Tutele maternità e paternità

maternitaDiventare genitori è sicuramente l’evento più emozionante, e di maggiore responsabilità, tra le esperienze umane. La nostra Costituzione tutela specificatamente famiglia e maternità, ma come in concreto la normativa del lavoro tutela i genitori di fronte a tale lieto evento?

DIVIETO DI LICENZIAMENTO DELLA LAVORATRICE MADRE
Le leggi in materia garantiscono anzitutto il posto di lavoro della madre, istituendo il divieto di licenziamento per la lavoratrice dal momento della gravidanza sino al compimento di un anno di età del bambino.
Tale divieto opera anche nel caso in cui il datore di lavoro, al momento del licenziamento, non fosse a conoscenza dello stato di gravidanza.
La lavoratrice illegittimamente licenziata avrà diritto alla reintegra nel proprio posto di lavoro, risultando il licenziamento nullo.
Il divieto di licenziamento si estende anche ai casi di adozione e di affidamento, operando fino ad un anno dall’ingresso del minore in famiglia.
Rimane ammesso, per tale periodo, esclusivamente il licenziamento nei seguenti casi:
colpa grave della lavoratrice;
cessazione dell’attività aziendale;
scadenza dei termini nei contratti a tempo determinato;
esito negativo del periodo di prova.

DIMISSIONI VOLONTARIE
Analogamente, anche le eventuali dimissioni volontarie presentate tanto dal padre quanto dalla madre entro i tre anni di vita del bambino andranno convalidate presso gli appositi uffici territoriali del Ministero del Lavoro (Direzioni Territoriali), in funzione di organo di garanzia dell’effettiva certificata volontà del lavoratore o della lavoratrice alla dimissione.
Inoltre la lavoratrice madre che rassegna le proprie dimissioni entro il primo anno di vita del bambino ha diritto all’erogazione, da parte del datore di lavoro, dell’indennità di preavviso prevista in caso di licenziamento ed il datore di lavoro non può in alcun modo richiedere che venga prestata attività lavorativa. In tale caso inoltre, pur trattandosi di dimissioni volontarie, l’ordinamento giuridico riconosce comunque alla lavoratrice madre il diritto di percepire il sostegno contro la disoccupazione (così detta Naspi).

ASTENSIONE OBBLIGATORIA
Parallelamente, a tutela della salute della madre e del bambino, è previsto un periodo di interdizione obbligatoria dal lavoro della durata di 5 mesi (di norma 2 mesi antecedenti il parto ed i 3 mesi successivi, salvo specifici casi di flessibilità), con diritto alla conservazione del posto di lavoro e percezione di una specifica indennità di maternità da parte dell’Inps pari all’80% della retribuzione.
Tale periodo di interdizione può, qualora l’attività lavorativa sia pregiudizievole per la salute della madre o del bambino, essere anticipata e/o prorogata fino a sette mesi dopo il parto (a cura del medico curante per motivi di salute o per la natura nociva o pericolosa delle lavorazioni svolte).
In caso di adozione o affidamento di minore il congedo di maternità spetta per i 5 mesi successivi all’effettivo ingresso in famiglia del minore.
In presenza di determinate condizioni che impediscono alla madre di beneficiare del congedo di maternità, il diritto all’astensione dal lavoro ed alla relativa indennità spettano al padre (si parla in questo caso di congedo di paternità).

PERMESSI OBBLIGATORI PER IL PADRE
Solo per le nascite, le adozioni e gli affidamenti avvenuti nell’anno 2016 inoltre il padre lavoratore dipendente, entro i cinque mesi dalla nascita del figlio, ha l’obbligo di astenersi dal lavoro per un periodo di due giorni, fruibili anche disgiuntamente.
Il diritto del padre lavoratore si configura come un diritto autonomo rispetto a quello della madre e può essere fruito dallo stesso anche durante il periodo di astensione obbligatoria della madre.
Per la fruizione dello stesso, al padre è riconosciuta un’indennità pari al 100% della retribuzione.
Sempre entro i 5 mesi dalla nascita del figlio, il padre lavoratore dipendente può astenersi per un ulteriore periodo di due giorni, anche continuativi, previo accordo con la madre e in sua sostituzione in relazione al periodo di astensione obbligatoria spettante a quest’ultima. Anche in questo caso è riconosciuta un’indennità pari al 100% della retribuzione in relazione ai due giorni di astensione.

