Sanità, privacy e … sprechi

Si chiamano etichette salva privacy e sono in dotazione dei medici di famiglia nel caso in cui il paziente richieda di coprire il proprio nome al momento della compilazione della ricetta. Ma la questione vera è che nessun medico le usa perché se la richiesta non parte dal paziente, il medico non può coprire il nome. Le etichette restano così inutilizzate, gettate nei rifiuti e bruciate nei termovalorizzatori.

E’ l’ennesimo caso di spreco di soldi pubblici, in questo caso del servizio sanitario nazionale, che ricade su tutti noi cittadini. A decidere la nascita dell’etichetta salva privacy è stato il decreto legislativo in materia di protezione dei dati personali del 30 giugno 2003, il quale prevede che, insieme ai ricettari, fossero fornite ai medici anche le etichette, per coprire il nome del paziente nel caso in cui il paziente stesso lo richieda.

Il tagliando viene prodotto dall’Istituto Poligrafico della Zecca dello Stato che per ogni ricetta stampata, distribuisce anche l’etichetta per la tutela della privacy. Dall’entrata in vigore del decreto ne sono stampate 3 miliardi e mezzo, e per fare un conto approssimativo ogni medico di famiglia, con una media di circa mille assistiti, nel suo ambulatorio, di confezioni come queste, potrebbe averne accumulate a centinaia.

Composta da due strati, con una pellicola di carbone, l’etichetta salva privacy dovrebbe essere posta sulla ricetta per nascondere l’identità del malato e renderla visibile, togliendo il primo nastro adesivo, solo in caso di necessità. Nessun paziente però chiede l’etichetta e forse in pochi sanno che potrebbero fare questa richiesta. Di fatto il tagliando salva privacy diventa così un grande sperpero: soldi spesi per stampare, impacchettare, distribuire etichette che poi vengo tutte gettate. Uno spreco dello Stato in periodi di tagli, visto che alla sanità nei prossimi anni in bilancio mancheranno miliardi e miliardi di euro.

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