Sars Cov 2, Il virus che rende folli, di Bernard Henry Levy, edito da La Nave di Teseo

La paura di Covid 19 ci ha reso folli?

E’ questa la tesi di Bernard Henry Levy, filosofo, giornalista e regista francese, che a luglio ha presentato alla Milanesiana un libriccino di un centinaio di pagine dal titolo “Il virus che rende folli”, edito da La nave di Teseo, in una versione ad hoc per l’Italia.

La follia, di cui parla B.H. L. non è generata direttamente da Sars Cov 2, ma dalla paura innescata dall’assalto imprevisto di questo misterioso virus:  una paura che avrebbe travolto i fondamenti sociali della nostra vita di “animali politici”.

Come si legge nel risvolto di copertina, questa “prima paura mondiale” ci ha esposto al rischio di vedere nell’epidemia globale una sorta di epifania dei mali del pianeta, mali di natura ambientale, sociale e morale prodotti dai nostri stessi stili di vita.

Il virus globale, secondo chi la pensa in questo modo, sarebbe l’uomo, non Sars Cov 2, da alcuni visto addirittura  come agente di un castigo provvidenziale di matrice ecologica.

I rischi della paura “che rende folli” vanno dalla sanitarizzazione della società all’idea che il virus ci cambierà rendendoci migliori; dall’abitudine al lockdown all’isolamento infranto quasi soltanto dalle immagini di città desertificate, ospedali in sofferenza, terapie intensive congestionati, trasmesse dalla Tv e dai media trasformati , secondo Bernard Henry Levy , in grancassa del nuovo potere dato ai medici e agli scienziati. Infine lo stravolgimento delle priorità del quotidiani, per cui portare a spasso il cane è diventato più importante che andare in libreria,  e soprattutto il silenzio sui problemi più gravi che attanagliano il mondo.

  1. B. H. L., che non è negazionista e non si è neppure mai sognato, come dichiara esplicitamente, di sottrarsi alle misure di contenimento imposte dai governi, vuole metterci in guardia con questo incalzante ragionare ( sul rovescio della medaglia delle misure anticovid) dal rischio che un modello di vita imposto da uno stato di emergenza possa diventare lo stile di vita del futuro.

Il suo è un segnale di allarme da non sottovalutare, soprattutto per l’eco suscitato da Covid 19 nell’ ecologismo ad oltranza di certa sinistra, che parla, come ricorda infastidito il filosofo d’oltralpe,  di una  lezione del coronavirus. Un virus che , comunque, ad essere sinceri, ha davvero portato allo scoperto tanti aspetti oscuri delle nostre ideologie.

La paura del virus c’è, c’è stata ed ha avuto un ruolo determinante anche nel nostro Paese mesi per indurci ad accettare le misure estreme dei lock down e  della sospensione da una normalità, mitizzata, non sempre in buona fede, come il migliore dei mondi possibile.

Le abbiamo accettate come necessarie per ridurre la curva dei contagi, non fare esplodere il nostro sistema sanitario, né congestionare le terapie intensive, soprattutto per interrompere la lunga catena di donne e uomini, morti in solitudine e sepolti in velocità.

Da pochi giorni, però,  la prospettiva  è cambiata, Pfizer Biontech con molto anticipo sulle previsioni ha messo a disposizione del mondo il primo vaccino antiCovid, cosa che Bernard Henry Levy non poteva immaginare al momento del suo apocalittico bilancio dei primi mesi della pandemia.

L’essere entrati nell’era dei vaccini  riuscirà a liberarci  un po’ alla volta  dalla paura di contagiare e di essere contagiati?I dubbi sono ancora tanti, ma è certo che tutti noi faremo il tifo perché il nostro Paese, l’Europa e il mondo sappiano portare a compimento la promessa della Scienza di liberarci dal dramma sanitario e sociale  innescato da Sars Cov 2.

Dalia Bighinati

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