Un Paese in cerca di “verità”

boldrini bondi boMentre ieri a Bologna una parte del Paese si è stretta attorno ai familiari delle vittime della strage di 33 anni fa per chiedere, attraverso la Presidente della Camera, Laura Boldrini, la verità su quegli 80 morti e 200 feriti, oggi i cosiddetti falchi del Popolo della libertà parlano di guerra civile. Sarebbe ora che il Paese voltasse le spalle a questo delirio, e che tutti noi, media, cittadini politici chiamassimo le cose con il loro nome.

Quella di ieri è l’Italia che continua a chiedere la verità sulla strage di Bologna. Che vuole i nomi dei mandanti, non solo dei .terroristi, vuole capire, dopo tanti depistaggi, chi ne ha armato la mano. L’Italia di oggi ha ancora voglia di verità nonostante la gravità di una crisi, che rischia di mettere al tappeto tante famiglie, in cui un terzo e più dei giovani non ha lavoro, tante aziende chiudono, tanti imprenditori sono alle corde, tante donne e uomini vedono il loro futuro come un incubo. Per questo oggi si sente ancora di più il contrasto con la voce di chi oggi evoca, minaccia o annuncia, il rischio di una guerra civile, accusando i giudici della più alta corte di giustizia italiana,  di avere giudicato un uomo potentissimo, senza tenere conto del suo potere, quello  di oggi e quello di ieri. Sembra un delirio autodistruttivo, una volontà dichiarata di annientarsi, di seguire e di far seguire al Paese la sorte del capo, un uomo solo al comando di un partito, che oggi sembra davvero assomigliare ad una setta.

La vicenda politica di Silvio Berlusconi è finita. È finita l’apoteosi di un uomo, che ha avuto tutto il potere possibile, politico e mediatico, un potere che ha esercitato, per vent’anni, forzando più di una volta a suo favore le norme dello Stato. La vicenda del politico- tycoon che ha dato il via libera con le sue televisioni alla cultura della volgarità, della licenza svenduta per libertà, dell’attacco di tutti contro tutti, è finita. Sembrava finita nel novembre 2011, ma così non è stato. Le analisi ci diranno perché quest’epoca è così dura a chiudersi, eppure oggi si chiude, anzi si è chiusa due giorni fa, come hanno constato tutti gli osservatori politici dei Paesi democratici dell’occidente. Anche il Paese lo chiede, attraverso le norme e le istituzioni che ne regolano l’ordinato vivere democratico.

Voltare pagina significa anche tornare a chiamare le cose con il loro nome. Silvio Berlusconi ha frodato il fisco, le sue aziende, gonfiato falsificandole le fatture. Non importa se per 3 o 10 milioni euro.

Questo ha fatto, e non può continuare a rappresentare il Paese, nè  ad assumersi un qualsiasi ruolo istituzionale. Così vogliono le norme democratiche di questo Paese. Ogni forzatura sarebbe un grave violazione ad esse.

Il sogno con cui Silvio Berlusconi aveva conquistato gli italiani si è trasformato per lui  in un incubo?  Lasci perdere, se lo è francamente cercato.

Lasci ad altri del partito da lui fondato governare le sorti del Paese. Fra i suoi non ci sono donne e uomini in grado di agire autonomamente? Se gli amici sono dispiaciuti  gli stiano vicini, la politica è una cosa ben diversa dalle relazioni personali, la politica è la fatica quotidiana, l’onore e l’onore di guidare il Paese, una comunità grande o piccola che i cittadini con il voto affidano a chi deve avere le credenziali in regola per svolgere questo faticoso e altissimo compito. Oggi, Berlusconi, quelle credenziali non le ha più. Da tempo, a mio avviso non le aveva. Ma oggi il giudizio, dapprima lasciato in sospeso in attesa della sentenza definitiva, è inappellabile. Silvio Berlusconi non può più rappresentare il popolo italiano, l’aver violato la legge, gli ha tolto la credibilità necessaria, sia per stare al governo, sia per essere all’opposizione. Lasci il passo ai suoi. Almeno per portare a termine le due, tre cose più urgenti sui cui si PD e PDL si sono impegnati dando vita al governo Letta. Un’alleanza anomala, s’è detto, stretta soltanto per portare il Paese fuori dalle secche.  Si riformi almeno la legge elettorale per tornare ad un rapporto più corretto fra eletti ed elettori. Di capi e sudditi questo Paese proprio non  ne può più.

Dalia Bighinati

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