Verdena a Ferrara sotto le Stelle: manca poco

verdena. estate 2015

I Verdena sono una delle poche band del circuito alternativo italiano che è cresciuta nel tempo e che nei cinque album fin qui pubblicati ha portato avanti un percorso artistico tanto imprevedibile quanto coerente.

Dopo un tour invernale baciato dal sold-out, e in attesa del secondo capitolo di “Endkadenz”, il lanciatissimo trio bergamasco ritorna sulle scene con il suo stile ipnotico, malinconico e corrosivo.

È quasi epica la storia degli esordi, tre adolescenti schivi e selvatici si ritrovano catapultati dal pollaio sperduto nei monti adibito a sala prove alla high rotation di MTV e ai palchi dei principali festival italiani. La risposta a questo disorientamento è stata netta: ribadire e mantenere la propria estetica, set potente e violento, suono ruvido e grezzo, appeal grunge à la Nirvana e al rock desertico dei Kyuss e incarnazione di un nuovo e in un certo senso nostrano teen spirit con temi e liriche ripetitive fino a creare angoscia, che ammiccano agli stati di agitazione tipici di un’età, cosa che crea l’empatia col pubblico.

“Verdena” esce nel 1999, trascinato dal singolo Valvonauta, prodotto da Giorgio Canali, e già mette in luce una solida ispirazione melodica e un notevole impianto – e impatto – ritmico. Il successore “Solo Un Grande Sasso” vede invece la luce nel 2001, con Manuel Agnelli degli Afterhours ai controlli. È un lavoro più oscuro, con brani che si dilatano come infinite jam session da studio e i testi ridotti a semplici immagini posate delicatamente sui tappeti sonori.

Cambio di prospettive per il terzo “Il Suicidio dei Samurai” (2004), meno introspettivo, nel quale la cura per le parole si fa maggiore e il suono si attesta volutamente su un più classico e solido rock anni ‘90 dalle ritmiche trascinanti e visionarie. L’album tale e quale, cioè non tradotto in inglese, viene lanciato con successo anche sul mercato europeo, portando i Verdena ad esibirsi oltreconfine e a venire in contatto con realtà organizzative e pubblici diversi.

Con “Requiem”, pubblicato nel 2007, la scelta è quella di ripercorrere la “strada di casa”, verso arrangiamenti più duri, atmosfere divaganti e spazio anche per momenti di adagiata dolcezza. Un disco, insomma, maturo e multiforme come non mai.

Con “Wow” (2011) la band si rimette di nuovo in gioco, accetta, per così dire, di sporcarsi le mani e rimescolare le carte. È l’esplosione di una tensione creativa arrivata forse a limiti da non ritorno, che poteva materializzarsi soltanto in un progetto estremo, un doppio disco da 27 brani, emblema di un’urgenza comunicativa ai limiti della bulimia sonora.

Tastiere e synth gareggiano coi ruvidi suoni grunge per il ruolo di predominio e guida delle melodie, generando figli ibridi di wave, psichedelia cadenzata, veloci schizzi (contrapposti alle lunghe cavalcate degli esordi) con chitarre mai ingombranti, echi di prog, folk vellutato, piano e archi. E’ l’album della consacrazione, che li proietta addirittura ai vertici delle classifiche di vendita italiane, di solito assai avare con le espressioni più radicali della musica indipendente.

I VERDENA non hanno fretta: provano incessantemente, registrano e pubblicano solo quando sono completamente soddisfatti della scrittura dei brani e del suono che vogliono ottenere. Per questo bisogna attendere 4 anni per salutare l’uscita di “Endkadenz Vol.1”, il nuovo disco del trio formato da Alberto e Luca Ferrari e Roberta Sammarelli.

Se “WOW” era un’esclamazione quasi categorica, anche se piena di rifrazioni, “Endkadenz” è una ricerca, una via di fuga dalla prevedibilità. I Verdena non abbandonano il loro modo di fare e intendere la musica: lo testimoniano ancora una volta le parole, che non sono mai state così amalgamate ai suoni, al punto da rendere la voce, a tutti gli effetti, uno strumento completo, che resta spesso al centro della scena sonora. E’ un disco che apre la porta ad un intreccio in cui l’elettrico, l’acustico, la sovrapposizione e la rarefazione si affiancano, con effetti incandescenti.  Non ci sono preminenze, fra la batteria, il basso, la chitarra: tutti gli strumenti vengono utilizzati perché una canzone suoni bene; conta, decisamente, la coralità.

Nessuna rivoluzione – e perché mai si dovrebbe rivoluzionare un percorso già di per sé così ostinatamente ricco e vasto? –, ma un deciso affinamento verso un orizzonte sempre più graffiante, abrasivo e visionario. In apertura di serata, IOSONOUNCANE, progetto cantautorale sui generis (campionatore e chitarra) di Jacopo Incani, recente rivelazione in territorio indie. Incani, classe ’83, nato in Sardegna ma ben presto trasferitosi a Bologna, ha militato per otto anni negli Adharma, pubblicando nel 2005 l’EP “Risvegli”: la band si è sciolta nel 2008, lasciando inedito l’album “Mano ai pulsanti”, violento concept sul medium televisivo.

L’idea di IOSONOUNCANE inizia a prendere forma quando Jacopo, disoccupato da appena un mese, grazie all’assegno dell’INPS compra un campionatore e una loopmachine e comincia a saggiarne le potenzialità. A fine maggio 2008 trova lavoro in un call-center: nello stesso periodo tutti i frammenti registrati e gli appunti presi nel frattempo iniziano a prender forma di canzoni. Nel luglio 2010 entra in studio e registra il proprio album d’esordio: La Macarena su Roma. L’album riassume i primi due anni di vita del progetto e si chiude programmaticamente col proprio licenziamento dal call-center, in una drammatica/eroica sovrapposizione di vita e opera. Dopo tre anni di silenzio e quattro di lavoro intenso sul nuovo materiale, il 30 marzo 2015 esce il suo secondo disco, DIE, un album acclamato dalla critica per l’approccio eretico con il quale coniuga generi apparentemente inconciliabili quali psichedelia, techno, elettronica lo-fi, progressive e canzone d’autore.

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