Da Wuhan a Ferrara, fine del primo round.

L’abbiamo intravvista da lontano per molti giorni: Wuhan ci sembrava sulla luna.

Di fronte alle strade deserte inondate dalle nubi degli addetti alla disinfezione, scafandrati come palombari  abbiamo sentito un brivido, non pensavamo che sarebbe toccata anche a noi.

Quando è successo, abbiamo impiegato molti giorni per decidere come e in che misura difenderci.  Non sapevamo quasi nulla di questo nemico invisibile, che aggrediva il nostro respiro, intrappolava le nostre parole, ci prendeva alla gola senza preavviso. Abbiamo perso tempo, prima di arrenderci alla realtà, e finalmente, quando abbiamo reagito per evitare che gli ospedali scoppiassero, ci siamo isolati, chiusi in casa, abbiamo scelto l’immobilità, come fanno gli animali davanti ad un temibile predatore.

Non era panico, è stata una scelta, in parte dettata dall’impotenza.  Che cosa sapevamo di questo Sars 2 Coronavirus, quando il 9 marzo scorso è stato annunciato il lock down dal presidente del consiglio Conte?

Le informazioni in tempo reale dei medici che incrociavano il virus nei pazienti infetti, il mistero dei malati sintomatici e di quelli asintomatici, l’evoluzione in alcuni casi gravissima della malattia ha innescato sentimenti contraddittori: incredulità in alcuni, preoccupazione malcelata in tanti, ma anche paura per noi e per i nostri cari, soprattutto per le persone più anziane, che sono parse subito le più esposte al rischio.

Ci siamo difesi restando immobili per due mesi.  Abbiamo sospeso le nostre abitudini, il lavoro, il divertimento, chiuso fuori dalle nostre giornate chi non abitava con noi. Fino a quando abbiamo scoperto che potevamo continuare a vederci, a lavorare, a comunicare sul web, dove tutti o quasi abbiamo imparato a ri-trovarci.

Questa lunga stagione on line è destinata a non finire, perché ormai abbiamo scoperto, nostro malgrado,  le enormi potenzialità di questa nuova modalità di comunicare.

E’ nato in questi mesi un nuovo alfabeto di relazioni sul lavoro, a scuola, nel volontariato; abbiamo intuito di essere entrati in una nuova era, aperta, come è sempre accaduto in passato dall’adozione di nuovi strumenti e tecniche  della comunicazione.  Abbiamo sperimentato, restando nelle nostre case, l’annullamento delle distanze geografiche, paradossalmente in un periodo in cui ci è stato imposto il distanziamento fisico.

Se questo non basta per dire quanto siamo cambiati, possiamo continuare, dicendo innanzitutto che mai come in questi mesi di chiusura fisica al mondo circostante, abbiamo capito che non siamo affatto uguali anche all’interno della stessa comunità.

Una parte della popolazione in questi mesi, in ogni Paese, è vissuta a carico di un’altra parte, quella dei medici, degli infermier, di tutti coloro che costituiscono il mondo della sanità, di chi provvede a produrre cibo e farmaci e a distribuirli, di chi svolge servizi essenziali alla persona, di chi controlla, monitora, sovrintende alle cabine di regia locali, nazionali , internazionali, di chi pensa alla sicurezza delle città, dei luoghi in cui viviamo, di chi raccoglie e divulga notizie, di chi insegna e forma giovani menti, di chi ci intrattiene, di chi  introduce per vocazione, passione, mestiere e anche interesse di parte, elementi di pensiero critico nelle vulgate quotidiane. Eppure tutti ci siamo sentiti ugualmente importanti, anche senza appartenere alle categorie elencate, perché senza di noi, popolo ridotto controvoglia all’immobilita, nessuna delle categorie “essenziali” avrebbe toccato con mano il ruolo salvifico che esercita nella società.

Li abbiamo chiamati spesso eroi, perché in molti casi hanno rischiato la loro vita, ma non sono state meno coraggiose le giornate delle mamme, dei papà rimasti senza lavoro, dei figli rimasti senza scuole, degli artigiani con le botteghe chiuse, dei commercianti costretti ad abbassare per lunghe settimane, non di vacanza, le serrande, senza nuova merce, attrezzi, e clienti. Senza barche da mettere in mare i marinai, senza aerei e  passeggeri, i piloti .

