Spirito libero Un giornalismo senza padrini né padroni Faust Edizioni. Recensione a cura di D. Bighinati

Un titolo audace e l’immagine di un omino che sale verso il cielo, lungo una scala sospesa sul castello estense: lassù ad attenderlo c’è un palloncino.
E’ la copertina del libro, Spirito libero Un giornalismo senza padrini né padroni, opera prima di Sergio Gessi, direttore della testata on line FerraraItalia, da 25 anni docente di giornalismo nelle Scuole di Giornalismo e oggi di Etica della Comunicazione all’Università di Ferrara. Quarant’anni di professione giornalistica alle spalle, di cui sette come Capo ufficio stampa del Comune di Ferrara, all’epoca del Sindaco Gaetano Sateriale, un’esperienza importante di comunicazione pubblica e di frequentazione della politica dalla parte del back stage.

Perché un giornalista raccoglie in un libro una cinquantina di articoli scritti nell’arco di vent’anni e più? Per lasciare una testimonianza? Per condensare nella durata di 230 pagine una lettura complessiva del proprio modo di esercitare una professione, che oggi sembra in via di estinzione?

“Tutto e altro ancora”, dice l’autore.
C’è in apertura la dedica ai “figli”, suoi e non solo, ai più giovani, ai quali l’autore rivolge un invito ad avere “…sogni e non appetiti, scambio e non possesso…dialogo, confronto, una vita di relazione che si contrappone all’apologia della ricchezza e del consumo”.
E’ la cifra etica dell’uomo Gessi, che va a braccetto con la cifra etico-politica di articoli in cui si denuncia la mancanza odierna di politici visionari, che “sappiano riaccendere un barlume di concreta speranza.” Frase che suggella l’impietoso ritratto di Ferrara apparso qualche mese fa sul settimanale L’Espresso a firma di Fabrizio Gatti.
Alla politica estense Gessi dedica due capitoli: “il deragliamento della politica odierna”, preparato dal “dissesto della politica di ieri”.

Travolti dal ciclone elettorale del 4 marzo, che in città ha prodotto uno choc paralizzante, i partiti della sinistra – definita squinternata – non sanno reagire. Ma il disastro era annunciato, dice Gessi, da un mix di moderatismo di matrice democristiana, rinuncia ai valori storici della Sinistra progressista, appiattimento su una visione neoliberista del mondo.
A Ferrara Gessi vede nella elezione a sindaco dell’ex PPI, l’ex democristiano Tagliani, non tanto un segnale, quanto un possibile ulteriore fattore di disorientamento del popolo di sinistra. I PD delusi hanno votato il 4 marzo scorso per il cambiamento promesso dai Cinquestelle, necessario, scrive Gessi, ma insufficiente. Così come hanno optato per la sicurezza promessa dalla Lega, al di là di ogni inquietudine per le manifestazioni di intolleranza e i rigurgiti di razzismo.
Gessi spera, come tanti altri delusi,  nelle istanze di cambiamento dei Cinquestelle, “preoccupato, tuttavia, aggiunge, delle tante ambiguità politiche, dell’ingenuità e dei fallimenti registrati dal Movimento Cinquestelle là dove finora ha governato.
E mentre il Gessi militante non fa sconti né ai partiti né ai politici della Sinistra ferrarese, anche se definisce “inattesa e clamorosa” la caduta dell’ex ministro Dario Franceschini, il cittadino Gessi esige da tutti coerenza tra parole e fatti, e chiede che i valori di “rispetto, tolleranza,solidarietà, equità, onestà” diventino stile di vita.

Idealista? Forse. Ma è proprio contro la politica senza valori che Gessi tuona, peraltro sempre con molto savoir faire, perché crede ancora nel potere del bon ton giornalistico, anche in mezzo “alle macerie della nostra civiltà”.

