Ricerca sulla sicurezza a Ferrara: e adesso? – VIDEO

sicurezza ferraraRicerca sulla sicurezza a Ferrara: ieri in Sala Arengo, in Municipio, la presentazione dei risultati, da parte degli autori della ricerca, fra cui la professoressa Rossella Selmini, docente di criminologia presso l’Università del Minnesota, da oggi l’interpretazione dei dati e la possibilità di capire come la città e gli stessi media possano servirsene.

Rossella Selmini, criminologa docente all’università del Minnesota, una lunga esperienza di studi e ricerche sulle città italiane, europee e americane, lo ha detto a chiare lettere: “ Il Compito dei ricercatori, specialisti e studiosi di criminologia e’quello dare informazioni ai decisori, ai media, agli stakeholder perché li possano interpretare, capire se le politiche di prevenzione adottate vanno nel verso giusto.

Lo stesso vale per le forze dell’Ordine, che i dati sulla delittuosità li hanno dati in consegna ai ricercatori perché li incrocino con altri dati. La notizia più ghiotta uscita in questi anni sulle politiche di repressione e in parte di prevenzione, si basa proprio sui dati raccolti, tanti e ancora tanti data base, che utilizzati grazie ad un algoritmo particolare possono addirittura prevedere dove si verificherà il prossimo reato di un certo tipo . La notizia è arrivata qualche anno fa dall’Università di Trento dove insegna il prof. Ndrea Di Nicola, che ha annunciato questa possibilità in un appuntamento della serie TED x Trento.

Una casa di produzione televisiva in Usa è andato oltre in questi anni, realizzando una fiction, forse fantascientifica, ma convincente, che ha mostrato come la tecnologia piàù avanzata potrebbe essere utilizzata per garantire alla giustizia i colpevoli o addirittura sventare reati violenti e predatori.

La sicurezza è un fenomeno a due facce: quella dell’incidenza dei reati commessi in un certo luogo, una faccia oggettiva, e quella della sensazione che ne hanno i cittadini , quelli che risiedono nei luoghi più a rischio, quelli che, a forza di sentirne raccontare, si convincono di essere minacciati.

La comunicazione, dicono i criminologi, ha un potere di condizionamento sui cittadini, la cui preoccupazione o paura va spesso oltre i dati oggettivi dei reati.

Facile in questa ottica attribuire ai media la responsabilità di creare sensi di insicurezza, percezioni soggettive difficili da smontare, su cui certa politica può lucrare strumentalizzandola, con promesse del tipo, “mettiamo agenti ovunque, mobilitiamo l’esercito, usiamo le telecamere come deterrenti.

voi siete in pericolo, ma la ricetta per allontanare ogni rischio ogni minaccia ce l’abbiamo noi, eccoci, stiamo arrivando…

Oggi a Ferrara noi siamo in questa situazione.

Preoccupati, impauriti, arrabbiati per tante cose che vanno storte, crediamo a chi ci addita nel nemico esterno, la causa della nostra infelicità urbana. “Se ce ne liberemo tutto cambierà in meglio…”. Una favola, lo capiamo se solo ci ragioniamo un po’.

Credere a questa favola può avere tante giustificazioni, anche quella che addita nell’informazione la causa della paura.

Ma qual è allora il compito dell’informazione: tacere? minimizzare i furtarelli, lo spaccio? ignorare l’accattonaggio molesto, le liti fra stranieri? Il rischio di allargare il degrado a zone diverse della città?

Oggi nell’era dei social, il silenzio è un’utopia, tutti raccontano, tutti commentano, tutti esagerano o minimizzano, gridano al lupo, diffondono allarme e panico, montano in cattedra o sfogano la loro rabbia con la violenza e la volgarità .

E’ ormai faccenda quotidiana.

E allora c’è un ruolo che i media potrebbero rivendicare per sé?

Sì, certamente, ed è quello di verificare le notizie, raccontare le cose come sono andate, non spettacolarizzare, non amplificare per amore di sensazionalismo, non giocare sullo scoop commerciale, sul titolo ad effetto. Non fidarsi dei comunicati di parte, in sostanza, non giocare sulla pelle – emotiva – delle pesone. Soprattutto quelle più ingenue e sprovvedute

Dalia Bighinati

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