Revenge Porn, modella ferrarese denuncia per foto in rete senza autorizzazione

Si chiama Revenge Porn e si tratta di un crimine odioso che vede la divulgazione di immagini a contenuto sessuale realizzate in intimità e che, per loro natura, devono rimanere private.  Le vittime più frequenti sono ragazze, sempre più spesso minorenni. Da qui l’invito della polizia postale a denunciare prima possibile, superando timori ed imbarazzi.

La legge punisce chi realizza le immagini e le pubblica senza autorizzazione, ma anche chi le condivide, ricevendole da terzi. A Ferrara, anche una modella ferrarese è stata vittima di questo crimine, che ha immediatamente denunciato alla polizia

 

Comunicato Stampa a Cura della Questura di Ferrara

I social network sono utilizzati da miliardi di persone ogni giorno. Riducono le distanze, aiutano a tenersi in contatto con i propri cari (ancor più oggi, con le limitazioni agli incontri imposte dalla pandemia), consentono di essere informati e di vivere quasi in “diretta” i fatti, permettono di cercare una posizione lavorativa promuovendo le proprie competenze professionali, creano occasioni di business, favoriscono la socializzazione e le relazioni sentimentali e non. Sono divenuti indispensabili anche nella didattica.

Usando i social si forniscono però molti dati personali e, con impostazioni sulla privacy “aperte”, si rischia di comunicare informazioni che in altre occasioni non si sarebbero mai fornite.

La condivisione dei propri dati personali è, come noto, alla base dell’architettura dei social. È l’utente stesso che coinvolge i propri contatti nella sua vita, pubblicando il proprio pensiero, le proprie foto od i propri video. Ma in questa compartecipazione la propria privacy viene necessariamente esposta a rischio. Spesso il passo tra condivisione tra pochi e pubblicizzazione ad un numero indeterminato di utenti è infatti breve, soprattutto se non si adottano una serie di accorgimenti a propria tutela. Custodire i propri dati personali e, per certi versi, mantenere una “web reputation” diventa quindi un’esigenza.

La legge n. 69 del 2019 nota come “Codice Rosso” ha introdotto nuove tutele per le persone che si ritrovano vittime della condivisione illecita, o comunque non voluta, di immagini o video sessualmente espliciti.

Si è data legislativamente risposta ad un fenomeno sempre più frequente nel web conosciuto come “revenge porn” Essa consiste nel porre in essere una condotta per vendetta, recriminazione o semplice sgarbo a danno di qualcuno, spesso l’ex partner, diffondendo video o foto a contenuto sessuale realizzati consensualmente in intimità e che, per loro natura, avrebbero dovuto rimanere privati.

L’art. 612 ter c.p. punisce proprio “la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” e presenta due differenti ipotesi (disciplinate rispettivamente al co. 1 e al comma 2).

La prima prevede la punizione di chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde tali immagini o video senza il consenso delle persone ritratte (reclusione da uno a sei anni e con la multa da 5.000 a 15.000 euro).

La seconda prevede che la stessa pena si applichi a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito la medesima tipologia di materiale, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.

La norma punisce, pertanto, egualmente sia chi le ha realizzate o sottratte e chi, una volta ricevute da terzi, a sua volta le condivide con l’intento di danneggiare i soggetti coinvolti. Prevede anche delle specifiche aggravanti qualora, ad esempio, i fatti siano commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che sia o sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa, ovvero se i fatti vengano commessi attraverso strumenti informatici o telematici o, ancor più grave, se in danno di persona in condizione di infermità fisica o psichica o di una donna in stato di gravidanza.

La legge è tesa a tutelare il decoro, la privacy, l’onore (anche inteso nella sua dimensione “sessuale”) dei soggetti ritratti, proteggendone la sfera dell’intimità e, con essa, la reputazione personale e sociale di cui gode. Persone che – va ribadito – non hanno espresso il proprio consenso (libero e non viziato da errore o da violenza) alla divulgazione a terzi. L’umiliazione generata da questi episodi – e dalla gogna mediatica che spesso ne consegue – può indurre la vittima anche a gesti estremi: il suicidio della giovane Tiziana Cantone ne è purtroppo un triste esempio.

La Polizia di Stato invita chiunque dovesse patire situazioni come quelle descritte a superare il senso di umiliazione e vergogna, denunciando tempestivamente quanto accaduto; verrà ascoltato/a da personale specializzato in materia e con garanzia di massimo riserbo. Se i fatti vengono segnalati immediatamente possono essere adottate soluzioni (anche di tipo informatico) finalizzate ad arginare i danni che inevitabilmente il fenomeno comporta. Poiché la divulgazione avviene oramai quasi esclusivamente via web, la Polizia Postale e delle Comunicazioni è l’articolazione della Polizia di Stato che più delle altre è chiamata a trattare casi di revenge porn. In Emilia Romagna è presente con un presidio in ogni capoluogo, coordinato dal Compartimento regionale con sede a Bologna.

Le indagini svolte dalla Specialità in tale ambito sono finalizzate non soltanto a identificare e perseguire il responsabile del reato, ma anche a intervenire tempestivamente per la rimozione dei contenuti dal web o, quantomeno, per contenerne la divulgazione massiva. La rapidità e la pervasività, caratteristiche intrinseche della rete, determinano, infatti, la diffusione dei contenuti pubblicati online in modo virale. La divulgazione sulle piattaforme di messaggistica Telegram o Whatsapp diventa a volte incontrollabile.

