagnostici ad alta tecnologia e delle  terapie più sofisticate, attrezzare i medici di Medicina generale  delle risorse necessarie per farli intervenire senza esporsi a  rischi inutili al domicilio dei pazienti Covid.

Pensiamo ad una dotazione costante di dispositivi adeguati di sicurezza individuale, all’assunzione di neolaureati medici e infermieri retribuiti adeguatamente da mettere accanto ai medici di base come rinforzo per i nuovi compiti e insieme tirocinio guidato. Pensiamo, infine, a corsi mirati di aggiornamento a raffica per tutti quei medici di famiglia che negli anni, loro malgrado, sono stati trasformati in burocrati della Sanità.

Dalia Bighinati

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