Si ammalò per una trasfusione di sangue infetto: l’indennizzo dopo 36 anni

La Corte d'Appello di Bologna
La Corte d’Appello di Bologna

Una grave patologia probabilmente derivata da una trasfusione di sangue infetto durante un ricovero all’ospedale di Cento avrebbe distrutto la vita di una donna che dopo anni di battaglie legali, due giorni fa, avrebbe ottenuto l’indennizzo.

36 anni di attesa per ottenere un risarcimento. Tanto ha dovuto attendere la modenese di Finale Emilia, oggi 63enne, che nella lontana estate del 1980, venne ricoverata all’Ospedale Civile della Santissima Annunziata di Cento.

Qui, secondo l’avvocato Renato Mattarelli dello studio legale Mattarelli-Mezzini, che ha seguito la donna in questi anni, l’allora 27enne sarebbe stata infettata dal virus dell’epatite C dopo alcune trasfusioni di sangue. Poi le condizioni di salute della donna degenerarono: 15 anni dopo avrebbe scoperto di essere positiva al virus epatico ma solo nel 2005 la malattia si sarebbe evoluta in una grave patologia che, a detta dell’avvocato che l’assiste, le avrebbe distrutto la vita e quella dei suoi familiari.

Secondo il legale, la Corte di Appello di Bologna, giovedì scorso, avrebbe ribaltato la sentenza di primo grado del Tribunale di Modena che le aveva dato torto. Accolto il ricorso dell’avvocato Mattarelli, la sentenza condannerebbe il Ministero della Salute ad erogare un indennizzo di circa 100mila euro. Inoltre, per il resto della sua vita, per l’avvocato, l’Ausl di Modena e la Regione Emilia-Romagna dovrebbero versare alla donna un assegno da 850 euro ogni mese.

“Quello del sangue infetto e delle trasfusioni non controllate è uno scandalo che ha attraversato l’Italia tra gli anni ’70 e ’90” riporta una nota firmata dallo studio legale Mattarelli-Mezzini, il quale ricorda la recente condanna del nostro Paese da parte della Corte di giustizia europea per i ritardi nei processi e nei risarcimenti.

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