Il primo step è quello di ottenere la cancellazione dal social/sito che ha ospitato i contenuti diffusi illegalmente. È importante evidenziare che, qualora non sia possibile l’eliminazione, si può procedere alla rimozione dell’indicizzazione dei contenuti. Il materiale in questo caso non viene eliminato dalla rete, ma ne vengono oscurati i risultati sui motori di ricerca. In tal modo, senza conoscere l’url1 esatto del contenuto, questo non sarà più raggiungibile attraverso una semplice ricerca delle parole chiave che riconducano ad esso.

Le principali compagnie del web, quali Google, Facebook, Twitter, etc., in relazione agli obblighi previsti ex lege in capo ai fornitori dei servizi, sorvegliano attivamente la rete ed adottano, di iniziativa o su segnalazione delle forze dell’ordine, interventi di rimozione dei contenuti considerati non rispettosi delle policies della società, ricorrendo anche a sofisticati programmi  di intelligenza artificiale.

Per tale motivo, è fondamentale, ad esempio, che le vittime dispongano dei video originari e/o dei link di pubblicazione, dei nomi dei file o dei nomi dei profili/account che sui social o sui siti pornografici hanno pubblicato le immagini o i video. Non è necessario essere degli esperti del web per acquisire tali informazioni: è sufficiente cristallizzare con degli screenshot o semplici foto ciò che hanno rilevato sulla rete a proprio nome, riprendendo l’indirizzo completo dell’url di riferimento.

Le vittime più frequenti di revenge porn sono ragazze, sempre più spesso minorenni. Sovente sul web vengono pubblicati anche i nomi delle malcapitate o i link dei loro profili social, l’indirizzo di casa o la scuola frequentata, il luogo di lavoro o peggio ancora l’utenza telefonica, con la conseguenza di amplificare gli effetti lesivi del reato nella vita reale della malcapitata. Il fatto che le vittime siano prevalentemente donne, non può non spostare il dibattito sull’importanza di educare alle differenze di genere. La divulgazione di tali immagini avviene spesso, infatti, ad opera di uomini che – per vendetta, perché respinti o lasciati dalle partner – decidono di rovinare le loro ex.

Da uno studio del Servizio di Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale, dall’agosto 2019 all’agosto 2020 sono stati 718 i casi di diffusione illecita di immagini o video “sessualmente espliciti”, con l’81% di vittime di sesso femminile La Lombardia è in testa alla classifica, seguita da Sicilia, Campania ed Emilia Romagna (con 67 casi). Delle donne vittime di revenge porn, l’83% risulta maggiorenne e l’89% di nazionalità italiana.

È forse opportuno anche interrogarsi sui motivi per cui le immagini in questione diventino virali in pochissimo tempo. Non è solo la curiosità il motore che muove questa rapida diffusione, ma a concorrere è senza dubbio la funzionalità a cui si ispirano i moderni devices. Tutto è easy and fast (facile e veloce): si comunica, si condivide, si scambia facilmente e celermente. E allora non può meravigliare che nella chat di un social od in un gruppo di una piattaforma di messaggistica (Whatsapp) compaia improvvisamente il video sottratto a Guendalina Tavassi (per citare un episodio recente). E che quel video venga condiviso con la consueta “leggerezza”, senza alcuna consapevolezza della gravità (penale e, di conseguenza, civile) del comportamento di chi “clicca” con superficialità.

La rete è uno straordinario amplificatore: di opportunità, certamente, ma anche di pulsioni censurabili. Capita sovente che in alcune piattaforme social siano presenti foto o immagini “rubate”, scattate per strada, in spiaggia, nella vita di tutti i giorni di giovani donne inconsapevoli; le immagini condivise fra gli utenti vengono poi commentate, anche in modo osceno, dando sfogo ai peggiori sentimenti, senza che le vittime ne siano a conoscenza. La pratica è conosciuta come “stupro virtuale” e può configurare diverse ipotesi di reato, dalla diffamazione nella sua forma aggravata (art. 595 c.p.) alla violenza privata (art. 610 c.p.).

È il caso di un noto forum italiano (ma con i server situati in Sud America) che dedica un’intera sezione allo scambio di fotografie di nudo. Il forum, visitato giornalmente da migliaia di utenti, presenta anche thread (discussione sviluppata da singoli utenti) dal titolo “Ragazze della provincia di Ferrara”. I frequentatori della discussione sono invitati a caricare e condividere fotografie e video a contenuto erotico o esplicito di ragazze locali, possibilmente amatoriali, ma anche di modelle riprese da fotografi professionisti. Le foto e i video sono commentati e spesso recano il nome e cognome delle protagoniste. Tra le vittime, anche una nota modella ferrarese, che ha denunciato alla Sezione della Polizia Postale e delle Comunicazioni di Ferrara la presenza di diversi suoi scatti artistici a tema erotico in assenza di qualsiasi autorizzazione.

Recentemente il gruppo, proprio per avere maggiore “privacy”, ha deciso di spostarsi su un’altra piattaforma social, Telegram, programma di messaggistica istantanea famoso per assicurare il totale anonimato dei propri utenti grazie a sistemi di crittografia e anonimizzazione. La stanza virtuale è segreta e raggiungibile solo mediante invito, se si dispone di immagini o video, sempre relativi a ragazze, da condividere.

Gli agenti della Sezione Polizia Postale e delle Comunicazioni di Ferrara stanno indagando al fine di risalire all’identità dei “condivisori” ed all’oscuramento del forum.

Cosa fare? A questa domanda il Questore Capocasa e il Dirigente del Compartimento Polizia delle Comunicazioni E.R. Ceccaroli offrono un’unica risposta: “Bisogna agire”, perché queste condotte non possono né devono essere tollerate. Le vittime hanno il diritto di veder prevalere il senso di giustizia rispetto alla loro vergogna; devono superare il disagio del dover riferire.  L’azione Forze dell’Ordine deve essere, più che mai, rapida ed incisiva. Aiutateci ad aiutarvi.

 

 

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