Zimbabwe Progetto Diga, ovverosia lezioni dall’Africa

Lo Zimbabwe è tra i paesi più colpiti dall’AIDS, con l’aspettativa di vita tra le più basse al mondo e la mortalità infantile tra le più alte. A St. Albert (200 km a nord della capitale Harare) un ospedale con un indotto di 130.000 abitanti, un complesso scolastico con 2.300 bambini e gli abitanti dell’area rurale non avevano acqua sufficiente per bere e coltivare. Di qui  Il Progetto Diga – Emergenza Zimbabwe cui hanno dato vita 5 anni fa Marcello Girone Daloli e Caterina Scutellari volontari ferraresi che collaborano con l’ASI, la ONG/Onlus che con tre dottoresse locali gestisce l’ospedale di St. Albert . a parlarci del  “Progetto Diga” che ha portato le tubature all’ospedale e installato due impianti di potabilizzazione, e che  ormai è stato terminato con la costruzione di un bacino per raccogliere l’acqua piovana nei 3 mesi di piogge a 3 km da St. Albert è Marcello Girone.

http://www.help-zimbabwe.org

Il Progetto Diga – Emergenza Zimbabwe si basa esclusivamente sul volontariato, tutte le iniziative in Italia sono offerte e organizzate senza alcuna spesa di gestione. Ogni euro raccolto è speso per la realizzazione del Progetto in Zimbabwe. Per questo rendiamo il conto corrente trasparente, in modo che chiunque possa verificare l’utilizzo dei fondi.
L’ospedale di St. Albert è¨ situato in un’area rurale nel nord dello Zimbabwe al confine col Mozambico, nel distretto di Centenary Muzarabani. Poche case e sulle colline circostanti molti agglomerati di capanne. L’area di competenza dell’ospedale è di 2.744 kmq con un indotto di 130.000 abitanti, in continua espansione sia per l’ampiezza del territorio che per l’aumento della popolazione. I posti letto sono centoquaranta, con 6.000 degenze all’anno, più d

i 4.000 parti e circa 300 visite al giorno. Molte gestanti si trasferiscono dai vicini villaggi per subire il parto cesareo, spesso eseguito in condizioni di emergenza. Le cause di ricovero più comuni sono: la malaria grave; gli incidenti sul lavoro; le malattie trasmesse sessualmente (AIDS, sifilide, blenorragia, ulcera venerea) . L’80% dei pazienti è sieropositivo! I posti letto sono sempre occupati, con pazienti costretti sulle barelle e nei corridoi. In ospedale lavorano solo tre i medici missionari e venti infermieri. Oltre alle cure mediche la struttura fornisce ai ricoverati e ai parenti che li assistono anche vitto giornaliero e questa spesa incide pesantemente sui costi di gestione. L’area è totalmente priva di servizi di telecomunicazione e l’estrema povertà  di risorse e strutture impedisce o rende estremamente rallentata ogni capacità  tecnica e operativa da parte della popolazione locale. Fanno capo allìospedale anche undici centri sanitari della sottostante vallata dello Zambesi, considerata una delle aree più depresse del paese, in questa zona il clima è torrido e, soprata a meno di quattro ore solo di notte, la linea telefonica è interrotta da anni e l’acqua potabile nella stagione secca (marzo – novembre) era disponibile due ore al giorno. Il rifornimento di carburante è completamente assente (solo mercato nero).
Dei sette pozzi artesiani presenti all’ospedale sei si sono asciugati negli ultimi anni a causa dell’abbassamento della falda e l’ultimo consentiva l’erogazione solo per poche ore al giorno. Il servizio ospedaliero accusava gravi conseguenze igieniche.
A settembre 2007 si è asciugato anche l’ultimo pozzo artesiano e l’ospedale avrebbe dovuto chiudere i battenti se non fossimo intervenuti per tempo con il progetto “Help-Zimbabwe”. Per garantire l’approvvigionamento di viveri per i pazienti e il personale, er