CONGEDO PARENTALE
E’ prevista inoltre la possibilità per i genitori, al termine del periodo di maternità obbligatoria e fino al compimento da parte del bambino del dodicesimo anno, di fruire di congedi parentali (così detta maternità facoltativa).
Il congedo parentale compete ai genitori naturali entro i primi 12 anni di vita del bambino per un periodo complessivo tra i due genitori non superiore a 10 mesi, aumentabili a 11 qualora il padre lavoratore si astenga dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato non inferiore a 3 mesi. Detto periodo complessivo può essere fruito dai genitori anche contemporaneamente.
Nell’ambito del predetto limite, il diritto di astenersi dal lavoro compete:
alla madre lavoratrice dipendente, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi;
al padre lavoratore dipendente, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi, elevabile a 7, dalla nascita del figlio, se lo stesso si astiene dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato non inferiore a 3 mesi;
al genitore solo (padre o madre), per un periodo continuativo o frazionato non superiore a 10 mesi;
Ai lavoratori dipendenti, genitori adottivi o affidatari, il congedo parentale spetta, con le stesse modalità dei genitori naturali, entro otto anni dall’ingresso del minore nella famiglia, indipendentemente dall’età del bambino all’atto dell’adozione o affidamento, e non oltre il compimento della maggiore età dello stesso.

L’Inps, a fronte dell’utilizzo dei congedi parentali, riconosce le seguenti indennità:
entro i primi 6 anni di età del bambino per un periodo massimo complessivo (madre e/o padre) di 6 mesi con un importo pari al 30% della retribuzione;
dai 6 anni e un giorno agli 8 anni di età del bambino, nel caso in cui i genitori non ne abbiano fruito nei primi 6 anni, o per la parte non fruita, il congedo verrà retribuito al 30% solo se il reddito individuale del genitore non supera certe soglie;
dagli 8 anni e un giorno ai 12 anni di età del bambino il congedo non è mai indennizzato.

Recenti disposizioni legislative ha introdotto la possibilità di fruizione del congedo parentale su base oraria e non più esclusivamente giornaliera.

RIPOSI GIORNALIERI
In alternativa al congedo parentale, durante il primo anno di vita del bambino, la madre (e in certi casi anche il padre) ha diritto a delle ore di riposo giornaliero. In passato queste ore di riposo erano definite “per allattamento”.
I riposi giornalieri sono 2, hanno la durata di 1 ora ciascuno e sono retribuiti. Queste due ore possono essere collocate in vario modo nell’arco della giornata lavorativa e quindi possono essere fruite anche consecutivamente in un unico riposo da due ore. Nel caso in cui però la giornata lavorativa duri meno di 6 ore, il riposo giornaliero sarà di 1 ora soltanto.
Tali riposi sono da utilizzare entro il primo anno di vita del bambino a e sono previsti anche in caso di adozione o affidamento (spettano in questo caso nel primo anno dall’ingresso del bambino nella famiglia adottiva).
I riposi per allattamento si raddoppiano nei casi di adozione o affidamento di 2 o più bambini ed in caso di parto gemellare o plurimo.
Durante tali ore di riposo, ovviamente, la lavoratrice è autorizzata ad assentarsi dalla sede lavorativa.
Per i riposi giornalieri è dovuta un’indennità pari al 100% della retribuzione, a carico dell’Inps.

PERMESSI PER MALATTIA DEL FIGLIO
Infine la normativa prevede che in caso di malattia del figlio, documentata con apposito certificato medico rilasciato da specialista del Servizio Sanitario Nazionale o da medico convenzionato, se intervenuta nei primi 3 anni di vita, i genitori, in alternativa, possano astenersi dal lavoro per tutta la durata della malattia del bambino, a prescindere della sua durata.
Per le malattie che si verifìchino dal quarto all’ottavo anno, i genitori, sempre alternativamente, hanno diritto ad astenersi dal lavoro nel limite di 5 giorni lavorativi l’anno per ciascun genitore e per ogni figlio.
Le assenze per malattia del figlio sono assenze giustificate, ma non sono retribuite.
Giorgio Capatti
Consulente del Lavoro

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