Dal 9 marzo al 4 maggio, abbiamo vissuto con intensità 55 giorni di tempo sospeso, scandito da videoconferenze, relazioni social, chiamate whatsapp, affollato oltre che dalle immagini ossessive di corsie di ospedale, terapie intensive, impegnati a mettere in pratica nelle nostre poche uscite certificate le nuove misure di autotutela.   Ci siamo incollati alle cifre del contagio, e dei decessi, alla speranza delle guarigioni, abbiamo visto in video medici e infermieri stremati, ma inossidabili,  tanti malati, tante bare in cerca di cimiteri lontani dai luoghi di vita di chi e’ morto nella solitudine imposta dal pericolo del contagio, cui solo il personale sanitario si è esposto senza risparmiarsi.

Siamo riusciti a contenere l’angoscia, anche quando abbiamo capito che qualcosa era sfuggito di mano e che a pagarne le conseguenze erano proprio i più deboli, i nostri vecchi chiusi nelle case di riposo, inermi, senza il conforto dei loro cari.

Il 10 marzo la dichiarazione di pandemia, pronunciata dall’Organizzazione mondiale della sanità ha svelato al mondo che anche il virus si era globalizzato, che era pronto a colpire ovunque, anche se in tempi diversi. L’Italia non era più un caso isolato in Europa e nel mondo, anche se resta il terzo Paese nella triste graduatoria delle persone decedute per o con Covid 19.

Attraverso i Dpcm creti del  Presidente del Consiglio, le ordinanze della Protezione civile, del Commissario per l’emergenza, dei Presidenti di Regione,  delle  norme dei ministeri,  di quattro diversi moduli di autocertificazione, il nostro Paese si è assuefatto alla vista di città deserte, alle strade e alle piazze senza traffico, alle scuole vuote e via via alla chiusura di chiese,  teatri, cinema, palestre e stadi.

Fra inni  e bandiere l’Italia è rimasta affacciata per due lunghi mesi ai balconi dei condomini, incollata al video per sentire quello che succedeva fuori, con un pensiero intermittente ai più deboli, ai reclusi nelle carceri, ai bambini senza casa, ai nuclei famigliari in difficoltà, agli immigrati intrappolati in un Paese spesso ostile, al dopo lockdown arrivato finalmente, il 4 maggio, fra oscuri presagi, il crollo  del Pil, la chiusura di  tante attività economiche.

La Fase 2 dell’emergenza ci ha liberati dall’obbligo dell’isolamento,  ma ci ha portato nuove regole, altri cambiamenti e una  nuova necessità di adattarci a scenari diversi.

La fase, in cui ci troviamo quasi da un mese, ci chiede di fare dell’incertezza, la sfida quotidiana delle nostre vite, ci impone di convivere con l’epidemia, ci chiede di affrontare sotto la nostra personale responsabilità una libertà ancora condizionata dalla presenza del virus. Come sarà nei prossimi mesi la normalità tanto invocata in queste settimane? Resteremo ancorati al nostro passato o decideremo di costruire nelle scelte di ogni giorno un futuro diverso?

E’ questa la sfida che ci aspetta: vivere nell’incertezza, ma non da soli, perché non avrebbe senso. Decidere verso quale futuro avviarci in una sorta di work in progress, che coinvolga tutti: Istituzioni, politica, sanità, economia, cultura, volontariato, e, naturalmente ognuno di noi.

In queste settimane abbiamo sofferto di nuovo lo scontro fra valore della salute e valore del denaro. Sotto questo pallido sole di maggio, torniamo a muoverci nelle strade, ci rivediamo nelle piazze, nei negozi, in spiaggia. Speriamo che il virus d’estate si indebolisca,

L’estate potrebbe concederci una tregua, ma il virus in autunno potrebbe tornare ancora aggressivo.

A noi spetta il compito non facile di prepararci per ogni evenienza, facendo in modo che il prossimo inverno non debba diventare “l’inverno del nostro scontento! “

 

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