Quando, però, scende nell’agone, dichiara apertamente di non credere nella riscossa dei partiti di Sinistra ed esorta, invece, alla discesa in campo di tutti coloro che credono “nei valori della giustizia sociale, di un equo sviluppo, dell’azione che crea coesione e cittadinanza attiva.”
Per dare più forza al suo messaggio dà anche esempi concreti di vita vissuta.
Stefano Tassinari, Angelo Agostini, Paolo Mandini, maestri di giornalismo e di politica, tutti scomparsi, tutti rimpianti, ma vivissimi nella coscienza e nei ritratti che ne fa l’autore.
Di Mandini, militante comunista, ricorda gli sforzi per “l’emancipazione delle classi più deboli, di Tassinari, intellettuale mal compreso dai ferraresi, l’inesauribile promozione della vita culturale della città. Gessi li avvicina a due “giganti “della Sinistra del ‘900, come Pietro Ingrao e Rossana Rossanda, lucidi esemplari di un modello alternativo di impegno e dedizione.

Il giornalista Gessi guarda dalla torre più alta del castello la sua città, ma non ama l’hic et nunc del reporter, preferisce il giornalista, che interpreta e commenta e quando fa inchieste, come quella sul tesoretto dell’ex Pci, Pidiesse, Diesse, mai confluito nel nuovo PD, guarda negli occhi il potere ed è tentato di mandarlo a….Anche quando il potere si traveste da giornalismo d’inchiesta: è ammirevole il pezzo in cui l’autore smonta uno degli scandali mediatici legato ai vitalizi dei parlamentari. Non gli piace il giornalismo dei “trafficanti di verità”, “la realtà è sempre più complessa e sfaccettata, dichiara, di come la si immagina o ci viene rappresentata. “ .

Da leggere e rileggere le numerose interviste, due soltanto a protagonisti della politica ferrarese, al sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, nel 2014 al termine del suo primo mandato e alla sindaco di Vigarano Mainarda, Barbara Paron, oggi Presidente della Provincia. Svettano su tutte quelle allo scrittore ferrarese, europeista e linguista, Diego Marani, al criminologo Varese, al fotografo dei Rom e di Prodi, Rebeschini, ad un dirigente di banca sull’etica del mondo del credito, ma anche a Magdi Cristiano Allam, giornalista e politico, al vescovo Negri e al liquidatore della Sinteco.

Paolo Pagliaro che nella prefazione rappresenta Gessi come testimone di un declino di cui è narratore e insieme vittima, usa una metafora affascinante: “attraversa”, dice, “le macerie della sua città con lo sguardo freddo e insieme partecipe del corrispondente di guerra”, non è mai neutrale, giudica e si espone al giudizio, sensibile alla lezione di uno dei suoi grandi maestri, il polacco Ryszard Kapuściński .
Ma crede che la schiena dritta non sia conciliabile  con la pretesa della verità assoluta, gli bastano il principio di veridicità e la pratica dell’onestà.

Un libro didascalico, il suo, certamente, per una comunità di studenti in formazione e di lettori che la pensino un po’ come lui, che abbiano bisogno di conferme al loro disorientamento quotidiano, ma anche di un collante, un elemento di coesione per farsi coraggio e ripartire.

Nel finale, dopo gli incubi di casa nostra – il prelato dogmatico e fazioso, il medico elegante, trasformista dell’intolleranza e del razzismo – c’è una apertura alla speranza nella Chiesa del sorriso e dell’accoglienza di papa Francesco, del nuovo vescovo di Ferrara, dell’arcivescovo di Bologna, di Don Luigi Ciotti, visti nella scia del grande magistero del cristianesimo democratico e progressista di Don Milani. La chiesa ha fatto la sua svolta, la politica saprà fare altrettanto? Gessi suggerisce come anticorpi alla rassegnazione “un libero e franco confronto, la mente e gli occhi ben aperti” e un po’ di sana utopia, una rodariana “grammatica della fantasia”, che suona come appello al mondo degli adulti, perché non dimentichino il fanciullo che è in loro, e che può rappresentare l’antidoto terapeutico all’assedio di tanti odierni e pervasivi messaggi di violenza, di odio e di morte.
Un libro da leggere, se non si temono le provocazioni, ma anche un libro socratico nel messaggio, che lancia ad ogni apertura di pagina : “c’è un solo grande bene, la conoscenza e un solo grande male, l’ignoranza”.

Dalia Bighinati
6/11!2018

 

 

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