a stata realizzata a tre km dall’ospedale, in prossimità  di un bacino d’acqua, una piccola diga che  raccogliendo l’acqua piovana durante la stagione delle piogge consente d’irrigare nella stagione secca 75 ettari di campi circostanti. Di fronte all’ospedale una grossa struttura scolastica ospita due scuole con 2.300 bambini, anch’esse prive di acqua potabile. Lo scavo e l’edificazione dei muri della Diga sono iniziati nel 2004 e interrotti a causa della rottura dell’escavatore (rimasto nel bacino d’acqua) e della mancanza di fondi. La diga, iniziata negli anni ’90, non era stata ultimata a causa della rottura dell’escavatore e della mancanza di fondi. Durante le piogge il bacino  si riempiva per metà  e poi l’acqua fuoriusciva dalla parte di muro mancante. Anche gli scavi per portare le tubature all’ospedale erano stati interrotti e con l’acqua della diga si irrigano solo 500 metri di campi circostanti. Le tubature non raggiungevano il villaggio, l’ospedale e le due scuole a 3 km, dove si prelevava per due ore al giorno la poca acqua rimasta nell’unico pozzo artesiano rimasto attivo. 
Il progetto che stiamo promuovendo si è quindi proposto di:
1) Arrivare con il canale di tubature dalla diga sino alle cisterne dell’ospedale.
2) Rimuovere l’escavatore immerso nell’acqua da otto anni e pieno di olio motore e idraulico che se fuoriuscisse inquinerebbe irrimediabilmente la diga.
3) Dotare l’ospedale di un purificatore per rendere l’acqua potabile.
4) Terminare la parte di muro mancante della diga. Con soli trenta metri di muro si raddoppia la capienza dell’invaso.
5) Dotare il villaggio e la struttura scolastica di un secondo purificatore per l’acqua.
6) Realizzare un impianto d’irrigazione che consenta di coltivare ed allevare l’intera area dei campi circostanti.

la realizzazione di questo progetto offrirà  autonomia idrica, alimentare e igienica all’ospedale, alle due scuole e agli abitanti della zona mettendo centinaia di migliaia di persone che transitano all’ospedale, che frequentano le scuole e che vengono ad attingere acqua dai villaggi circostanti in condizione di bere, coltivare, allevare e lavarsi.
L’intero progetto è realizzabile con una somma che in euro è pari al costo di una delle tante automobili di lusso che vediamo circolare nelle nostre strade. Centocinquantacinque mila euro. Sono pochi in rapporto all’entità  del beneficio che crea, ma non è¨ facile àaccoglierli per un gruppetto di pochi volontari che opera qui in Italia e contemporaneamente segue i lavori a St. Albert (uno dei volontari, l’Ing. Martelli lavora da 20 anni per l’acquedotto di Ferrara e ha già  installato un purificatore in Kenia) con l’aiuto delle cinque missionarie dell’ASI  che gestiscono l’ospedale di St. Albert. In compenso le modeste dimensioni dell’ASI e l’opera di totale volontariato di tutte le persone che lavorano al progetto permettono: di non avere alcuna spesa organizzativa e a chiunque di creare un rapporto diretto con la realtà  dell’ospedale e di seguire il progetto diga o le adozioni a distanza senza passare attraverso alcun organismo burocratico. Per dimostrare la limpidezza del nostro operato abbiamo istituito un conto corrente trasparente in modo che chiunque desideri può verificare che tutto il denaro donato è impiegato esclusivamente per il progetto in loco. Ad oggi (3/2009) grazie al sostegno di tanti siamo riusciti a portare a termine i primi quattro punti. Gli ultimi due punti però non sono meno urgenti dei primi: i bambini delle scuole e le persone del villaggio non hanno ancora acqua potabile e la struttura sanitaria non è ancora in condizione di essere autonoma dal punto di vista alimentare.

[flv image=”https://www.telestense.it/wp-content/uploads/2012/06/zimbabwe-vid.jpeg”]rtmp://telestense.vod.weebo.it/vodservice/20120614_11.flv[/flv]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *